La comunità di pratica è una teoria dell’apprendimento che vede il coinvolgimento nella pratica sociale come il processo fondamentale attraverso cui impariamo.

L’unità primaria di analisi non è né l’individuo né l’istituzione sociale, ma quella “comunità operativa” formata da persone che svolgono delle attività in comune in un certo arco di tempo.
Nata dalla mera osservazione di gruppi autogestiti con grande scambio di conoscenza pratica lavorativa, la Comunità di Pratica, teorizzata da Wenger, è stata teorizzata nel 1995 ma è nell’ultimo decennio che si sta dilagando tra le organizzazioni Italiane ed estere.
In cosa consiste la comunità di pratica?
Le comunità di pratica sono gruppi sociali aventi l’obiettivo di produrre conoscenza organizzata dove ogni membro ha libero accesso.
Essa è perfettamente in linea con i principi dell’apprendimento a 360° come in contrasto con quello, pedagogico, dell’insegnamento classico.
In queste comunità, gli individui mirano ad un apprendimento continuo attraverso la consapevolezza delle proprie conoscenze e di quelle degli altri.
Non è presente, di solito, una gerarchia esplicita, e i ruoli vengono assunti in base alle competenze ed ai bisogni degli individui.
Quando essa si presenta automaticamente, come da definizione, la possibilità e la capacità di apprendimento pratico lavorativo è altissimo per tutti i componenti.
Il problema nasce quando, per ricrearla all’interno di contesti organizzativi al fine di trasmettere una qualsiasi conoscenza, si inserisce troppo “artificio” a tal punto da snaturarla e perdere la sua forza.

Due prospettive della comunità di pratica
Sull’onda del successo dei contributi legati a questo indirizzo interpretativo si sono sviluppati almeno tre varianti di questa prospettiva.
La prima prospettiva postula la possibilità di progettare una comunità di pratica con modalità molto simili alle tecniche ingegneristiche della progettazione organizzativa. L’interesse e l’enfasi progettuale si concentrano sull’elaborazione di configurazioni ideali, contesti, modelli e strumenti per la facilitazione dei processi di apprendimento. Di tutte e tre è la prospettiva tecnologicamente più avanzata, difatti dispone di strumentazione tecnologica online di alto livello capace di facilitare anche le interazioni a distanza.
La seconda prospettiva la potremmo definire metodologica, ovvero quella che si è sviluppata dalla di Wenger (autore del libro più famoso sulla comunità di pratica), concepisce l’intervento come azione orientata ad evitare l’indebolimento nel tempo della vitalità delle relazioni e delle dinamiche proprie della CdP. Come metafora potremmo dire che il formatore e i formandi sono in relazione come un contadino e la pianta da coltivare e curare.
Wenger individua 6 fasi di sviluppo della CdP, dalla fase potenziale fino alla trasformazione
- Prima fase – scoperta della comunità potenziale e inizio stesura di un progetto preliminare;
- Seconda fase – inizio della crescita (o coalescenza) dove l’unione dei membri si consolida con lo sviluppo di relazioni e di fiducia basate sul valore della condivisione di esperienza rispetto al campo tematico;
- Terza fase – maturità. In questa fase il gruppo scopre di avere un’identità e un alta entitatività (viene percepito come unità unica dall’esterno) e inizia a chiedersi che ruolo abbia all’interno della comunità;
- Quarta fase – gestione delle conoscenze acquisite, con attenzione particolare alle relazioni interne ed ai confini del gruppo;
- Quinta fase – trasformazione e, spesso, indebolimento. Iniziano a venire meno gli elementi coesivi, lo slancio, l’interesse e il piacere di gruppo.
- Fase finale: scioglimento o istituzionalizzazione. Il gruppo si scoglie oppure diventa un’unità organizzativa formalizzata.

La terza prospettiva di Lipari
La prospettiva di Lipari, invece, vede il conduttore della comunità di pratica come una persona che si prende cura di un gruppo.
L’impegno relazionale di colui che ha cura di una CdP si esprime attraverso la disponibilità ad accettare gli eventi di cui sono protagonisti gli attori senza mai tentare di influenzarli.
La potremmo definire “neutralità metodologica“.
Prendersi cura, in questo caso, significa promuovere occasioni riflessive in modo da spronare i partecipanti ad essere consapevoli del proprio apprendimento proponendo e sperimentando.
Il ricorrere a manuali, secondo questa prospettiva, è piuttosto sconsigliato, poiché il prendersi cura non è riconducibile a operazioni predeterminate.
Quello che serve per condurre una CdP sono spiccate competenze relazionali, capacità di ascolto, di ricerca e di analisi, oltre a vere e proprie capacità maieutiche.
Per maieutica indentiamo il metodo pedagogico socratico fondato sulla partecipazione attiva del soggetto.

I 3 elementi costitutivi e i 7 principi della CdP
I 3 elementi costitutivi della CdP sono:
- un Campo tematico, ovvero un terreno comune dove vi è un senso di identità condivisa, che serve a struttirare l’identità, i valori e gli obiettivi dei suoi membri.
- una Comunità, che fa da sfondo e da contesto sociale all’apprendimento in corso, è il luogo di costruzione della relazione di fiducia. Obiettivo della relazione è creare rispetto, ascolto reciproco e condivisione di idee.
- una vera e propria Pratica, ovvero un insieme di idee, strumenti, informazioni, stili comunicativi, linguaggi e storie condiviso dai membri della comunità.
Mentre i 7 principi dietro ai quali si può creare una comunità di pratica sono:
- La progettazione di un’evoluzione attraverso cambiamento e apprendimento implicito
- L’apertura ad dialogo tra le prospettive interne e quelle esterne
- Favorire la partecipazione
- Sviluppare spazi di comunità sia pubblici che privati
- Concentrarsi sul valore delle persone e non sulle capacità
- Combinare esperienze familiari ed eventi inconsueti anche se considerati esterni al lavoro
- Dare ritmo alla comunità

La valutazione delle competenze
È possibile valutare e gestire il “sistema di conoscenza” di una CdP analizzando e descrivendo i canali attraverso cui essa scorre e crea valore.
Il sistema di conoscenza è basato su 2 processi che garantiscono la produzione e l’applicazione della conoscenza:
- un processo di sviluppo che raccoglie le risorse conoscitive e le trasforma in risorse conoscitive visibili e accessibili
- e un processo di applicazione che genera nuovi problemi dai quali hanno origine idee e approcci innovativi che possono essere elaborati in risorse conoscitive
Il valore che si genera dentro la comunità di pratica può essere valutato e gestito attraverso l’evidenza per aneddoti o storie.
Secondo gli assunti di Wenger, solo una storia può riuscire a descrivere le connessioni tra le attività, le risorse conoscitive e i risultati della performance.
La raccolta sistematica degli aneddoti per far emergere il valore è una prassi solita e comune.
Il processo valutazione, tuttavia, può essere messo in atto a patto che ci ponga domande costruttive e inerenti ai valori della CdP:
- Per chi è e per quale scopo si valuta?
- Quali e quante storie, quali e quanti dati statistici vanno raccolti?
- Quali indicatori ci permettono di leggere i dati?
- Come combiniamo i dati in un quadro di sintesi?
Il modo migliore per osservare e apprezzare il valore della conoscenza consiste nell’osservare come essa influenza i processi organizzativi.
Ergo, il risultato finale nudo e crudo, spesso e volentieri, è il metro di giudizio più valido.

Due esempi nel cinema: It e Stranger Things
Se vogliamo comprendere al meglio come si formi una comunità di pratica in maniera naturale possiamo sfruttare il cinema a nostro vantaggio.
Sia in It che in Stranger Things i bambini (e gli adulti) cooperano insieme in:
- un Campo tematico – la risoluzione del mistero
- una Comunità – le cittadine di Hawkins e Derry che fanno da sfondo e da contesto sociale all’apprendimento in corso
- una Pratica – le azioni e le storie di ognuno che contribuiscono non solo alla scoperta di nuove competenze ma sono anche necessarie per il naturale svolgimento della trama dove tutti beneficiano delle azioni positive messe in atto da ogni singolo personaggio
In entrambi i film ogni personaggio apprende, cresce, si sviluppa, evolve e impara agendo e osservando, proprio come in una comunità di pratica.