Il Superuovo

“Coraline vuole il mare ma ha paura dell’acqua”: la filosofia incontra i Maneskin

“Coraline vuole il mare ma ha paura dell’acqua”: la filosofia incontra i Maneskin

Che cos’è la paura di vivere?

I Maneskin in concerto.

La rock band italiana ha ormai un successo planetario: prova ne è la recente apertura del concerto dei leggendari Rolling Stones. Nell’ultimo album, Teatro d’Ira, la canzone Coraline urla sentimenti e bisogni di una generazione. 

“Non potrà colpirti più niente” 

Nella “poesia” scritta dai Maneskin si cantano le emozioni di Coraline, “guerriera dal cuore zelante, capelli come rose rosse”: sarà capitato anche a voi, come a lei, di volere qualcosa senza possedere il coraggio di andarla a prendere? Di voler cambiare le cose, uscire dai propri incubi, ma trovare allo stesso tempo un riparo dentro di essi, in modo da non dover rischiare di uscire dalla propria bolla personale? 

A Coraline è stato detto “che in città c’è un castello, con mura talmente potenti che se ci vai a vivere dentro non potrà colpirti più niente”: così da poter vivere al riparo, al sicuro da tutto. Il problema è che la ragazza vorrebbe, nella sua testa, trovare una strada che la porti a sconfiggere i suoi mostri, ma lei “non riesce neanche a uscire da una misera porta”, e la gente non potrà che giudicarla come incapace, senza valore. Ma se Coraline avesse semplicemente paura di vivere? Di navigare senza certezze all’orizzonte? 

La paura dell’acqua 

Ci sono tanti modi di reagire alle sfide che la vita pone, ma spesso può succedere che sia lo stesso pensiero di mettersi in gioco, la stessa sensazione di “esporsi” e compiere delle scelte a causare disagio: secondo Kierkegaard questo sentimento è quello dell’angoscia, dovuto alla “vertigine” che il soggetto prova nei confronti delle infinite possibilità che la vita gli presenta, tanto che spesso si preferisce rimanere ai margini, nella propria “comfort zone”, anche se spesso si è consapevoli del fatto che tanto comoda  non è. Altrimenti Coraline non avrebbe voglia di urlare. Ma soprattutto, come scrivono i Maneskin: 

“Coraline vuole il mare ma ha paura dell’acqua”.

Secondo Kierkegaard è proprio la vastità dell’acqua e il timore che possa annegarla una volta immersa che le fa preferire di rimanere sulla riva: per cui, anche se vuole il mare, finisce per guardarlo da un obló. Coraline prova dolore, in fondo, perché in bilico fra la volontà di nuotare e il timore di affondare. 

Fonte: https://unsplash.com/@yoannboyer

Un cielo di carta 

Ma come può un carattere come quello di Coraline emergere in una società che di bussole per orientarsi ne dà poche, in un mondo che sta perdendo le sue certezze? Vengono in mente le parole scritte da Pirandello che sembrano predire, ne Il fu Mattia Pascal, la progressiva perdita di punti di riferimento per gli uomini. Se gli antichi ebbero un forte orizzonte di ideologie etiche e religiose nel quale orientarsi, come nella tragedia di Oreste che, forte delle sue certezze, per ragioni morali non si tira indietro dall’uccidere la propria madre, l’uomo moderno è invece simile ad Amleto: tentennante non solo nell’agire, ma persino nella considerazione di se stesso, indeciso anche riguardo al proprio “essere o non essere”. E così, Pirandello ci racconta di come in passato le persone vivessero sotto un cielo di carta (simbolo delle certezze e della luce che le grandi ideologie portavano con sé) grazie al quale, nel bene o nel male, ci si orientava: ma oggi, in quel cielo, non rimane che uno strappo, e il vuoto dietro di esso:

“Beate le marionette, […] su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà: nulla! E possono attendere bravamente e prender gusto alla loro commedia e amare e tener se stesse in considerazione e in pregio, senza soffrir mai vertigini o capogiri”.

Ma Coraline non è una marionetta, e sopra la sua testa quel cielo di carta non lo ha mai avuto, dovendo imparare ad affrontare quella “vertigine”, quella paura di navigare nell’incertezza che la paralizza. Nella canzone non c’è nessun principe azzurro che potrà salvarla e, per quanto egli possa prometterle “sarò vessillo, scudo o la tua spada d’argento”, lei continua a rimanere chiusa nella sua torre. Non è più dall’esterno che può arrivare un aiuto, quelle certezze che le mancano: perché è solo nella misura in cui lei riuscirà a cavarsela da sola, a costruire la propria strada, che potrà affrontare il buio. Perché, come dicono i Maneskin, “forse il mare è dentro di lei”: quel mare che la spaventa, ma che allo stesso tempo ha voglia di navigare: è solo trovando il coraggio di costruire la propria nave che “un giorno, una volta, lei ci riuscirà”.  

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