Cosa potranno mai avere in comune il pius Aeneas e la banda criminale più famosa della Capitale? Roma, e la volontà di prenderla, con tutto ciò che ne consegue.

Attraverso l’ “Eneide” di Virgilio e la serie “Romanzo criminale”, scopriamo perché l’esperienza della conquista di Roma non sia così facile come possa sembrare.
ENEIDE
Scritta da Virgilio, è considerata una tra le più importanti opere del mondo classico che a suon di esametri, è stata in grado di raccontare la grandezza di Roma da tutta un’altra prospettiva. Poema italico per eccellenza, appena l’ “Eneide” comparve sulla scena riuscì sia ad eliminare la concorrenza latina del predecessore Ennio, sia ad immettersi nel dibattito epico squisitamente greco, con una classe tutta romana. L’opera raccogliendo l’eredità di autori come Omero, Nevio e Ennio, fissa il carattere di Roma a partire dal suo primo imperatore, il divo Augusto, figlio adottivo del grande Cesare, punta di diamante della Gens Iulia, la stirpe nata da Iulio (o Ascanio), figlio di Enea. È nella parentela tra il figlio di Venere e l’imperatore che viene ricercata ed individuata la base mitica destinata a caratterizzare la città di Roma, a tutti gli effetti “Tellus Veneris”, terra di Venere. Rispetto ai due poemi omerici, la novitas dell’opera virgiliana risiede proprio nella figura del protagonista: fino alla comparsa di Enea, non si era mai visto un eroe simile, pio e dedito ai suoi doveri a tal puto da abbandonare la sua amata pur di seguire i mandata (a lui ancora ignoti) delle divinità, rispettoso dei vincoli familiari e osservatore dei doveri nei confronti della patria, tutti elementi che caratterizzeranno la futura Caput Mundi. In nome di questi mosse una guerra ai Latini capeggiati da Turno e sposò Lavinia, portando a termine il suo compito e gettando le prime basi su cui nascerà la grande Roma, figlia di Venere e di Augusto.

ROMANZO CRIMINALE
Figlia della regia di Stefano Sollima ma basata sull’omonimo romanzo del giudice Giancarlo de Cataldo, la serie “romanzo criminale” ha portato per la prima volta sul piccolo schermo la storia della banda della Magliana. Andata in onda tra il 2008 e il 2010, la serie ha da subito riscosso un grande successo, divenendo un vero e proprio cult incentrato sulle vicende della banda più famosa di Roma che negli anni ‘70 ha terrorizzato la Capitale, stabilendo su di essa una qualche specie di dominio. Inizialmente i partecipanti riuscirono a farsi strada tra le numerose realtà criminali della città in autonomia ma, in un secondo momento, li vediamo legati a Cosa Nostra, alla camorra e, si dice, alle logge massoniche, tra tutte la P2. Da questi celebri legami, non poteva che derivare la notorietà tanto che il “Libanese” e i suoi, vengono ancora oggi considerati responsabili di alcuni tra gli episodi più discussi degli anni di piombo, come il caso Moro, l’omicidio del banchiere Roberto Calvi e le sparizioni di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. La banda, prima di dedicarsi ad azioni criminali per conto di terzi, agiva nel sottobosco romano, muovendosi tra spaccio, furto e sequestro di persona; proprio questi “reati da quattro soldi” però, hanno fatto nascere in loro la consapevolezza che dal minimo sforzo derivasse la massima resa. È quindi così che iniziò un’escalation criminale senza precedenti nella storia della Capitale, “presa” per qualche anno dalla banda della Magliana.
“PIAMOSE ROMA”
La valenza simbolica di Roma ha radici millenarie. In tutto il mondo si ricorda il celebre Impero Romano, il più grande mai visto dall’Occidente, la cui importanza non risiede solo nella storia ma anche nello schema di valori che ha permesso la fioritura di un Impero così solido e duraturo. A renderlo grande infatti, non è stata solo la maestria dei condottieri o la capacità di (alcuni) uomini di potere, ma anche il concetto di “romanitas”, incarnato ad esempio da Catone o Cicerone, per il quale tutto ciò che veniva fatto a Roma, era meglio per definizione. Si pensi ad esempio al lavoro di traduttore dell’arpinate che ha gareggiato con i modelli greci a tal punto da coniare nuovi lessemi per non inserire quelli stranieri; o a quello del Censore che educò il figlio Marco in casa per evitare che la sua vergine mente fosse corrotta da maestri greci. Insomma non solo “Italians do it better” ma “romani do it better”! Come dargli torto? Roma è una città unica nel suo genere, è stata teatro di alcuni tra gli eventi più importanti della storia mondiale, è un museo a cielo aperto e ha ispirato le menti più brillanti. Praticamente tutti gli artisti sono venuti a Roma perché ciò che ti lascia questa città, la meraviglia che si prova ne camminare sui suoi sanpietrini dissestati, non la si trova da nessuna parte. Ecco perché “Roma non ha un capo”: nella serie di Sollima, questa è una frase che viene ripetuta più volte. Non ha un capo perché è talmente grande, da riuscire a raccogliere tutto al suo interno,purtroppo, anche il male più assoluto. Non ha un capo perché è lei ad essere il capo che delega a qualcuno il potere. È quindi così che si viene a creare un’associazione per caratteri antitetici tra la Roma di Enea e quella del Freddo e del Libanese: la città è sempre la stessa, personificata, che sceglie chi mettere in primo piano e chi invece mandare via. Le due realtà sono opposte, esattamente come lo schema di valori che propongono ed è questo il punto cardine: il male a Roma è sempre esistito è sempre esisterà ma è la Città a deciderne gli spazi, a decidere quanto questo male possa allargare i suoi confini. Quando capisce che il limite è stato superato, interviene. Insomma,ci sarà un motivo se la stirpe di Enea è durata per secoli mentre la banda della Magliana solo qualche decennio!