Cos’è il caso Regeni e perché è un simbolo dell sempre attuale lotta contro i regimi oppressivi .

Spesso, consideriamo terminata la guerra per la conquista degli ideali di libertà, uguaglianza e democrazia, dimenticando, invece, che le battaglie da combattere sono ancora molte

 

 

 

Giulio Regeni era un ragazzo di 28 anni. Dottorando italiano presso l’Università di Cambridge, stava scrivendo la sua tesi sul tema dei sindacati indipendenti in Egitto, motivo per cui venne ucciso nel 2016 dal regime di Al-Sisi.  Aleksandr Solzenicyn, scrittore russo premio nobel della letteratura che, a soli 23 anni, fu condannato al lavoro forzato nei gulag in Siberia per aver criticato Stalin in una lettera privata. Entrambi ci ricordano che troppo spesso, purtroppo, la libertà ha un caro prezzo da pagare.

 

IL CASO REGENI

Ragazzo; studente; rivoluzionario inconsapevole; vittima.

Queste sono le quattro parole che mi vengono in mente quando penso a Giulio. Era un ragazzo di soli 28 anni, non tanti di più rispetto a quanti ne abbia io ora. Studiava, voleva conseguire un dottorato di ricerca, e la sua passione lo ha spinto fino in Egitto, quel paese che, con il suo regime dittatoriale, si è indebitamente e impunemente preso possesso della sua giovane vita. A sua insaputa, Giulio è stato un rivoluzionario: sì, perché è stata proprio la sua ricerca accademica riguardante i movimenti sindacali indipendenti egiziani che, agli occhi del regime, lo ha fatto apparire come un pericoloso sovversivo, con l’intento di rovesciare il sistema attualmente costituito nel paese. E, infine, vittima. Giulio è una vittima sotto più punti di vista: lo è per quanto riguarda l’aspetto universitario, in quanto è dovuto essere lui, per mezzo di una ricerca accademica, a dover scoperchiare ed essere testimone degli atroci soprusi, abusi e delle torture che il regime compie nei confronti di chi, in qualche modo, viene considerato un oppositore politico. Questo non era compito suo. Il suo obbiettivo era quello di effettuare uno studio accademico su alcune tematiche per l’Università di Cambridge, non quello di far politica. Questo, forse, è l’aspetto che più mi fa rabbia in questa vicenda, perché quel ragazzo, quello studente, non ha scelto di mettere a rischio la sua vita per scendere in campo a combattere quella battaglia. Non ha scelto di lottare, no, Giulio voleva STUDIARE. Pertanto, trovo inammissibile che l’Università di Cambridge, considerata il punto di riferimento in termini d’eccellenza in tutta Europa, non abbia tutelato l’incolumità e la sicurezza di un suo studente. Poi, vi è il lato istituzionale, in quanto più volte è stata accesa la polemica da parte della famiglia Regeni che ha palesato sentimenti di delusione e abbandono nei confronti del governo italiano che, essendo la prima potenza europea in termini di accordi commerciali con l’Egitto, di fatto, incontra molte più difficoltà nell’ottenimento di giustizia e collaborazione da parte del governo estero, poiché le implicazioni economiche renderebbero più complicato un intervento netto e deciso, virando su approcci che, alla lunga, si rivelano forse eccessivamente diplomatici e che rischiano di far si che la vicenda perda la sua portata e rilevanza mediatica, venendo presto diluita.

Negli ultimi giorni, dopo ormai più di quattro anni dalla morte di Giulio, il governo egiziano ha restituito i suoi oggetti e documenti agli inquirenti italiani, “un gesto simbolico da parte di Al Sisi che ha assicurato la massima collaborazione”, come si legge nell’articolo di ieri de “La Repubblica”.

La data del vertice tra le due procure è fissata in data 1 luglio 2020, mi auguro fortemente che sia arrivato davvero il giorno in cui inizierà una collaborazione degna di questo nome, e che non sia l’ennesimo tentativo del governo egiziano di creare false piste per sviare gli inquirenti.

 

ALEKSANDR SOLZENICYN, UNO SCRITTORE PERSEGUITATO

Aleksandr Solzenicyn non è un degli autori più famosi che spesso siamo abituati a sentir nominare, ma in realtà è un personaggio molto significativo nel panorama letterario del ‘900, che ha scelto di scendere in campo e di lottare per gli ideali di libertà e uguaglianza, servendosi delle sue opere come arma per denunciare i terribili crimini commessi dal Comunismo di Stalin, come ad esempio l’orrore dei gulag, campi di concentramento sovietici di cui è tristemente noto l’utilizzo come strumento di repressione per gli oppositori politici. Fu qui che il giovane scrittore, all’età di soli 23 anni, venne condannato ad un periodo di reclusione in Siberia della durata di 8 anni, semplicemente perché fu intercettata una sua lettera privata in cui criticava Stalin. Dopo questo immenso lasso di tempo passato nei gulag, Solzenicyn non cessa di lottare per gli ideali di indipendenza, autonomia di pensiero e libertà che lo contraddistinguono, e pubblica alcune opere per denunciare quegli orrori: ‘Divisione Cancro’ e ‘Arcipelago Gulag’ , infatti, non sono solo testimonianze in cui l’autore racconta la sua esperienza personale, ma vi sono al loro interno i racconti di 277 ex prigionieri del regime comunista, con tutti i dettagli riguardanti la vita nei campi di lavoro, le repressioni più crude e i violenti interrogatori a cui questi venivano sottoposti.

Il suo lavoro gli valse, nel 1970, la candidatura e la conseguente vincita del Premio Nobel per la letteratura, un simbolo che riconosce e celebra l’importanza, ancora estremamente attuale, dell’importanza della continua lotta nel condannare sistemi repressivi e dittatoriali e di diffondere ideali democratici e egualitari.

 

LA LOTTA PER LA LIBERTÀ

Il collegamento di questa settimana, tra il caso del dottorando italiano Giulio Regeni e lo scrittore russo Aleksandr Solzenicyn può sembrare azzardato, ma in realtà il denominatore comune che lega queste due figure è che sono stati entrambi due simboli che sono stati coinvolti, in maniere drammaticamente differenti, nella lotta per contrastare le ingiustizie e le violenze commesse da regimi repressivi e totalitari, che costituiscono l’ossimoro della democrazia per eccellenza. Purtroppo è tristemente facile notare come, pur vivendo in due epoche che, anche se non sono troppo distanti a livello meramente temporale, lo dovrebbero essere per quanto riguarda il ‘periodo storico’, le dinamiche che ancora entrano in gioco siano simili. I sistemi basati sull’autoritarismo e che, di conseguenza,  limitano qualsiasi forma di libertà, da quella di pensiero, di opposizione a quella  di espressione, di culto ecc. sono tutti legati da un filo rosso che prescinde dal tempo e dallo spazio, che è quello costituito dai sentimenti di odio, paura e intolleranza. Purtroppo oggi è drammaticamente diffusa l’erronea consapevolezza di aver superato tutto questo, di essere andati oltre, di vivere nel ‘post’. Complice forse lo studio della Storia a scuola, dove si vede una realtà così vicina a noi come quella del Fascismo o del Nazismo debellate, o forse il fatto che ci sia più consapevolezza e si parli di più di questi temi , questi fattori hanno condotto in molti a credere che queste realtà non esistano più e che siano un po’ come il vaiolo, una malattia ormai quasi totalmente sconfitta, che non può più tornare. Purtroppo questa credenza è assolutamente sbagliata e lo vediamo nella vita di tutti i giorni, anche in Italia, in cui gli ideali democratici della tolleranza e del rispetto vacillano e scricchiolano a volte, tristemente sempre più frequentemente. Penso sia importante essere consapevoli di ciò, evitando così di dar per scontato gli ideali di libertà, uguaglianza e democrazia, poiché capendolo, siamo consapevoli che c’è ancora molta strada da fare, sia per mantenere ciò che è già stato conquistato ma soprattutto per essere pienamente coscienti che ancora oggi, nel 2020, non in tutto il mondo la battaglia contro i regimi oppressivi e totalitari è stata vinta e che c’è ancora un immenso bisogno di scendere in campo per riconquistarli e mantenerli.

 

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