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Crescere una figlia, come Ligabue e Pirandello vivono il ruolo di padre

Ligabue e Pirandello descrivono il rapporto padre-figlia, il delicato passaggio dall’infanzia all’età adulta e come sia fondamentale l’appoggio e la protezione della figura maschile di riferimento.

Forse questa stanchezza, cara Lietta, passerà solo quando avrò fatto per i figli tutto quello che mi ero preposto di fare e i figli attorno a me, con i loro figli, mi daranno un po’ di conforto e di compagnia. Altrimenti, se così non fosse, vorrei chiudere subito gli occhi per sempre.”

A modo tuo: un commovente atto d’amore

Ligabue compone A modo tuo nel 2013 e la affida alla meravigliosa voce di Elisa che la pubblica come sesto singolo del suo album L’anima vola. La canzone è dedicata a Linda, la figlia di Ligabue, nata dall’unione del cantante con Barbara Pozzo. Tutta la canzone è incentrata più in generale sul rapporto tra genitori e figli, ma in particolare sul legame speciale che si instaura tra un padre e una figlia.

Già dal titolo Ligabue insiste molto sul fatto che la figlia camminerà, si alzerà, cambierà, sempre a modo suo. Perché anche se un genitore potrà essere tentato di imporre il proprio modo di vedere le cose, di proiettare i propri sogni su un figlio, questo dovrà  trovare e costruire da solo il proprio percorso. “Sarà difficile vederti da dietro sulla strada che imboccherai, tutti i semafori, tutti i divieti e le code che eviterai” ma “sarà come deve essere“, “mentre piano ti allontanerai, a cercar da sola quello che sarai“. Con il naturale istinto di protezione di un padre, Ligabue si preoccupa poi del mondo in cui la figlia dovrà crescere, un mondo che “è quel che è” e che lui cerca di cambiare “ma cambiarlo è difficile“. Alla fine, tutto ciò che adesso gli sembra così difficile “sarà fin troppo semplice“, perché la vita donerà a lui e alla figlia tutti gli strumenti per crescere insieme, nel segno dell’amore.

La veste lunga: l’incapacità di un padre di proteggere una figlia

La veste lunga di Pirandello esce nel 1913 sulla rivista Noi e il mondo. Didì, la protagonista della novella, è solo una bambina quando viene costretta al matrimonio con un uomo ben trenta anni più grande di lei. Il matrimonio è stato combinato dal padre per evitare il fallimento economico della famiglia. Didì è orfana di madre e passa le sue giornate a giocare con le lunghe vesti che la defunta era solita indossare, ora custodite in una grossa cassapanca. Ed è proprio una di queste vesti che Didì sarà costretta ad indossare, al posto delle vesti che le lasciano scoperte le gambe, nel viaggio verso Zunica, per conoscere il suo futuro marito. Zunica, il paese di sogno della sua infanzia felice, è in realtà un arido paese dell’entroterra bucato dalle zolfare. Ma Didì non ci sta. Nella sua mente c’è il ricordo ossessivo della compagna di giochi, Rorò, morta pochi mesi dopo il suo matrimonio e sepolta con il vestito da sposa addosso. Mentre il padre e il fratello dormono durante il viaggio, Didì afferra il veleno, che il padre porta sempre con sé per problemi di cuore, e lo beve tutto in un sorso. Il suo corpicino di bambina, con quella veste lunga così fuori misura, arriva ormai inerte a Zunica, il paese della sua infanzia felice.

La denuncia di Pirandello si concentra qui sulla tragica condizione femminile in Sicilia, agli inizi del secolo scorso, ma soprattutto sull’assoluta incapacità della figura maschile di adempiere al proprio obbligo di proteggere la figlia nel delicatissimo passaggio dall’infanzia all’età adulta. Nel momento in cui la madre viene a mancare, Didì viene completamente lasciata sola da un padre che è capace di pensare unicamente al benessere economico della famiglia. L’indifferenza sua e dell’altra figura maschile della famiglia, Cocò, il fratello di Didì, è ben espressa nel sonno profondo che li attanaglia mentre la piccola si sta gettando nelle braccia della morte.

Il rapporto di Pirandello con sua figlia

Pirandello, prima di essere scrittore e drammaturgo, è anche lui padre. Con tutti e tre i figli, Fausto, Stefano e Lietta, intrattiene un rapporto strettissimo, ma il rapporto con Lietta ha un’importanza particolare. Maria Antonietta Portolano, la moglie di Pirandello, nel 1903, dopo l’allagamento di una zolfara, sprofonda in un’insanabile crisi psicologica. Le sue crisi paranoiche di gelosia si riversano soprattutto su Lietta, nata nel 1897, che nel 1916 tenta addirittura il suicidio. Pirandello prende in mano la situazione e decide di far internare la moglie in una casa di cura per malati psichiatrici, nel 1919, dove rimarrà fino alla sua morte. Lietta si stringe al padre e così scrive al fratello Stefano: “Papà, il nostro cuore e la nostra mente, quello che con l’esempio ci ha detto come si vive, secondo il dovere, che ha atteso un po’ di pace, un po’ di caldo, un po’ d’amore per tutti questi anni della sua vita […] avrà bisogno d’aiuto, e verranno i suoi giorni di fiacchezza, i giorni in cui avrà bisogno di tutto il nostro affetto e del poco di gioja che sapremo dargli.

La convivenza della figlia con Pirandello si scioglie nel 1921, quando Lietta sposa Manuel Aguirre, addetto militare alla legazione cilena in Italia. Pochi mesi dopo, il Cile si trova a dover limitare le spese per il personale all’estero e richiama in patria gli addetti militari. Lietta parte per Santiago del Cile nel 1922, lasciando in Pirandello un vuoto immenso, che così le descrive in una lettera: “La casa mi par vuota, come la vita mia. Bisogna che tu ritorni presto, Lillinetta mia piccola bella; se no, Papà tuo morrà d’angoscia. Non sto un minuto solo senza pensare a te […]. Non so proprio rassegnarmi, e temo che sarà sempre peggio con l’andare del tempo. Ho tanta paura che questo vuoto si faccia sempre più profondo e che alla fine m’inghiotta.”

 

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