Conosci la casa di Nemo? Scopriamo insieme la bellezza delle grandi barriere coralline

Uno dei film d’animazione più belli dei nostri tempi è ambientato in uno dei luoghi più belli del nostro pianeta: le grandi barriere coralline. Cosa conosciamo, però, di questi ecosistemi? Quali sono gli impatti più evidenti che danneggiano questi posti meravigliosi?

 

Il viaggio del pesce pagliaccio Marlin alla ricerca di suo unico figlio, Nemo, ci porta a scoprire insieme a lui il magico mondo sottomarino, prevalentemente in mare aperto, o come viene chiamato nel film “Il Salto nel Blu” dove incontra creature amichevoli e ispidi pericoli. Ma l’obiettivo è quello di tornare a casa, ovvero, verso il reef corallino nel quale molte specie vivono. Perché questo ecosistema è la “casa” di così tante forme di vita diverse?

Luoghi dai mille colori

La storia di Nemo è ambientata in una delle più estese scogliere coralline del mondo, la Grande Barriera Corallina Australiana (The Great Barrier Reef), lo si capisce dal fatto che per cercare il figlioletto, il padre Marlin affronta il mare aperto insieme a Dory per poi ritrovarsi a… Sydney! E non sorprende che sia stato scelto questo luogo, uno dei più ricchi di biodiversità al mondo dove la scogliera corallina si estende per quasi 2000 Km della costa orientale australiana.

Le scogliere coralline si trovano in diverse aree del mondo, all’interno della fascia tropicale, dove le condizioni ambientali sono idonee alla funzionalità di questi sistemi: temperatura dell’acqua compresa tra 18°C e 35°C, ampia esposizione alla luce con acqua limpide e pochi sedimenti, salinità costante. Al di sotto dei 18°C le colonie non si sviluppano e muoiono, perciò non le troveremo mai al di fuori della fascia tropicali, come anche non le troveremo in queste stesse fasce dove ci sono apporti di acque profonde fredde (“upwelling”), come le coste peruviane, delle Galapagos o anche in Africa occidentale. Il luogo dove si concentrano maggiormente viene chiamato “Triangolo d’oro” situato nell’oceano Pacifico tra Filippine, Indonesia e Malesia, anche se una grande ricchezza di coralli è presente anche nel Mar Rosso.

Ciò che arricchisce questi luoghi, e li rende così colorati e attraenti per molti turisti e studiosi, è la ricchissima biodiversità che accolgono, forme di vita straordinarie e con adattamenti peculiari che interagiscono tra di loro e danno vita ad uno scenario dinamico e pieno di vita. Pesci, molluschi, crostacei, policheti, echinodermi oltre che organismi sessili come spugne, tunicati e cnidari, come gli stessi coralli, proliferano in questi luoghi trovando risorsa trofica e rifugio sicuro. Ad esempio, i pesci pagliaccio (fam. Pomacentridae), come Nemo, vivono all’interno di Anemoni di mare, grossi cnidari urticanti.

La concentrazione di biodiversità in queste fasce (si pensa che le scogliere coralline nel mondo ospitino circa il 25% di tutte le specie marine) è da attribuirsi forse alle funzioni che svolgono questi organismi: le fasce tropicali sono prevalentemente povere di nutrienti e con una produttività molto bassa, ma intorno alle scogliere la produzione primaria è molto più elevata, intorno a 1500/3000 g C/m2/anno, costruendo così strutturate reti trofiche. Questo aumento della produttività è dovuto ad una delle più importanti e funzionali interazioni simbiontiche tra organismi, quella tra i coralli madreporari e le zooxantelle.

Importanza delle scogliere coralline

I coralli che formano l’impalcatura principale delle barriere coralline sono Cnidari esacoralli, Madreporari o Sclerattinie, e vengono chiamati coralli ermatipici perché sono polipi in grado di depositare scheletro di carbonato di calcio sottoforma di aragonite, che rimarrà anche quando i polipi al loro interno moriranno. Vengono distinti così da quelli non ermatipici, o coralli molli che, anche se presenti nelle barriere, non depositano scheletro. All’interno delle cavità gastiche di questi polipi, che vivono prevalentemente in colonie anche molto grandi, si trovano le famose zooxantelle del genere Symbiodinum, ovvero microalghe dinoflagellate che hanno perduto il flagello, che svolgono la fotosintesi. Ed ecco spiegato perché necessitano di alta esposizione al sole, acque limpide e calde: perché sono le condizioni ottimali affinché le zooxantelle facciano fotosintesi e producano materiale organico.

Il vantaggio che traggono le zooxantelle è la corretta esposizione alla luce (i polipi ce la mettono tutta per portare le zooxantelle verso la luce), protezione all’interno del gastroderma del polipo e nutrienti di pronto utilizzo provenienti direttamente dagli scarti dei polipi, poiché, abbiamo detto, nelle fasce tropicali i nutrienti tendono a scarseggiare. Per i polipi è tutto di guadagnato: per questo servizio offerto alle zooxantelle vengono ripagati con materiale organico pronto all’uso (prevalentemente zuccheri e carboidrati complessi), senza doversi sforzare troppo nella ricerca del cibo nella colonna d’acqua, anche se alcuni polipi, soprattutto i più grandi dove le zooxantelle sono presenti in minor quantità, non perdono la loro capacità di cacciare plancton in sospensione servendosi delle nematocisti. Inoltre, le zooxantelle aumentano la capacità dei coralli ermatipici di depositare carbonato di calcio e quindi far crescere lo scheletro perché, attirando l’anidride carbonica utile alla fotosintesi, evitano che questa interferisca con il processo di formazione di ione carbonato.

Questa dinamica produttiva, insolita nelle fasce tropicali, attira molti organismi soprattutto detritivori che alimentano la catena trofica, attirando a loro volta piccoli predatori e grandi predatori. Inoltre, la continua formazione di biocostruzioni ad opera dei coralli e l’opera di consolidamento da parte di altri organismi biocostruttori come le alghe rosse, crea una e propria casa e rifugio per molte specie di organismi su queste impalcature biologiche.

I danni causati dall’uomo

Essendo dei luoghi meravigliosi e con una bellezza unica al mondo e una così elevata biodiversità, sarà riuscito l’uomo, almeno questa volta, a proteggere e non danneggiare questi ambienti? Purtroppo, la risposta è no. Negli ultimi anni soprattutto stiamo assistendo ad una moria sconvolgente di coralli, e ciò ne consegue, ovviamente, lo svuotamento delle aree anche da parte degli altri organismi, lasciando solo fondi desertici pieni di scheletri di coralli morti, dove prima c’erano paesaggi che pullulavano di vita.

Questi organismi sono estremamente fragili e oltre al danno meccanico che può essere causato o da tempeste naturali o da turisti maldestri, oppure da scarichi di inquinanti e sedimenti, c’è un enorme danno ambientale che non lascia scampo: i loro range di tolleranza per molti parametri ambientali sono molto stretti e basta anche solo che vari un parametro per stravolgere i loro delicati equilibri, soprattutto l’interazione con le zooxantelle.

Il danno più grande dunque, proviene dai cambiamenti climatici, e l’uomo ne è direttamente o indirettamente responsabile. Il primo luogo l’aumento delle temperature superficiali del mare a causa del riscaldamento globale: abbiamo visto che i coralli sotto i 18°C non sopravvivono, ma a temperature più altre di 35.40°C succede molto peggio, si sbiancano. Perché? Perché con l’aumento della temperatura il metabolismo delle zooxantelle accelera e potrebbero diventare dannose per il polipo che le ospita, il quale, in forma di difesa, le sputa fuori, sbiancandosi (sono le zooxantelle che conferiscono i vari colori ai coralli, essendo l’aragonite bianca). Senza le zooxantelle i polipi sopravvivono un po’ mangiando ciò che trovano, ma se non è sufficiente (quasi mai) muoiono. Inoltre, studi hanno dimostrato che questa reazione di rigetto delle zooxantelle è anche causata dalla presenza di sostanze chimiche rilasciate in mare presenti soprattutto nelle creme solari.

In secondo luogo, l’eccesso di anidride carbonica in atmosfera si traduce in un crescente assorbimento nell’oceano di questo gas che, sbilanciano gli equilibri chimici, porta all’aumento dell’acidificazione dell’oceano stesso. E i coralli? Sono depositori di carbonato di calcio, e abbiamo detto che la CO2 impedisce la corretta formazione del carbonato perché sposta gli equilibri ionici. Questo porta ad un arresto nella loro crescita e, nel peggiore dei casi, ad una disgregazione dello scheletro già formato.

Le azioni dell’uomo, anche legate al cambiamento climatico, stanno continuando a danneggiare anche questo ecosistema pieno di vita e di bellezza, portandolo a morire senza che si possa fare niente per rimediare. Le stime di scomparsa dei coralli nei prossimi anni, se il cambiamento continua ad avanzare, sono allarmanti, basti sol pensare che buona parte della stessa Grande Barriera Corallina Australiana è completamente sbiancata e sempre più polipi stanno morendo. In molte aree del mondo la proliferante barriera ora è una piana deserta e tristemente vuota, e forse in futuro vedremo sempre di più questi tristi scenari. Siamo sicuri di volere questo?

 

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