Cos’è l’effetto spettatore? Scopriamolo col caso dell’omicidio di Kitty Genovese

Kitty Genovese, la donna tragicamente uccisa il cui omicidio ha definito l'”effetto spettatore” in psicologia sociale. 

Visualizza immagine di origine Una scena tratta dal documentario “The Witness”, prodotto da uno dei fratelli di Kitty, il quale investiga l’assassinio di sua sorella.

kitty genovese – Bing images

Se avete mai seguito un corso introduttivo di psicologia o avete letto un qualsiasi libro di psicologia, è probabile che abbiate incontrato il termine “effetto spettatore”; quest’ultimo è stato coniato dopo il brutale omicidio di Kitty Genovese (1964), occasione in cui fu riferito che 38 passanti avessero assistito o sentito l’aggressione, ma si fossero affidati ad altri per intervenire o chiamare la polizia.

Anche se in seguito è stato rivelato che il numero degli astanti era probabilmente molto inferiore a quello sconcertante riportato inizialmente dal New York Times, la storia di Genovese, la cui eredità continua a vivere nella cultura popolare moderna, è tutt’ora l’emblematica rappresentazione di questo fenomeno.

KITTY GENOVESE: UNA BREVE BIOGRAFIA DI CONTESTUALIZZAZIONE DI QUESTO TRAGICO CASO DI CRONACA NERA

Catherine Susan “Kitty” Genovese nacque il 7 luglio 1935 a Brooklyn, New York, da genitori italo-americani.

Da adolescente, Kitty frequentò la Prospect Heights High School, una scuola per sole ragazze, nella quale si distinse nelle lezioni di inglese e di musica e fu eletta “Class Cut-Up” tra i 712 studenti che si diplomarono.

Nel 1954, sua madre fu testimone di un orribile omicidio che spinse la famiglia a trasferirsi dalla città a New Canaan, nel Connecticut. Genovese, appena diplomata, decise di non seguire la famiglia in periferia e rimase in città con i nonni per prepararsi al suo imminente matrimonio con Rocco Anthony Fazzolare. Fazzolare, ufficiale dell’esercito e ingegnere, frequentò Genovese mentre lui era al college e lei al liceo; anche se la coppia si sposò il 31 ottobre 1954, il matrimonio fu presto annullato e i due divorziarono nel 1956.

Alla fine degli anni Cinquanta, Kitty si trasferì in un appartamento tutto suo a Brooklyn e iniziò a lavorare come barista, dopo aver lasciato il suo precedente lavoro di segretaria.

Tuttavia, nell’agosto del 1961, Genovese fu arrestata per allibramento: lei e la sua amica, Dee Guarnieri, avevano accettato scommesse sulle corse dei cavalli dagli avventori del bar e furono multate di 50 dollari. Kitty era una persona caparbia e laboriosa, così trovò presto lavoro all’Ev’s Eleventh Hour Bar di Hollis, nel Queens, del quale divenne successivamente proprietaria. Il suo carattere estroverso e affabile, grazie al quale intratteneva i clienti, si riflesse anche sul suo stipendio (guadagnava circa 750 dollari al mese, che oggi corrispondono a circa 6.800 dollari al mese), e risparmiava questi soldi per realizzare il suo sogno di aprire un ristorante italiano tutto suo.

Il 13 marzo 1963, Kitty incontrò Mary Ann Zielonko allo Swing Rendezvous, un gay bar frequentato da donne omosessuali nel Greenwich Village; le due si innamorarono subito l’una dell’altra e, in breve tempo, decisero di andare a convivere alla Long Island Railroad a Kew Gardens, nel Queens.

All’epoca dell’accoltellamento, che si rivelerà fatale per Kitty, l’omosessualità era illegale nello Stato di New York, in cui ella viveva, e lo resterà fino al 1980. I rapporti sessuali e romantici che vedevano coinvolte due persone dello stesso sesso erano estremamente malvisti dalle forze dell’ordine e dall’opinione pubblica, al punto che le persone appartenenti a questa minoranza dovevano nascondersi, per timore di essere incarcerate. Kitty e Mary Ann, infatti, agli occhi dei vicini di casa, risultarono come “coinquiline”. Quest’aspetto ricopre un’importanza notevole in questo tragico caso di cronaca nera perché, uno dei vicini di casa delle due ragazze, primo testimone del brutale omicidio nonché amico di Kitty, tarderà a chiamare i soccorsi (demandando questa azione ad altre persone), che avrebbero potuto salvarle la vita, perché lui stesso era omosessuale e aveva paura che la polizia lo scoprisse e, successivamente, finisse in galera.

Analizziamo ora il caso che è diventato emblematico dell'”effetto spettatore”.

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IL BRUTALE OMICIDIO DI KITTY GENOVESE

Intorno alle 2:30 del mattino del 13 marzo 1964, Kitty Genovese iniziò a guidare verso il suo appartamento di Kew Gardens, desiderosa di tornare a casa per vedere la sua ragazza in occasione del loro primo anniversario.

A un semaforo di Hoover Avenue, Genovese fu avvistata da Winston Moseley mentre era seduta nella sua auto parcheggiata. Moseley, un uomo di 29 anni che perforava schede di dati per un’azienda di macchine commerciali, aveva lasciato la moglie e i due figli addormentati nella loro casa di South Ozone Park, nel Queens, intorno all’una di notte; guidò per ore, con un coltello da caccia affilato in tasca, alla ricerca di una vittima e, proprio quando stava per arrendersi, individuò Kitty intorno alle 3 del mattino.

Dopo circa 45 minuti dall’uscita dal bar, Genovese arrivò a casa e parcheggiò l’auto in un vicolo a Kew Gardens, distante 30 metri rispetto al portone del suo palazzo. Nei pochi passi che le occorsero per dirigersi verso il complesso residenziale, Moseley uscì dal suo veicolo, che era parcheggiato a una fermata dell’autobus su Austin street; si avvicinò a Genovese con un coltello da caccia in mano e, mentre lei cercava di correre verso la facciata dell’edificio, la superò rapidamente e la pugnalò due volte alla schiena.

Alle tre del mattino, la zona era completamente desolata: la Franken’s Pharmacy e la Interlude Coffeehouse, un pub sotto l’appartamento di Kitty, che normalmente era aperto fino a tarda notte, erano chiusi e la maggior parte delle persone dormiva. Tuttavia, Robert Mozer, uno dei vicini di Genovese, si svegliò e vide la lotta che si svolgeva di sotto e cercò di intervenire dicendo: “Lasciate stare quella ragazza!”.

Rendendosi conto che i residenti si erano svegliati dopo che Genovese aveva urlato: “Oh mio Dio, mi ha accoltellato! Aiutatemi!” e nel timore di essere identificato, Moseley fuggì rapidamente dalla scena.

Kitty, nel frattempo, riuscì ad alzarsi in piedi, non avendo riportato ferite mortali, e cercò di raggiungere l’ingresso del suo edificio. Finalmente dentro, si accasciò nel vestibolo prima delle scale.

Nel frattempo, Moseley si allontanò, coprendosi il volto con un cappello a tesa larga, ma tornò 10 minuti dopo aver trovato Genovese, che giaceva a malapena cosciente in un corridoio sul retro dell’edificio. Ormai fuori dalla vista dei vicini o delle persone in strada, l’assassino accoltellò ripetutamente Kitty, prima di violentarla e rubarle circa 50 dollari.

Circa 30 minuti dopo che Moseley si avvicinò per la prima volta a Genovese, fuggì dalla scena, lasciandola priva di sensi, con uno dei seni squarciato; la giovane donna fu poi scoperta da Sophia Farrar, una sua cara amica, che la tenne in braccio fino all’arrivo di un’ambulanza.

Le registrazioni delle chiamate alla polizia non sono chiare, con diversi vicini che affermano di aver chiamato la polizia o di aver chiamato amici che hanno chiamato la polizia. Il dato che lascia esterrefatti è che diversi vicini di casa della vittima abbiano esitato a chiamare i soccorsi (passarono oltre dieci minuti dai primi accoltellamenti che furono inflitti alla giovane donna prima che Karl Ross, il primo che aveva avvertito i lamenti di Kitty, chiamasse la centrale di polizia più vicina) e, se fossero stati più risoluti, Kitty, probabilmente, sarebbe sopravvissuta alla brutale aggressione. Venne successivamente riferito che, alle 4:15, Genovese fu prelevata da un’ambulanza. Le ferite da taglio si rivelarono fatali e Kitty è morta prima di arrivare al Queens General Hospital. Fu sepolta tre giorni dopo nel cimitero di Lakeview a New Canaan, nel Connecticut, dove si erano trasferiti i suoi genitori, i quali non vollero avere alcun contatto con Mary Ann, la fidanzata di loro figlia, nemmeno in occasione del suo funerale, esprimendole la loro vicinanza per la perdita della sua amata.

L’EFFETTO SPETTATORE: IL FENOMENO DI PSICOLOGIA SOCIALE STUDIATO INIZIALMENTE GRAZIE AL CASO DI KITTY

Sebbene sia stato stabilito che 38 testimoni siano una sovrastima del numero di persone che erano effettivamente a conoscenza del fatto che Moseley stava attaccando Kitty, questo raccapricciante attacco continua a rappresentare un fenomeno psicologico comune: l’effetto spettatore.

Questo concetto si riferisce alla tendenza a essere meno propensi ad assistere una vittima quando sono presenti altre persone; può essere difficile sapere come agire in una situazione di alta pressione in cui un individuo sembra essere in pericolo.

Per guidare il corso dell’azione, gli psicologi hanno elaborato diversi modelli decisionali di intervento da parte degli astanti, ovvero coloro che si trovano in un determinato luogo, per caso o per motivi precisi. Secondo gli psicologi sociali John Darley e Bibb Latane (1968), i pionieri della ricerca empirica su questo effetto, uno spettatore passa attraverso un processo decisionale in cinque fasi prima di intervenire in una situazione di emergenza; esse sono: 1) accorgersi che qualcosa non va; 2) definire la situazione come un’emergenza; 3) decidere se si è personalmente responsabili di agire; 4) scegliere come aiutare; 5) attuare il comportamento di aiuto scelto.

Un altro modello decisionale è la comune analisi costi-benefici: in questo caso, gli astanti soppesano i costi e i benefici dell’aiuto alla vittima, giustificando la loro decisione in base a quale corso d’azione fornirà il miglior risultato per loro stessi (Blagg, 2019).

Ci sono anche diversi fattori che influenzano l’entità dell’effetto astante. La misura in cui la situazione viene etichettata come emergenza influisce sulla probabilità che un individuo agisca.

In uno studio condotto da Latane (1970), uno studente chiese ai partecipanti di una condizione se potevano dare un centesimo e ai partecipanti di un’altra condizione se potevano dare un centesimo perché gli era stato rubato il portafoglio. Solo il 34% delle persone a cui è stato chiesto semplicemente di dare un centesimo lo ha fatto, ma il 72% delle persone lo ha fatto quando è stata fornita una spiegazione. Un altro studio che ha raccolto dati dai funzionari del pronto soccorso ha rivelato che la risposta degli astanti era direttamente correlata alla gravità della situazione sanitaria (Faul et al., 2016).

L’insieme di questi studi dimostra che, quando una situazione è percepita come particolarmente minacciosa o insolita, l’intervento degli astanti è più probabile. Un altro fattore che contribuisce alla gravità dell’effetto spettatore è l’appartenenza al gruppo: in altre parole, anche se quando il numero di astanti aumenta, l’effetto aumenta, quando la vittima appartiene allo stesso gruppo di un individuo, è più probabile che agisca (Rutkowski et al., 1983).

Questi sono solo due dei molti fattori che possono influire sulla misura in cui si verifica l’effetto spettatore.

In definitiva, è importante cercare di prevenire i fattori che ostacolano la probabilità di un individuo di intervenire in una situazione di pericolo.

 

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