Cos’è il bene? La storia di Lolita raccontata da Nabokov e da Stanley Kubrick

”Lolita” è quella storia che non ti aspetti perché arriva a toccare un tema del quale non si parla spesso. Un tema che è purtroppo, da sempre, una delle più grandi nefandezze dell’uomo, la pedofilia.

nabokov

Vladimir Nabokov, nel suo libro ”lolita”, ci presenta un personaggio che non ha le caratteristiche che ci aspetteremmo da un pedofilo. Un uomo elegante, avvenente, colto, un intellettuale, ma che nasconde dentro di sé un mostro. E forse l’aspetto mostruoso di quest’uomo risiede proprio nella sua lucidità, in quel suo livello di cultura così elevato che lo porta a conoscere perfettamente che cosa è il bene e cosa è il male. Ma evidentemente arriva a preferire il male, e ad usare la sua intelligenza per giustificarlo. Stanley Kubrick cercherà anche lui poi di dare vita alla storia di Lolita in uno dei suoi film più celebri. Ma partiamo da Nabokov

 

Lolita, Vladimir Nabokov

Io pensavo che mi ci sarebbero voluti mesi, forse anni, per trovare il coraggio di rivelarmi a Lolita; ma alle sei lei era completamente sveglia e alle sei e un quarto eravamo, tecnicamente, amanti. Sto per dirvi una cosa molto strana: fu lei a sedurre me. 

Humbert Humbert, un professore di letteratura francese, dopo un matrimonio andato male si trasferisce dalla Francia negli Stati Uniti. Viene ospitato da una donna che ha una figlia dodicenne di nome Dolores (Lolita è il diminutivo), della quale si innamora fin da subito.

La madre della ragazza però si innamora a sua volta del professore e lo pone davanti ad una scelta: o sposare lei oppure andarsene via. Humbert non riesce ad accettare di non poter vivere con Lolita, di esserle lontano e di non poter continuare quella relazione che almeno per il momento si inscena solo nella sua mente, e allora decide così di accettare in moglie la madre della sua amata.

Ma questo suo amore perverso, questa sua passione totalizzante, che prende vita con l’inchiostro in quelle carte nascoste in cassetti chiusi, viene scoperta dalla moglie, che decide di mandarlo via di casa. Ma un fatto sconvolge completamente tutto il corso della storia.

Infatti la moglie, mentre stava uscendo di casa, attraversa la strada correndo, senza accorgersi della macchina che a tutta velocità l’avrebbe travolta e uccisa, lasciando così la figlia nelle mani dell’unica persona che avrebbe potuto vegliare su di lei, Humbert. La fortuna in questo caso sembra allora voler volgere il suo sguardo verso il professore, il quale non perde tempo: si precipita al campeggio dove la ragazzina stava trascorrendo l’estate e ne prende letteralmente il possesso.

c’era un solo un pensiero nella mia mente e nel mio sangue e cioè la consapevolezza che di lì a qualche ora la tiepida, castana, mia, mia, mia Lolita sarebbe stata fra le mie braccia, e che con i miei baci avrei asciugato le sue lacrime più in fretta di quanto non potessero sgorgare.

Ciò che i due faranno dopo sarà un viaggio, in giro per gli Stati Uniti, senza una vera e propria meta, o meglio, una meta c’è, ma non è una meta fisica, non è un luogo geografico, ma è l’esaudimento di un desiderio, di un’ossessione.

La ragazzina viene definita una ninfetta, proprio a causa di quei suoi atteggiamenti interpretati da Humbert come provocanti, tendenti ad un qualche interesse di carattere sessuale nei suoi confronti.

Ne è un esempio questa frase che viene detta dalla ragazzina di ritorno dal campeggio:

<<Perché pensi che non ti voglia più bene, Lo?>>

<<Be’, non mi hai ancora dato un bacio, no?>>

Morendo dentro di me, gemendo dentro di me, adocchiai una banchina di dimensioni adatte e finii ballonzolando tra le erbacce. Ricordati che è solo una bambina, ricordati che è solo… 

Ma il libro è pieno zeppo poi di altre frasi, di atteggiamenti della ragazzina che in qualche modo infuocavano il già ardente desiderio dell’uomo.

Ma Humbert è deciso a non approfittare della ragazza, vuole che lei rimanga nella sua innocenza di bambina, o almeno è quello che pare volere nella prima parte del romanzo. Un attacco di coscienza il suo che in qualche modo sembra portare la ragione di un uomo a sottomettere un piacere così abietto.

No <<orribile>> non è la parola giusta. L’euforia che mi pervadeva al pensiero di nuove delizie non era orribile, ma patetica. Io la definisco patetica. Patetica… perché nonostante il fuoco insaziabile del mio appetito venereo avevo ogni intenzione di proteggere, con la più fervida determinazione e preveggenza, la purezza di quella bimba dodicenne.

Questo pensiero però cambia, ad un certo punto il desiderio prende il sopravvento. E quando ciò accade il narratore che è proprio Humbert comincia a trovare scuse, motivazioni, per cercare in qualche modo di spiegare razionalmente l’irrazionale.

Ne è un esempio la giustificazione storica che utilizza per il suo comportamento:

Nella nostra era illuminata non siamo circondati da fiorellini ancillari pronti a esser colti di sfuggita tra un lavoro e un lavacro, come accadeva ai tempi dei Romani; né usiamo, come facevano i compassati orientali in tempi ancor più lussuriosi, divertirci a poppa e a prua con piccoli intrattenitori fra il montone e il sorbetto di rose. Il fatto è che l’antico legame tra mondo adulto e mondo infantile è stato nettamente reciso da nuove usanze e nuove leggi. 

Continua dunque in tutto il libro a cercare giustificazioni, ad arrampicarsi sugli specchi per dare un motivo logico al suo comportamento. Lo scrittore qui ha il merito di essere riuscito con una tecnica, che quasi definirei dostoevskiana, a far immedesimare il lettore nel personaggio, a farglielo apprezzare, capire, comprendere, fino ad arrivare a quel punto dove tutto crolla, dove si è arrivati ad un parossismo dell’assurdo così spinto, che nessun uomo razionale può più giustificare Humbert. In questo libro insomma si attraversano tutti gli stadi del male, scambiandoli per bene e ad un certo punto quando non ci sono più scuse, quando gli escamotages per travestire il diavolo da angelo sono finiti, si precipita nella lucidità, nel raziocinio, e si capisce per quanto il male a volte possa essere perfido, soprattutto quando lo si scambia per il bene.

Ma tornando alla storia, per due anni Lolita sarà tenuta prigioniera dell’uomo, il quale la ricatterà sempre dicendole che se andrà dalla polizia a denunciarlo lei finirà in un orfanotrofio e non avrà più nessuno.

Ma ad un certo punto tutto cambia. Inizia ad andare in una scuola femminile e frequenta inoltre una scuola di teatro, dove incontra Quilty, un commediografo, che saputa la sua situazione la aiuterà a scappare da Humbert.

Quilty però, a sua volta, aveva interessi di altro genere, voleva portare la ragazza sulla strada della pornografia. Strada che però la giovanissima Lolita non aveva nessuna intenzione di intraprendere. L’esito allora è quasi ovvio: Quilty lascerà la ragazzina a se stessa e questa dovrà cominciare a vivere da sola.

Ma Humbert non è ancora scomparso dalla scena, infatti Lolita, appena si troverà incinta e con problemi economici, chiamerà il professore. Questi arriverà a casa sua, le chiederà di tornare con lui, ma avrà risposta negativa. Quando però la ragazzina gli racconta di ciò che è accaduto con Quilty, lui perde la testa e decide di ucciderlo.

In prigione inizierà a scrivere: ”Lolita o le confessioni di un maschio bianco etero”

scena del film di Kubrick

Stanley Kubrick

Stanley Kubrick è stato un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense, naturalizzato britannico.

Considerato uno dei più grandi cineasti della storia del cinema, vanta la vittoria solo di un premio Oscar per gli effetti speciali, vinto nel 1969 con il film ”2001: Odissea nello spazio”.

Non venne mai infatti premiato con degli Oscar inerenti al suo ruolo di regista, sceneggiatore, ebbe soltanto un Oscar per così dire tecnico.

Kubrick riuscì, nel corso della sua carriera, ad attraversare moltissime tematiche nei suoi film. La tematica della guerra, con Full Metal Jacket, il dramma con Lolita, la satira politica con il Dottor Stranamore, la fantascienza spaziale con 2001: Odissea nello spazio, la sociologia con Arancia Meccanica, l’horror con Shining e molti altri. Insomma un regista polivalente che riuscì a toccare molte tematiche nei suoi film.

Inoltre, si considerava anti-reazionario, anche se nutriva fortissimi dubbi sulla specie umana, infatti lo si può considerare un pessimista antropologico. Secondo lui infatti l’uomo non era un nobile selvaggio, ma un cattivo selvaggio, che non poteva autogovernarsi senza istituzioni. Questa concezione fu oggetto dei suoi film.

L’uomo non è un nobile selvaggio, è piuttosto un ignobile selvaggio. È irrazionale, brutale, debole e sciocco, incapace di essere obbiettivo verso qualunque cosa coinvolga i propri interessi. Questo, riassumendo. Sono interessato alla brutale e violenta natura dell’uomo perché è una sua vera rappresentazione. E ogni tentativo di creare istituzioni su una visione falsa della natura dell’uomo è probabilmente condannato al fallimento. 

Stanley Kubrick in azione

 

Lolita di Stanley Kubrick

Lolita è un film diretto nel 1962 da Stanley Kubrick ed è tratto dal libro di Nabokov.

La storia è la stessa del libro, ma ci sono alcuni particolari peculiari che Kubrick è riuscito a rappresentare sul grande schermo, per dare un’idea della storia di Lolita ancora più brutale, più meschina.

Ad esempio è interessante la rappresentazione di Humbert. Questi viene rappresentato come un uomo buono, ragionevole, quasi in linea col libro di Nabokov. Poi ad un certo punto l’uomo Humbert crolla. Crolla in uno stato di straniamento, quasi camusiano, che per tutto il film lo porta a sentirsi fuori da se stesso.

Ciò che lo caratterizza è questo bisogno costante di guardare, di guardare la ninfetta Lolita. Sembra infatti preda di una sorta di alienazione dal contesto in cui si trova, e soprattutto questo stato da sonnambulo lo porta a compiere tutte le sue nefandezze sulla ragazza, senza quasi chiedersene il perché. Va avanti insomma per inerzia.

Kubrick contattò per la prima volta Nabokov nel 1959, proponendogli la sceneggiatura di un film tratto dal suo libro. Il romanzo infatti in America aveva ricevuto un’accoglienza assai controversa, soprattutto per i riferimenti sessuali.

C’era chi addirittura commentava il rapporto tra Humbert e Lolita come il rapporto tra America e Europa, o viceversa.

In un primo momento Nabokov rifiutò, consapevole del fatto che l’opera sarebbe stata mutilata. Nel 1960 Kubrick però tornò alla carica e decise che Nabokov avrebbe scritto lui stesso le sceneggiature del film.

In sei mesi scrisse 400 pagine di sceneggiature, che però poi avrebbe ridotto per poter far durare il film un tempo ragionevole.

Kubrick però si adoperò per risistemare completamente le sceneggiature. Infatti Nabokov dirà che del suo lavoro se n’è salvato solo il venti per cento. Eppure dirà sempre di aver apprezzato il lavoro del regista, infatti dirà che il film è un capolavoro.

locandina del film

 

 

 

 

 

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