Il mito è un racconto spesso irrealistico, da sempre utilizzato come metafora di valori della vita essenziali.

Come può un semplice racconto insegnarci delle lezioni di morale essenziali per vivere una vita autentica? Il Mito è la narrazione di particolari gesta compiute da dei, semidei, eroi e mostri. Esso può offrire una spiegazione di fenomeni naturali, legittimare pratiche rituali o istituzioni sociali e, rispondere alle grandi domande che gli uomini si pongono. Una caratteristica essenziale è che esso si sia diffuso ancor prima oralmente, e che si tramandi nella tradizione di un popolo.
Il mito di Orfeo ed Euridice e l’amore
Questo Mito racconta di una delle storie più commoventi e strazianti della Mitologia Greca.
Nasce dalla storia d’amore tra Orfeo, un poeta-musicista ed Euridice, una meravigliosa ninfa. Ogni creatura provava ammirazione per Orfeo, poiché con la sua lira era in grado di far innamorare chiunque lo ascoltasse. Euridice fu però l’unica in grado di affascinarlo. Aristeo mise però alla prova la loro felicità. Un giorno infatti, nel tentativo di sfuggire ad egli, Euridice scappa e inciampa in un serpente velenoso. Dopo pochi minuti, ella cadde in un sonno profondo. Alla fine, Orfeo impazzì dal dolore. Non riusciva ad immaginare la sua vita senza Euridice. Decise, così, di riprendersi a tutti i costi la sua amata. Scese negli inferi perrivolgersi ad Ade e Persefone, re e regina del mondo dei defunti. Il regno dei morti è molto pericoloso per un comune mortale come Orfeo, ma i due dei erano gli unici in grado di restituirgli l’amata Euridice. Persefone, intenerita dall’amore di Orfeo, permette all’innamorato di poter riavere l’amata ad una condizione. Durante il tragitto che avrebbe condotto entrambi fuori dall’Ade, Orfeo non avrebbe mai dovuto voltarsi per guardare Euridice. Euridice, che non era a conoscenza del patto tra Persefone e Orfeo, continua a chiamarlo con fare malinconico. Il giovane però, colmo di dolore, continua il percorso senza mai voltarsi indietro per non rischiare. Euridice, che era ancora dietro di lui, grida il suo nome impaurita, Orfeo credendo di avere già raggiunto il mondo dei vivi, si volta, rompendo così l’unica condizione da rispettare e vedendo Euridice scomparire per sempre. Orfeo pianse per ben sette lunghi mesi, continuando a suonare la sua lira tristemente. Successivamente, viene ucciso dalle donne dei Ciconi, infuriate per la fedeltà del giovane verso la sposa scomparsa. La testa di Orfeo viene separata dal suo corpo e gettata nel fiume Ebro. La sua testa, nonostante sia separata dal corpo, continua a cantare tristemente le canzoni e le poesie scritte per Euridice.
Il valore e la morale che questo Mito contiene è inestimabile, e viene per questo motivo considerato l’archetipo dell’amore e della fedeltà. Ciò che rappresenta l’amore al di là della morte, un amore che nessuno può permettersi di rovinare. Non il tempo, non la vita, non la morte.

Il mito della caverna e la conoscenza
“Il Mito della Caverna”, celeberrima allegoria presentata ne “La Repubblica” di Platone.
Platone, in un dialogo tra Socrate e Glaucone, immagina una scena ben precisa che da il via a questo mito. Immagina delle persone che vivono fin dall’infanzia rinchiuse in una caverna, incatenate strettamente da non poter girare la testa. La caverna ha un’apertura che dà sull’esterno, ma la gente che ci vive ha lo sguardo rivolto verso la parete in fondo, e non vede l’uscita. Alle spalle dei prigionieri, in alto e lontano da loro, c’è un fuoco acceso che fa luce. Fra il fuoco e i prigionieri c’è un muro, lungo e basso. Dietro al muro, altre persone tengono in mano degli oggetti (statuette di animali e di uomini e altri oggetti di ogni genere) e li fanno sporgere al di sopra del muro. La luce del fuoco proietta dunque le ombre degli oggetti sulla parete di fronte ai prigionieri. Quelle ombre sono le uniche cose che i prigionieri abbiano mai visto, costretti come sono a star lì fermi, senza potersi voltare. Quelle persone credono che le ombre siano oggetti reali. Per Socrate i prigionieri sono simili a noi. Anche noi abbiamo conosciuto solo ombre, proiezioni degli oggetti reali, perché gli oggetti veramente reali, le idee, non sono conosciuti come tali da tutti.
Ci vuole una buona educazione filosofica per uscire dalla caverna dell’opinione e accedere alla conoscenza e alla verità. Per mettere in dubbio ciò che ci viene presentato nella vita di tutti i giorni, ci occorre una sana dose di conoscenza critica, volontà e ricerca della verità autentica. Le ombre sono ovunque, l’importante è essere in grado di distinguerle alla luce del sole.

Il Mito di Perseo e Medusa e l’arte
Medusa era una delle tre gorgoni, figlie di Forco e Ceto. Ella era la più bella e anche l’unica mortale. La sua bellezza era tale da suscitare l’ammirazione degli dei e degli uomini. Si narra che Poseidone ne fu così ammaliato che finì per violentarla tra i marmi di un tempio dedicato ad Atena. La dea non tollerò tale profanazione e trasformò Medusa in un orribile mostro, come le sue sorelle. La dotò di mani di bronzo e zanne affilate. E trasformò i suoi bei capelli in serpenti. Dai suoi occhi usciva una luce terribile. Da allora, tutti quelli che l’avessero guardata in faccia sarebbero stati trasformati in pietra. Il re di Argo venne a conoscenza da un oracolo che suo nipote lo avrebbe ucciso. Per evitare il compimento della profezia, rinchiuse sua figlia Danae in una stanza sotterranea completamente rivestita di bronzo. Tuttavia, Zeus se ne innamorò e la fecondò trasformandosi in una pioggia dorata che penetrò nella stanza. Poco tempo dopo nacque Perseo. Il suo pianto avvertì il nonno dell’accaduto. Il re decise quindi di rinchiudere Danae e Perseo in un baule di legno e di gettarlo in mare. I due furono salvati e portati su un’isola. Perseo crebbe e divenne un bellissimo giovane. Per evitare il matrimonio della madre con un pretendente, promise di uccidere Medusa. Atena ed Hermes per via del vecchio rancore verso Medusa, si offrirono di aiutarlo. Armato, Perseo andò alla ricerca delle gorgoni. Una volta che le gorgoni si addormentarono, Perseo pose lo scudo splendente in modo che la faccia di Medusa vi si riflettesse sopra così da non doverla guardare in faccia. Quindi prese la falce e con un solo taglio la decapitò. Dal corpo di Medusa nacquero il cavallo Pegaso e il gigante Crisaore. da allora il giovane eroe usò la testa di Medusa, che non aveva perso il suo potere, per sconfiggere i suoi nemici. La teneva nella bisaccia e grazie a essa poteva affrontare mostri e nemici. Bastava estrarre il cranio di Medusa e, quando gli altri lo vedevano, si trasformavano in pietra.
Si dice che il mito di Medusa e Perseo sia legato simbolicamente all’arte. Lo scudo di Perseo rappresenta un modo indiretto per affrontare l’orrore. Ed è ciò che fa l’arte: riflettere. Ci permette di guardare l’orrore e allo stesso tempo impedisce che ne rimaniamo paralizzati. Con l’arte riusciamo a sconfiggere i nostri demoni interiori.
