Come può essere l’egoismo utile e positivo? Ce lo spiegano Pink e Mandeville

Si può rovesciare la comune prospettiva secondo cui l’egoismo è dannoso per sé e gli altri? Rispondono Pink e Bernard de Mandeville.

La possibilità di sfogarsi è ciò che si legge tra le righe del testo So What di Pink. La cantante, in un mix di sfrontatezza e spontaneità, non esita a seguire i suoi impulsi distruttivi e aggressivi per alleggerire un difficile momento.

Pink si libera dal dolore preoccupandosi solo dei suoi istinti

Siamo tutti cresciuti con il mito dell’altruismo e della generosità, del porre il bene dell’altro almeno alla pari del nostro, fino ai limiti di sacrificare il nostro benessere per quello altrui. Nei fatti viviamo invece accerchiati dall’individualismo contemporaneo, che accentua il ruolo dell’individuo e la focalizzazione sullo sviluppo personale, tuttavia dando per scontato il non nuocere agli altri. Questo atteggiamento può essere chiamato “egoismo”? Sarebbe auspicabile una società di individui intenti a perseguire solamente i propri obiettivi con l’unico limite di non danneggiare terzi? Se proviamo ad immaginarci uno scenario simile, probabilmente avremmo la trama di un nuovo film fantascientifico che terminerebbe con l’estinzione di massa. Nonostante queste lugubri premesse, non è difficile da accettare una condizione temporanea di egoismo: credo che chiunque abbia provato almeno una volta nella vita l’esigenza di ritirarsi in solitudine, trascurare lavoro e impegni, inventarsi bugie per non uscire e ordinare una pizza maxi in barba alla dieta. Una condizione del genere prospetterebbe un ruolo terapeutico per il soggetto, così come accade per Pink nel suo singolo So What, in cui la cantante viene investita da un irrefrenabile desiderio di liberazione dei suoi istinti dopo la rottura con il presunto marito. Non le importa nulla della legge, del benessere degli altri, vuole solo ritrovare se stessa manifestando tutti i suoi impulsi, concedendo spazio e ascolto anche a quelli più infimi: “I wanna get in trouble / I wanna start a fight”.

Un alveare felice viene scosso da una rivolta contro i vizi e la corruzione

Facessimo tutti come Pink quasi sicuramente riusciremmo ad esprimere meglio le nostre emozioni, aprendo parentesi di vita in cui tutto è concesso: permettere ai nostri demoni di sfogarsi farebbe sì che la liberazione ci lasci con un cuore più leggero e un animo sereno. Crediamo invece altamente dannoso un comportamento del genere esteso ad ogni momento della vita, in cui ognuno di noi penserebbe solamente al proprio utile anche a discapito degli altri. Bernard de Mandeville (1670-1733) scrive invece a favore dell’egoismo, intendendolo utile ai fini del benessere sociale assieme agli altri vizi. Sebbene la sua opera si presenti come satirica, la tesi finale del La favola delle api sostiene la necessità dei vizi e dell’ingiustizia al fine di mantenere stabile l’ordine sociale. La storia, con tanto di morale finale, parte dalla descrizione di un alveare funzionante, sviluppato e rigoglioso, capace di governare anche alveari minori con destrezza e capacità. Tale ordine è mantenuto da una divisione sociale in ruoli di governo, amministrazione e fabbricazione dei beni primari; l’analogia con il corpo sociale umano porta con sé anche i vizi e le disuguaglianze presenti in quest’ultimo, con tanto di corruzione e sfruttamento. Le api alla base della gerarchia esprimono le proprie lamentele e prendono coscienza della propria condizione, fino a render ragione di un’azione di rivolta. Giove, accortosi delle richieste e ritenendo opportuno un intervento da parte sua, diffonde l’onestà e la giustizia in tutto l’alveare, bonificandolo da tutte le malversazioni in esso presenti.

La virtù diffusa tra le api provoca l’abbandono dell’alveare

L’intervento del dio concretizza i sogni delle api oppresse: niente più sfruttamento, niente più inganni, finalmente liberi dalle conseguenze dei vizi e dell’egoismo dei primi in gerarchia. Si assiste in principio alla perdita dell’arte, in quanto il nuovo benessere diffuso e la redistribuzione dei beni fanno sì che l’individuo non senta più la necessità di esprimere i propri bisogni e le proprie emozioni attraverso questo mezzo comunicativo. La virtù presente in ogni angolo dell’alveare fa sì che gli addetti alle forze dell’ordine perdano il lavoro, le attività manifatturiere più pregiate si limitano ora a produrre un esile quantitativo di vestiti semplici e di uso comune, l’esercito non vede più il motivo per cui combattere se non per difendersi: sopravvivono solo la produzione di beni elementari e la virtù, a braccetto con la giustizia. Quelli che un tempo vivevano nel lusso e nel godimento non sentono più il bisogno di imporsi sulla masse, né di gloriarsi delle proprie vanità, e abbandonano l’alveare. Coloro che non avevano ma ora hanno, fuggono con le nuove conquiste prima che la situazione cambi. I nemici, approfittando dell’esodo, attaccano l’alveare, che debole e indifeso perde chi non è ancora scappato. La morale della favola è eloquente: “Il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtù da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa“. L’alveare sopravvive fintanto che rappresenta il garante di un ordine che il singolo non è in grado da solo di trovare: l’intreccio delle api permette di costituire un organismo più complesso e più in grado di autogestirsi, anche se questo implica funzioni non ideali per tutti gli elementi del sistema. Il tono ironico che si inserisce nelle parole della storia mostra la paradossalità della convivenza di eguaglianza e giustizia sociale: secondo Mandeville, per l’ultima è necessaria una certa dose di vizio e corruzione, generato dall’egoismo dei singoli.

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