Amare una persona significa anche essere pronti a tutto per starle accanto. Il film di Baz Luhrmann e alcune novelle del Decameron ci offrono esempi di grandi gesti compiuti nel nome dell’amore.

L’amore spesso conduce a dire e fare cose apparentemente folli e senza senso, che mai si farebbero se non si fosse profondamente e indissolubilmente legati ad una persona. Non importa che questi gesti siano compiuti per conquistare una persona o quando già la relazione esiste: ciò che conta è che, da sempre, per amore di una persona siamo pronti a fare davvero qualsiasi cosa. Arriviamo a sacrificare ciò che abbiamo di più caro, cambiamo completamente vita, giungiamo persino all’abnegazione di noi stessi. Cose da pazzi, che una persona sana di mente non farebbe mai. Ma l’amore è una malattia, un’inguaribile malattia.

Cambiare per amore
La storia di Jay Gatsby è uno dei più importanti e significativi esempi di come si cambi completamente la propria vita per amore. Ciò che gli accade lo veniamo a sapere dal diario di Nick Carraway, che nel 1929 inizia a scrivere le sue memorie come terapia, in un ospedale psichiatrico. Allora torna indietro al 1922, quando aveva dovuto trasferirsi a Long Island per lavoro, in una località chiamata West Egg. La sua casa era accanto all’immensa villa di un misterioso personaggio, Jay Gatsby, la cui identità era sconosciuta. Non era un nobile di vecchio rango, non era un imprenditore conosciuto, non era una persona in vista: l’unica cosa che si sapeva di lui era che, ogni fine settimana, dava grandissime feste aperte a chiunque volesse partecipare.
Curiosamente ma non casualmente Nick (che presto fece amicizia con il suo vicino di casa) era cugino di Daisy Buchanan, facoltosa donna che abitava dall’altro lato della baia, a East Egg. Daisy era la vera, unica e sola ragione per cui Jay Gatsby faceva quello che faceva ed era diventato quello che tutti, più o meno, conoscevano. La sua identità era sconosciuta a tutti e anche il luogo da cui provenisse, perché sembrava essere spuntato come un fungo nella baia di Long Island, tanto che da tempo circolavano delle storie curiose sul suo conto. La verità era che lui nemmeno si chiamava Jay Gatsby: il vero nome era James Gatz, figlio di una famiglia povera e follemente innamorato di Daisy, con la quale aveva avuto una relazione sentimentale prima di dover partire per la Grande Guerra in Europa. Lui le aveva chiesto di aspettarla, dicendole che sarebbe tornato da lei subito dopo la fine del conflitto, ma, quando effettivamente lo fece, venne a sapere che Daisy si era sposata con il famoso e ricco atleta Tom Buchanan. Daisy dunque lo respinse, dicendogli di essere abituata ad un certo stile di vita che Tom le poteva dare e di essere innamorata del nuovo marito tanto quanto lo era di lui (cosa che poi ripeterà in un faccia a faccia durante una scena del film). Da quel momento, Gatsby decise di cambiare completamente.
Aveva bisogno di fare soldi velocemente e, per questo, diventò socio in affari di un boss della malavita newyorkese, Meyer Wolfsheim. A quel punto si arricchì velocemente con affari illegali e, convinto di aver raggiunto lo status sociale adatto a Daisy, iniziò a dare feste su feste, costosissime e affollatissime, nella speranza di impressionare la donna e di attirarla ad uno dei party. Tutta la sua vita, dopo la Prima Guerra Mondiale, aveva come unico orizzonte il volto amabile di Daisy, il pensiero fisso che aveva tenuto in vita Gatz durante ogni battaglia in cui era finito. Ha rinunciato alla sua identità, alla sua morale, ad una vita normale pur di impressionare l’unica donna che avesse mai amato, tanto da giungere ad assumersi la colpa dell’omicidio stradale in realtà commesso da lei. Gatsby era pronto a tutto per lei, ma nel modo sbagliato. Ha provato in ogni modo a riconquistare una donna che già era stata sua ma che, nelle relazioni, si è rivelata instabile, superficiale, opportunista in più di un caso. Il sentimento così forte e intenso di Gatsby, vagamente ricambiato da lei, ha condotto l’uomo a non curarsi più di nulla, ad abbandonare ogni cosa della sua vita precedente e a crearsi una nuova identità, con quell’unico, incantevole chiodo fisso.

Tutto quello che ho
Jay Gatsby (o James Gatz) si spende con ogni mezzo posseduto per fare colpo su Daisy, per dimostrarle di essere cambiato, adatto a lei, di amarla sul serio. E la sua vicenda assomiglia a quella dello sventurato Federigo degli Alberighi, protagonista della nona novella della quinta giornata del “Decameron” di Boccaccio, un’opera che di amore è impregnata in ogni pagina, in ogni fibra. Federigo era di nobile e ricca famiglia, ma poi è caduto in disgrazia. Il motivo? Si era innamorato di una donna, la nobile monna Giovanna, per la quale ha sperperato tutti i suoi averi in feste e balli pur di fare colpo, nonostante fosse già sposata e con un figlio.
Fu così che non venne mai ricambiato e la sua fortuna fu dilapidata, ma i sentimenti rimasero intatti. Quei sentimenti puri che appartenevano al mondo cortese tanto rimpianto ai tempi di Boccaccio, che leggeva di amori, di cavalieri, di lealtà e di affetti di profondissima ed elevatissima caratura. Avvenne che la donna rimase vedova e il figlio divenne cagionevole di salute, perciò essa decise di trasferirsi in un podere in campagna per aiutare il bambino a riprendersi in un posto dove l’aria fosse più salubre e pulita. Il podere dei due era proprio accanto a quello dove viveva, in povertà, proprio Federigo, che riusciva a procacciarsi di che vivere con l’unico preziosissimo bene che era riuscito a trattenere da quella vendita precipitosa di tutti i suoi averi: il suo abilissimo falcone, adatto alla caccia. Federigo, i cui sentimenti mai furono sopiti, prese a simpatia il figlio di monna Giovanna, il quale a sua volta ricambiava sì l’uomo, ma soprattutto stravedeva per quel bellissimo falcone, tanto da indurre la madre a recarsi dal vicino di podere per provare a comprare il rapace.
Consapevole dell’attrazione che lei esercitava su di lui, si fece invitare a pranzo. L’uomo, onorato e insieme trepidante per questa improvvisa richiesta, voleva a tutti i costi fare bella figura con la donna, ma le sue disponibilità economiche ormai non gli permettevano di preparare un pranzo degno di lei. Così, dopo essersi scervellato nel cercare una soluzione, alla fine decise di cucinare ciò che di più grande valore possedesse: il suo fidatissimo falcone. Era davvero l’ultima cosa che gli rimaneva, l’ultimo segno del suo vecchio retaggio nobiliare andato in fumo per una donna che mai lo aveva ricambiato, neanche un pochino. Ma per amore di quella donna, anche il falcone venne sacrificato, così che per lei Federigo spese davvero tutto quello che aveva. Quando poi l’equivoco venne sciolto, il dolore prese posto nel cuore di monna Giovanna, ma infinitamente più atroce fu quello che colse Federigo, quando seppe che aveva deluso la persona che amava pur avendole sacrificato come dono estremo il suo più fido compagno di vita.
Ogni azione di Federigo degli Alberighi, dall’inizio alla fine della novella, era votata a monna Giovanna, era fatta per lei. Anche il figlio della nobildonna era benvoluto da Federigo, che sicuramente avrebbe accettato di cedere il suo falcone al bambino pur di riscuotere una buona impressione, uno sguardo o un po’ di attenzione presso la madre. Si tratta di sacrifici, quelli fatti per amore, che possono anche essere pesanti e impegnativi ma che non risulteranno mai così infattibili perché dietro c’è un sentimento intensissimo, c’è una speranza, c’è un desiderio più grande di chiunque e di qualunque altra cosa. E, per come sono andate a finire le cose, il sacrificio doloroso non è stato vanificato: la donna, riconosciuta la sincerità di sentimenti di Federigo e incitata a trovarsi un nuovo marito da parte dei suoi fratelli, non ci pensò due volte e scelse di sposare quello spasimante che tutto, ma proprio tutto, aveva dato per lei.

Essere pronti a tutto
Dicevamo che il Decameron è un’opera ricchissima di vicende amorose e che, tra queste, ci sono davvero esempi di spirito di sacrificio encomiabile dettato dalla passione verso qualcuno. Su tutte la novella di Griselda, l’ultima del capolavoro boccacciano, vero e proprio paradigma di ciò che si arriva a fare per amore di qualcuno, anche se questo volesse dire sopportare impensabili privazioni.
D’altronde sopra abbiamo visto che Gatsby si assume la responsabilità dell’omicidio commesso da Daisy. Qui invece, stavolta con un esempio di amore virtuoso femminile, siamo di fronte ad una donna in grado di sopportare silenziosamente ogni genere di sopruso perpetrato da un marito, il marchese di Saluzzo, sadicamente mai pago nel testare la fedeltà della moglie. Lei, di origine povera e popolana, è avvezza fin da bambina all’obbedienza e alla sottomissione a persone nobili, ma ciò che conta davvero è il carattere di lei, virtuoso e innamorato anche quando ormai il suo rango è decisamente innalzato. Non fa una piega quando Gualtieri, il marchese suo marito, le dice di essere mal vista dalla corte e dal popolo; non fa una piega quando il marito le sottrae prima la figlia e poi il figlio, dicendole di aver ordinato la loro esecuzione capitale; non fa nemmeno una piega quando il marito la caccia e le intima di tornare alla sua umile fattoria perché lui ha intenzione di sposarsi con una donna di rango più elevato.
Soffre tanto dentro di sé, si sente umiliata e piange lacrime che gli altri non possono vedere perché la sua forza d’animo le nasconde dietro la montagna della sua fedeltà incondizionata. Quella stessa fedeltà che poi la ricompenserà, quando il marchese porrà fine al suo test estremo, con un rinnovato e pacifico matrimonio. Gualtieri, dopo la messa in scena finale delle seconde nozze, capisce che Griselda ha tutte le carte in regola per essere la moglie perfetta (con un tono lievemente maschilista in realtà, ma era la mentalità dell’epoca) e lei può finalmente vivere senza sofferenze accanto a quel marito che ha amato fin da subito, da quando è andato nella sua fattoria a chiedere la sua mano. Ha sopportato in silenzio ogni genere di sopruso, ha accettato sempre con il capo chino, anche di farsi da parte, sempre con umiltà, rigore morale e un grande amore verso quel marito che nemmeno per un momento, nonostante quello che le aveva fatto, è riuscita ad odiare. Mai ha tramato vendetta Griselda, solo ha sopportato fino al limite delle sue forze ciò a cui è stata sottoposta. Anche questo si fa per amore: sopportare, arrivare all’abnegazione di se stessi, farsi da parte se servisse. Perché amore è offrirsi all’altro, in tutto ciò che si è e in tutto ciò che si ha, mettendo in conto, purtroppo, che non sempre si è ricambiati allo stesso modo.