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Comicità o umorismo? Cosa fa ridere il pubblico: dai greci a un Verdone pirandelliano

Non esiste un metro assoluto per stabilire se qualcuno o qualcosa susciti la risata oppure no. Pirandello definisce comicità e umorismo, Verdone e i suoi personaggi “pirandelliani” raccontano il disagio esistenziale attraverso il sorriso. 

Nel Settecento un filosofo molto noto nella tradizione della storia del pensiero occidentale parlò di opinabilità della bellezza, sostenendo che non fosse “bello ciò che è bello”, ma che piuttosto fosse “bello ciò che piace”.  Senz’altro, al di là di qualsiasi “critica” appuntabile al celeberrimo detto kantiano, anche quando si parla di comicità esiste un certo relativismo. In svariate occorrenze,  infatti, dal cinema alla letteratura, dal teatro ai social, capita di imbattersi in commenti di dissenso e disappunto nei confronti di alcuni tipi di ilarità.

La comicità che cambia nel tempo: l’esempio della commedia greca

C’è chi apprezza quell’umorismo che suole dirsi britannico, tanto quanto chi biasima quello troppo pungente, che rasenta l’ingiuria. In un certo senso si può dire che ciascun individuo possieda una propria sensibilità che gli permette di comprendere, apprezzare o contestare le più disparate forme del “comico”. Tuttavia, da sempre, ciò che suscita la risata non dipende solo dalla ricettività di chi la percepisce, ma concorrono con l’emotività individuale anche fattori legati al contesto culturale e politico. Le figure di Aristofane e Menandro, vissuti a distanza di un secolo l’uno dall’altro, ne offrono un esempio suggestivo. Si tratta di due autori fondamentali nella tradizione letteraria del teatro greco, profondamente diversi fra loro, sebbene condividano l’appartenenza al genere comico. Le scene del primo, infatti, zeppe di allusioni sessuali, ricolme di caustiche invettive ad personam, in molteplici passi contengono riferimenti espliciti a personaggi reali e di spicco della vita politica ateniese del V secolo a.C.. Al contrario, il secondo dipinge scenari soffusi di intimità familiare, in cui i protagonisti del suo palco sono i sentimenti umani. Nonostante il clamoroso successo letterario di entrambi, si può dire che Aristofane  rappresenti la critica mordace e spietata alla società del suo tempo, caratterizzata da un tono brusco, parodistico, senz’altro volgare e dissacrante; tuttavia è altresì vero che Menandro lascia spazio a un umorismo più sottile, all’introspezione e ai drammi del privato, acquisendo i tratti dell’intellettuale ellenistico che preferisce starsene lontano dai riflettori della vita pubblica.

Pirandello e il concetto di “umorismo”

In questo senso, la piccola digressione sulla commedia greca rivela come la sensibilità verso un certo tipo di comicità dipenda, in parte, dai momenti storici e dalle diverse esigenze del pubblico, che sia composto da spettatori a teatro, da comodi lettori o da profili social. Restando ancora un po’ nell’orbita letteraria, balzando giusto qualche secolo in qua, nel 1908 nasce da una delle penne più brillanti della letteratura italiana contemporanea un celebre saggio, dall’iconico titolo L’umorismo. Dopo una vita trascorsa a tratteggiare goffe sagome di personaggi impacciati, vittime dell’irrefrenabile appiattimento del quotidiano, il Nobel di “Girgenti” decide di mettere a fuoco la storia, nonché la natura profonda dell’umorismo, in forma di discorso leggero ma denso di riflessione in materia filosofica. L’essenza sostanziale del saggio pirandelliano si manifesta nella distinzione fondamentale fra “comico” e “umoristico”, fra “avvertimento” e “sentimento” del contrario. Per comprenderne il significato, basta immaginare di vedere una vecchia signora coi capelli impomatati, unti di chissà che manteca, imbellettata e parata di abiti giovanili: la prima reazione sarebbe una risata. Supporre, invece, quale siano le ragioni profonde per cui una vecchia signora si sia conciata come un pappagallo, suscita un sorriso. Un’amara epifania del contrario e non più un semplice “avvertimento”. Senz’altro l’ anziana donna si ingannerà, pensando che la sua giovinezza non sia svanita davvero e che per lei ci sia ancora la possibilità di riscattarsi dal troppo rapido incedere del tempo. Ciò che fa la differenza, quindi, secondo Pirandello, risiede nella riflessione, nella sottile sfumatura che separa la risata dal sorriso.

Una lettura pirandelliana nel cinema: Carlo Verdone

Dalla letteratura al cinema il passo è breve. Nel 1980 un trentenne romano destinato a diventare un’icona del grande schermo italiano debutta come regista e attore con una pellicola dal grande successo. Un sacco bello è il primo di una lunga serie di film che ha reso Carlo Verdone uno degli autori più apprezzati nel panorama cinematografico europeo. Il suo stile è inconfondibile, così come i suoi personaggi, cristallizzati come delle maschere ma in costante divenire. Pescati dalla quotidianità di quartiere, intrisi di quella romanità verace, i protagonisti delle sue storie sono persone comuni, spesso riproposti in diverse ambientazioni, ma sempre riconoscibili e costantemente avvolti in una patina di disagio esistenziale che spesso genera quel sorriso pirandelliano che, nello spettatore,  sottende la percezione di un alone di malinconia, quasi tristezza. Fino ai primi anni 2000, Verdone racconta i giorni suoi, plasmando figure coi tratti di chi incontra per strada e come uno scultore riproduce la sua realtà, in chiave umoristica ma mai banale. Quello del nevrotico emigrato, del coatto cafone, dell’inetto ignorante o dell’hippie ribelle sono degli ironici ritratti, più profondi di un comune stereotipo, della gente che chiunque avrebbe potuto incontrare durante un’abituale passeggiata a Trastevere. Ciascuno di loro, coi propri drammi e le proprie debolezze, regala a chi siede davanti allo schermo ragioni per cui sorridere e al contempo pensare all’amaro sconforto della condizione umana.

 

 

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