Cos’è la felicità? Cerchiamo le risposte in Leopardi e “Into the wild”

Come è affrontato il tema della felicità in Leopardi e nel film diretto da Sean Pen, basato sul libro di Jon Krakauer.

Cos’è la felicità? Siamo davvero in grado di essere felici? Leopardi e Christopher, o meglio Alex, cercano di risponderci.

Cos’è la felicità?

La felicità è stata, e probabilmente sarà sempre, l’eterna chimera dell’uomo, ciò a cui tutti aspirano ma che sembra tanto più labile quanto più ci avviciniamo ad essa.Nell’iconografia comune la felicità è spesso rappresentata come un tramonto in un campo fiorito, ma non è possibile ridurre un concetto così complicato a un semplice quadro idillico. Il tema della felicità è un tema centrale nell’uomo, tanto da essere stato sviscerato in campo di letteratura, filosofia, musica, o anche da semplici riflessioni personali.

Fin dagli albori, l’uomo ha perseguito la felicità facendo tutto ciò che fosse in grado per ottenerla, ma spesso con scarsi risultati e, dalla nascita della società moderna la situazione, purtroppo, tende a peggiorare. Nonostante stiamo vivendo a tutti gli effetti quello che è il massimo sviluppo tecnologico della specie umana e lo standard della qualità della vita sia ai massimi storici, o almeno per i Paesi del primo Mondo, la felicità non sembra allinearsi a questo sviluppo, ma al contrario, i casi di depressione diagnosticati sono in costante aumento, tanto da spingere l’OSM a dichiarare lo stato di emergenza: secondo l’organizzazione mondiale per la sanità, infatti, una persona su sei sarebbe affetta da depressione.

La costante ricerca di felicità non fa altro che alimentare la macchina infernale del consumismo che ormai dilaga imperante, i beni materiali ci forniscono una felicità istantanea ma effimera, un piacere destinato a spegnersi in breve tempo e che quindi ci spinge a replicarlo semplicemente acquistando ancora e ancora, non a caso Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, è attualmente la persona più ricca della storia. Siamo perennemente insoddisfatti. L’insoddisfazione umana è un’arma a doppio taglio, forse un lascito dell’uomo primitivo, un meccanismo che ci permettesse di sopravvivere, che da un lato ci spinge a migliorare ma dall’altro ci rende costantemente infelici. Il nostro cervello è sempre alla ricerca di nuovi stimoli e nuovi modi per ottenere la felicità, lo dimostrano i social network, che nella loro stessa struttura intrinseca dinamica non  fanno altro che dispensare felicità in dosi esigue ma a rilascio prolungato, motivo per cui ci sarebbe difficile o addirittura impossibile privarcene. Quello che facciamo a livello microscopico sui social, avviene a livello macroscopico nelle nostre vite, nelle scelte che compiamo, negli obbiettivi che ci poniamo, tutto sembra finalizzato a una felicità futura, ma una volta raggiunti gli obbiettivi preposti che ci sembravano coincidere con una felicità solida ecco che questa, dopo un’iniziale parvenza di ottenimento, inizia ad affievolirsi sempre più fino a dileguare la sua fiamma, ed ecco come la felicità si conferma come la linea dell’orizzonte che rimane sempre immobile nonostante ci muoviamo costantemente verso di essa.

Non a caso Montale affermava:

  “L’uomo coltiva la propria infelicità per avere il gusto di combatterla a piccole dosi. Essere sempre infelici, ma non troppo, è condizione sine qua non di piccole e intermittenti felicità”

Il viaggio di Alex

Che il problema della felicità fosse profondamente legato alla società consumistica e capitalistica lo aveva capito Christopher McCandless. Il ragazzo, che ha ispirato prima il libro di Krakauer e successivamente il film di Sean Pen, si era stancato del macigno di aspettative sociali e della concezione tutt’altro che genuina che la società americana faceva e continua a far coincidere con l’idea di felicità, una felicità che collima con il successo, la carriera, lo status sociale. La ricetta di felicità di Chris non ha spazio per questi ingredienti che sostituisce invece con vere esperienze, pura natura, libertà, ribellione, adrenalina e contemplazione che si alternano magistralmente, tutto condensato nel suo viaggio, un viaggio catartico verso l’Alaska, terra desolata, estrema, dove la straordinaria forza della natura l’ha avuta vinta sul progresso dell’uomo, una terra incontaminata dalle false convenzioni e convinzioni fuorvianti che l’uomo persegue ciecamente e quindi pura. Chris, poi cambierà simbolicamente il suo nome in Alex, come se volesse spogliarsi dall’identità, l’ultimo sedimento residuo che lo legava alla sua vecchia vita immersa in un sistema che rigetta e che è a lui incomprensibile.

La felicità secondo Leopardi

Nonostante sia sempre stato dipinto come il poeta depresso  per eccellenza, come un individuo troppo debole per sopportare le incombenze della vita costretto a rifugiarsi nella solitudine e nello studio per fuggirle, Leopardi è esattamente l’opposto. Dietro al suo gracile corpo, e alla interminabile lista di malattie che lo affliggono nel corso della sua vita Leopardi cela una resilienza vitale, un piacere della scoperta e della conoscenza che eludono l’umana comprensione. Il tema della felicità era molto caro a Giacomo, che ne fa quasi un cardine del suo pensiero. Secondo Leopardi, tuttavia, la felicità a cui aspira l’uomo, cioè quella che perdura nel tempo e nello spazio non è realizzabile, per il poeta di Recanati questa impossibilità nasce dal contrasto fra il fine ultimo dell’uomo, ovvero la felicità, e quello della natura, ovvero la prosecuzione della vita e delle specie, e questo non può che minare lo stato di felicità dell’uomo.

La grande innovazione di Leopardi consiste nella scoperta che la felicità esiste solo nel passato e nel futuro, che spiega percettibilmente quello stato di inconsistenza della felicità e quindi l’impossibilità di una sua estensione temporale. Difatti, la felicità non esiste come un elemento autonomo ma come cambiamento di stato, pertanto non potrebbe esistere senza il suo opposto. L’autore identifica la felicità come “Quiete dopo la tempesta” quindi come cessazione di un dolore preesistente, o come attesa di un piacere futuro; in entrambi i casi la felicità non si svolge e non si realizza mai nel presente in modo univoco ma solo in funzione a un evento passato o a una speranza futura.

L’errore dell’uomo, secondo il poeta, nascerebbe da un equivoco: la nostra indole ingenita tende a desiderare un piacere che sia illimitato, concreto, ma quello che l’uomo di fatto ottiene, nel suo arzigogolato viaggio alla ricerca della felicità, non è altro che un piacere circoscritto, labile, destinato a perire, lasciando soltanto un’amara insoddisfazione poiché il desiderio resta inappagato.

Tuttavia Leopardi riesce a trovare una scappatoia, una via di fuga all’eterna infelicità a cui sembriamo inesorabilmente destinati. La soluzione, che trova la sua massima esplicazione nella poesia “ La Ginestra” non potrebbe essere più semplice: per spezzare l’angosciosa catena della malinconia, non dovremmo far altro che crearne una a nostra volta, una catena solidale, come viene definita dallo stesso Leopardi. Il mondo d’altronde, è già stracolmo di sofferenza  di per sè, è quindi preferibile evitare di rincararne la dose. Solo praticando quotidianamente una  solidarietà disinteressata potremmo prosperare rigogliosi anche circondati dall’aridità, proprio come il fiore del deserto che dà il titolo a uno dei capolavori della poetica mondiale.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: