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In generale, i comportamenti umani sono motivati da forze inconsce, qualunque siano le spiegazioni razionali che attribuiamo loro in seguito.

Con il passare degli anni il cinema ha sempre più introdotto al suo interno temi psicologici con l’intento di mostrare al pubblico ciò che c’è di più profondo dentro di noi. È diventato così il grande e piccolo schermo un mezzo per mostrarci tutto ciò che finora abbiamo tenuto segregato nell’inconscio; mentre per i registi di questo genere la macchina da presa è divenuto il mezzo per proiettare ciò che c’è nel loro inconscio.

Cos’è la proiezione?

La proiezione è uno tra i più importanti meccanismi di difesa attuati dalla nostra mentre per proteggere tutti quei contenuti del nostro inconscio inaccettabili: ricordi, emozioni, pensieri che se fossero consci creerebbero un disequilibrio psicologico nel soggetto.
La proiezione, partendo dalla sua etimologia viene dal termine proicere = portare in avanti, dunque, è possibile definire la proiezione come un dinamismo psichico che consiste nell’espellere contenuti mentali dall’interno all’esterno.
Tra i molteplici tipi di proiezione è possibile differenziare alcune tra le più significative proiezioni: quella attributiva, difensiva e razionalizzata. Quella di cui si intende parlare in questo articolo è la prima.
La proiezione attributiva consiste nello spostare inconsciamente all’esterno motivazioni, pensieri, sentimenti e caratteristiche personali. Questo dinamismo psichico viene comunemente utilizzato dall’uomo sebbene la sua funzionalità cambi in senso positivo o negativo a seconda della misura con cui si utilizza.La tendenza ad inondare il mondo esterno con la propria soggettività rende la proiezione  attributiva definibile anche come proiezione assimilativa. Ciò significa che l’individuo tende a percepire gli altri a sua immagine e somiglianza, il che equivale a dire che in ogni uomo vi è una dinamica narcisistica più o meno accentuata che spinge a cercare negli altri l’immagine riflessa di sé stesso.

Woody Allen e il cinema psicoanalitico

Allan Stewart Königsberg, ora ultraottantenne, che ha adottato lo pseudonimo Woody Allen, è un regista, comico, umorista, attore, sceneggiatore, scrittore di fama mondiale. Egli, nella sua filmografia, ha sempre seguito uno speciale percorso creativo che, prendendo le mosse dal genere comico, attraversa con successo tutti i risvolti della commedia e si addentra infine con altrettanta perizia nel genere drammatico. Woody Allen è l’autore che forse più di tutti ha fatto della costruzione dei personaggi e delle dinamiche psicoanalitiche il suo marchio di fabbrica esplicitandone ogni volta sia dal punto di vista dialogico che da quello registico i processi psicoanalitici e costitutivi dell’io del personaggio. I suoi film hanno la peculiare caratteristica di toccare diverse delle tematiche Freudiane come il sesso, l’indipendenza affettiva e la figura materna come ruolo determinante nello sviluppo dell’individuo.
Celebre per la sua immagine nevrotica, Allen ha passato più di trent’anni in psicoanalisi. Frequenta per la prima volta uno specialista nel 1959 poiché inizia a sentirsi malinconico senza capirne il motivo; da quel momento in poi l’appuntamento dall’analista diventa fisso ed irrinunciabile per lui.

“Io e Annie” come proiezione dell’inconscio di Allen

Nel 1977 uscì “Io e Annie” (Annie Hall) e si aggiudicò 4 Premi Oscar nel 1978: miglior film, miglior regista, migliore sceneggiatura originale e migliore attrice protagonista. Con tale capolavoro Allen realizzò un vero e proprio percorso psicoanalitico. Il regista e protagonista di tale film proietta in quest’ultimo il suo inconscio, creando protagonisti che hanno le caratteristiche delle sue fobie, delle sue nevrosi, delle sue paure. Egli guarda sé stesso, guarda il mondo, cerca di analizzare l’origine dei mali, l’evoluzione della società, nevrosi proprie solo di questo secolo e solo di una parte, quella più industrializzata, quella evoluta, del mondo. Allen partendo da sé e passando attraverso la sua macchina da presa ci colpisce in pieno, con toni sarcastici dice ciò che pensa e, anche facendoci sorridere ci lascia l’amaro dello schiacciante peso della realtà insensata, analizza il mondo e si auto-analizza, fuori dalla sfera del conscio indaga il suo inconscio.
“Io e Annie” è un film in cui il il protagonista del film, lasciatosi con Annie (Keaton) da un anno, racconta l’evoluzione del loro rapporto, la felicità, il deterioramento e la fine. Analizza quali delle sue problematiche psicologiche, nate nell’infanzia (nevrosi, depressione…) possa aver influito di più su questa bellissima storia. Il film è chiaramente un addentrarsi nella psiche della coppia ed in maggior specie di Allen, che nei suoi rapporti amorosi riesce sempre a far andare storto qualche cosa auto-sabotandosi.

L’opera sin dall’inizio ha un forte impatto sul pubblico, Allen davanti alla macchina da presa inizia un importante monologo nei panni del protagonista “Alvy”. Già a partire da questa prima scena si può notare come il film non sia nient’altro che un mezzo attraverso cui l’autore mette a nudo il suo inconscio davanti alla videocamera senza troppe sovrastrutture o inutili artifizi.

 

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