Il Superuovo

Con Romeo Montecchi, Lucia Mondella ed Ettore analizziamo i più celebri addii della letteratura mondiale

Con Romeo Montecchi, Lucia Mondella ed Ettore analizziamo i più celebri addii della letteratura mondiale

Tre dei più dolorosi addii della storia della letteratura mondiale, che, pur trattando il medesimo tema, sono caratterizzati da una tragicità differente, caratteristica dell’epoca che li ha composti.

Gli stati d’animo (II), Gli addii, 1912, Umberto Boccioni

Il momento di un addio non è mai facile, anche se la speranza di potersi ricongiungere non si è ancora totalmente estinta. Analizziamo tre addii molto distanti tra loro: quello di Giulietta e Romeo, che non potevano vivere l’una senza l’altro, quello di Lucia che saluta la sua città natale e quello del prode Ettore che non deve lasciarsi dominare dalle emozioni.

“IO MUOIO COSI’ CON UN BACIO”

A tutti, almeno una volta nella vita, è capitato di dire addio. E’ molto probabile che questo estremo saluto venga rivolto ad un corpo che non può più rispondere, ormai esanime, insensibile alle lacrime o alle parole. Se si parla di addii, quello che più facilmente si fa strada nella nostra memoria è quello tragico di Romeo e Giulietta: il giovane, credendo la sua novella sposa ormai deceduta, decide di togliersi la vita a sua volta per seguirla nel regno dell’Ade, ignaro del fatto che ella sia sotto l’effetto di un potentissimo sedativo capace di causare uno stato di morte apparente. Le ultime parole del giovane Montecchi prima di ingerire il veleno letale sono oggi divenute topiche della tragedia, e sono epilogo di una triste vicenda iniziata con il sangue versato di due famiglie rivali ed un amore proibito. “Occhi, guardatela per l’ultima volta; braccia, prendete il vostro ultimo abbraccio; e voi, labbra, voi che siete la porta del respiro, suggellate, con un leale bacio un contratto indefinito con la morte che tutto rapisce”.

Hailee Steinfeld e Douglas Booth in “Romeo and Juliet” di Carlo Carlei, 2013

“QUANTO E’ TRISTO IL PASSO DI CHI, CRESCIUTO TRA VOI, SE NE ALLONTANA”

Uno dei più celebri addii della letteratura italiana è rivolto al paese natale, ai monti, ai pascoli, ai torrenti che hanno visto crescere la giovane Lucia, protagonista del capolavoro manzoniano. Questo passo è da molti studiosi definito come “poesia in prosa” per la sua estrema liricità e per la descrizione idilliaca dei luoghi che la giovane coppia di sposi si trova ad abbandonare per non cedere ai soprusi di Don Rodrigo che vuole impedirne il matrimonio. Nel buio della notte, la giovane Mondella, naufraga nei ricordi di un’infanzia felice e serena mentre naviga verso un destino amaro ed ignoto e dove la sola ancora di salvezza, capace di alleviare il suo tormento, è costituita dalla speranza di poter fare, presto o tardi, ritorno in patria. Straziante è il rumoroso pensiero di Lucia che dice “addio, casa natìa” ripetendo quanto sia triste il passo di chi, cresciuto in un luogo è costretto ad allontanarsene. Non è difficile ridipingere le parole della giovane in una cornice più moderna, e non dovrebbe essere difficile capire ed essere umanamente vicini a chi, senza volerlo, è costretto ad un viaggio che non garantisce una meta, lasciando la propria casa, i propri amici, parenti e ricordi per la disperata ricerca della salvezza.

“IMPARAI AD ESSERE PRODE SEMPRE”

Prima ancora di Shakespeare, un addio carico di dolore è stato quello tra Ettore e Andromaca. Nel VI libro dell’Iliade, l’eroe troiano, preparatosi per l’imminente scontro con il prode Achille, porge l’ultimo saluto alla moglie ed al figlioletto Astianatte: a nulla valgono le suppliche di Andromaca per dissuaderlo dal lasciare lei vedova ed il figlio orfano. La tragicità non si trova qui nel dolore di dover lasciare i propri affetti, come poteva essere per Romeo, ma nella consapevolezza lucida del proprio destino di morte, che è proprio il motore che spinge gli eroi alla battaglia, come Ettore stesso ammette alla propria sposa “mi vergogno terribilmente di fronte ai Troiani e alle Troiane dai pepli fluenti, se scappo come un vile lontano dalla guerra”. Il desiderio di gloria e di onore, nella civiltà greca, prevaleva nettamente su ogni altro aspetto, in quanto la fama che accompagna le grandi gesta e che si perpetua tramite il canto degli aedi, è l’unica forma di immortalità concessa.

Ettore e Andromaca, 1966, Giorgio De Chirico

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