Cosa forma e cosa fa cambiare il nostro carattere? tra comportamenti adattivi e meccanismi di difesa

Come si sviluppano carattere e personalità? Cos’è realmente il carattere? Quali sono le cause e le concause che spronano il bambino a scegliere il SUO modo di esprimersi o viceversa quali sono quelle che lo ostacolano nella sua espressione più naturale?

 

Per rispondere a queste domande dobbiamo interpellare 5 personaggi fondamentali dello studio della personalità, dell’infante prima e dell’adulto poi, che sono Freud, Winnicot, Bowlby, Ainsworth e Naranjo.

Partiamo dalle basi

La prima teoria vera e propria sullo sviluppo dell’infante è del buon vecchio Sigmund Freud (come sempre) che, nonostante avesse intravisto solo uno degli agenti responsabili dello sviluppo del bambino, è sicuramente il primo ad aver avuto il grande merito di comprendere che la nevrosi era un fenomeno pressoché universale e che si trasmette di generazione in generazione, con l’espletamento della funzione genitoriale: oggi dire che il mondo è malato di mente è una banalità visto che si tratta di un fenomeno così evidente, ma all’epoca c’è voluto del coraggio

Per Freud la causa nevrotica prendeva forma attraverso l’aspetto libidico (desiderio sessuale) e la correlata frustrazione del bambino nel non poterlo esprimere nei confronti del genitore (principalmente del sesso opposto).

Nel successivo sviluppo della Teoria Freudiana psicoanalisti come William R. D. Fairbairn e Donald Winnicott concordano nell’affermare che l’origine della nevrosi debba essere ricercato nella funzione materna imperfetta, e in termini più generali, in certi problemi della funzione genitoriale.

Winnicot in particolare ha teorizzato il concetto della “Funzione di Holding” (letteralmente “sostegno”) ovvero la capacità della madre di fungere da contenitore delle angosce del bambino, la quale sa istintivamente quando intervenire dando amore al bambino e quando invece mettersi da parte nel momento in cui il bambino non ha bisogno di lei (per Winnicott “madre sufficientemente buona”).

Questa cura o non cura della madre nei confronti dell’infante permette al bambino di sviluppare due tipi di attaccamento: “sicuro” o “insicuro”. A dircelo è John Bowlby, medico psicologo inglese che, successivamente ad una collaborazione con l’OMS (1950), teorizza le fasi dello sviluppo dell’attaccamento.

Una sua allieva, Mary Ainsworth, sviluppò la teoria di Bowlby riuscendo a portare in laboratorio la Teoria dell’Attaccamento per poi scoprire, attraverso il “paradigma di ricerca della Strange Situation” (1969), la sequenza osservativa di attaccamento che lega il caregiver (colui che si prende cura) al bambino.

Gli stili di attaccamento che emergono durante una simulazione di separazione tra caregiver e bambino sono:

  • stile “sicuro“: il bambino si mostra angosciato al momento della separazione dalla madre, ma riprende a giocare poco dopo con uno sconosciuto certo del ritorno della madre.
  • stile “insicuro-evitante“: il bambino mostra uno scarso disagio al momento della separazione dalla madre, e la ignora anche al suo ritorno.
  • stile “insicuro-ambivalente“: il bambino è fortemente angosciato al momento della separazione dalla madre, ed è difficile o impossibile tranquillizzarlo, anche al momento del ricongiungimento.
  • stile “disorganizzato“: il bambino mette in atto comportamenti contraddittori e disorganizzati nella relazione: possono mostrarsi evitanti e, dunque, ignorare la madre al momento del ricongiungimento con lei, o ambivalenti, piangendo disperatamente al momento della separazione.

Questi chiari esempi prevederanno, con una precisione abbastanza attendibile almeno che non vi siano interventi mirati nel mentre, le tendenze caratteriali dell’adulto e le rispettive difficoltà (o meno) ad adattarsi alla società.

Tutto chiaro? Abbastanza direi, almeno che non ti sia soffermato su un concetto che ho citato ad inizio articolo ma che, molto probabilmente, avrai dato per scontato.

 

La Nevrosi

La Nevrosi può essere definita come una “scarsa capacità di adattamento al proprio ambiente, incapacità di cambiare i propri schemi di vita e incapacità di sviluppare una personalità più ricca, più complessa e più soddisfacente“.

Nonostante il termine non sia più comunemente utilizzato dalla comunità psichiatrica, essendo stato eliminato dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali nel 1980 con la pubblicazione del DSM III, è ancora usato nell’ICD-10.

Chi invece reinterpreta la visione “classica” di Nevrosi è Claudio Naranjo, psichiatra, psicoterapeuta e antropologo cileno morto lo scorso 19 luglio (2019).

Naranjo definisce la Nevrosi come una “radicata e indistruttibile interferenza con la vita istintuale” viva e presente in ogni essere umano (Freud la interpreterebbe come “conseguenza dell’evento traumatico”) che “prende vita” in un momento della nostra infanzia.

A causarla potrebbe essere un evento, come vorrebbe Freud, ma potrebbe anche essere una mancanza di nutrimento (emotivo) proveniente dall’ambiente familiare oppure semplicemente il momento in cui il bambino entra in relazione con la società esterna.

Questa, secondo Naranjo, viene controbilanciata dal nostro organismo attraverso una “Passione”, ovvero una pulsione (emotiva) motivata dalla carenza che sostituisce l’istinto rimosso.

Questa passione, una volta passata attraverso la nostra corteccia prefrontale (area del cervello adibita alle funzioni cognitive), si trasforma in “Fissazione”, che non è altro che un comportamento compensatorio che causerà, successivamente, una serie di comportamenti correlati.

Questa serie di comportamenti correlati daranno vita al Carattere (dal greco χαρασσω – scolpire) che secondo Naranjo non è altro che un “perdurare di una precoce strategia adattiva che lotta contro l’istinto e interferisce con la saggezza dell’organismo […] dal momento in cui vi è stato un contesto doloroso che le ha dato origine

Dopo una rigida e fissa reazione iniziale di emergenza il bambino quindi va in automatico con risposte a mano a mano sempre più obsolete che gli impediscono di in primis reagire creativamente e in secundis di consultare la mente nella sua totalità (reazione creativa che Nemo Nobody, personaggio del celebre Film Mr. Nobody, dopo aver visto di fronte a sé tutte le possibili vite che la separazione dei genitori gli comporterebbe, decide di prendere una “terza via”).

Quindi il carattere è solo un insieme di aspetti negativi?

Assolutamente no.

Ogni carattere possiede delle virtù indissolubili le quali possono essere coltivate e spronate.

Già il fatto di riconoscere la radice “traumatica” del nostro carattere ci permette di chiederci “ma è davvero questo quello che sono?” che è una domanda che, prima ti fai, meno ti sorprenderai di certe reazioni “istintive” che provengono dal nostro inconscio che non hai proprio modo di spiegarti ma con le quali prima o poi dovrai fare i conti.

Così facendo possiamo provare a sradicare quei subdoli meccanismi di difesa (sempre per citare Freud) che mettiamo in atto per sopravvivere all’aggressività e alla violenza della nostra società e cercare, per esempio con l’espressione artistica (come invece vorrebbe l’allievo Jung), a tirare fuori le nostre forze più grandi che, purtroppo e per fortuna, stanno nel profondo di ognuno di noi.

Una volta intrapreso questo viaggio dentro di sé non potremo che ammirare l’incredibile capacità umana di resistere alla violenza di certi agenti esterni che, troppo spesso, non possiamo evitare di subire, e percorrere questa vita alla volta de “la conoscenza di sé” esattamente come scritto sulla celebre frase impressa sul tempio di Apollo a Delfi: γνῶθι σεαυτόν (gnōthi seautón) – conosci te stesso.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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