Come gli aquiloni: riflessioni di Giovanni Pascoli e di Michele Merlo

Dalla poesia di Pascoli alla musica di Michele Merlo, riflettere sulla vita citando gli aquiloni.

Michele Merlo, cantautore.

Michele Merlo è un giovane cantautore ricco di talento che ha tante emozioni da raccontare. I suoi testi sono fatti di una sensibilità poco comune nell’attuale panorama musicale, ed esprimono malinconia e grinta allo stesso tempo. “Aquiloni” è il suo ultimo singolo.

L’immagine degli aquiloni per una riflessione più profonda

Questa volta vi spezzo il cuore in due!”

Questa era stata la promessa di Michele Merlo ai fan che per mesi hanno aspettato il brano. Si tratta di una promessa che è stata mantenuta, con un brano che ha rispettato e forse superato le aspettative degli ascoltatori. “Aquiloni” è stata definita dall’autore stesso “Una canzone che mi ha salvato la vita”, ed è dedicata a chi ha sofferto tanto ma è ora determinato a riscattarsi. È un brano fortemente introspettivo, cantato dalla voce di chi ha conosciuto il panico e ha pazientemente raggiunto la determinazione e la voglia di inseguire i propri sogni ascoltando solo se stesso.

“[…] Quando passavo le giornate
Chiuso in una stanza
E mi dicevo: “Vedrai che passa”
Con il panico alla gola

Battevo i pugni a terra
Ma sognavo di volare
Volare tra le stelle
E tuffarmi dentro il mare

Perché domani andrà meglio

[…]

E mi son detto: “Fai qualcosa”
Non sei fatto per mollare
Questa paura di cadere
È solo voglia di volare

Vinceremo ‘sta battaglia
E ce la faremo insieme
Lasceremo la paura
E torneremo a stare bene

Saremo quelli un po’ persi
Quelli col panico dentro
Quelli che nei cassetti
Tengono ancora un bel sogno

Perché sognare è un dovere
In un mondo che è perso
E non importa se per sognare
Ti senti diverso

Saremo noi a ridere
Anche coi tagli sulla pelle
Saremo soli e felici
Sotto un cielo pieno di stelle

E aspetteremo domani
E sarà tutto cambiato
E domani rideremo
Di quello che abbiamo passato

Michele Merlo descrive il senso di angoscia che deriva da ansie e da paranoie condivise, nella società contemporanea, da tanti ragazzi vittime di un sistema che condanna chi non segue mode e tendenze e che punta a nascondere tristi realtà dietro finti sorrisi e false apparenze. Emerge però che a prevalere sul panico c’è la convinzione che la paura non sia altro che voglia di volare, e che è possibile riscattarsi e ritornare a sognare.

 Se ci va male resteremo soli
E sarà tutto quanto da rifare
Che se se ci pensi siamo solo nomi
Piccole rondini nel temporale

Se ci va bene seguiremo i sogni
E lo faremo per dimenticare
Che volavamo come gli aquiloni
Ma questa vita ci ha fatto cadere

Con grande razionalità vengono esaminate sia la migliore delle ipotesi (“se ci va bene seguiremo i sogni”), che la peggiore. Quest’ultima è descritta tuttavia come qualcosa di poco grave. “È così necessario avere paura? Se ci pensi siamo solo nomi!” commenta il cantautore anche in un post su instagram.

@michelemerlo via Instagram.

“L’aquilone” poesia di Giovanni Pascoli

Tra le liriche della raccolta “Poemetti” di Giovanni Pascoli, che presenta diverse edizioni, si trova una poesia nella quale gli aquiloni diventano protagonisti di una riflessione sulla vita. Si tratta di “L’aquilone”, composta in terzine in cui è evidente il potere evocativo che il poeta attribuisce alla parola.

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d’antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.

Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento.

Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch’erbose hanno le soglie:

un’aria d’altro luogo e d’altro mese
e d’altra vita: un’aria celestina
che regga molte bianche ali sospese…

sì, gli aquiloni! E’ questa una mattina
che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d’albaspina
.

[…]”

È primavera. Si evince dal fatto che l’io lirico comunichi, già nella prima terzina, che sono fiorite le viole. Come spesso accade nella poesia di Giovanni Pascoli, da una sensazione ne scaturisce un’altra: l’aria del profumo delle viole rievoca in lui una giornata della sua infanzia, in cui non c’era scuola e lui e gli altri compagni del collegio di Urbino dove si trovava si divertivano con gli aquiloni. Segue però immediatamente un’altra evocazione: quel momento di allegria, in cui gli aquiloni volavano in alto e lui gridava insieme agli altri bambini, fa emergere nel poeta un altro ricordo, questa volta meno gioioso per chi legge. Pensa alla morte prematura di un compagno, e alla madre di quello che, addolorata, sistemava i capelli del pallido cadavere.

“[…]

Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s’inalza.

S’inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.

S’inalza; e i piedi trepidi e l’anelo
petto del bimbo e l’avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.

Più su, più su: già come un punto brilla
lassù, lassù… Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto… – Chi strilla?

Sono le voci della camerata mia:
le conosco tutte all’improvviso,
una dolce, una acuta, una velata…

A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! E te, sì, che abbandoni
su l’omero il pallor muto del viso.

Sì: dissi sopra te l’orazioni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni!

Tu eri tutto bianco, io mi rammento:
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.

Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!

Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore

ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch’io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto…

Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!

Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co’ bei capelli a onda tua madre…

adagio, per non farti male.”

Le conseguenze di tale evocazione sono inattese: Pascoli afferma che è forse meglio morire da piccoli, ricchi di innocenza, privi di brutti pensieri e, soprattutto, con la madre vicino.

Sognare è un dovere: volare come gli aquiloni

La riflessione di Pascoli sulla morte prematura è terribilmente triste e demoralizzante se letta in circostanze estranee alla poetica di un autore dalla personalità particolarmente complessa. Tuttavia è possibile trovare delle analogie tra gli spunti del poeta e quelli del cantautore Michele Merlo: entrambi si servono degli aquiloni per fornire un’immagine allegra ma effimera. Nella poesia è interrotta dall’evocazione di un momento meno lieto, nella canzone viene raccontato “volavamo come gli aquiloni ma poi la vita ci ha fatto cadere”.

Per la vita di tutti i giorni, per mettere in atto la determinazione cantata da Michele Merlo, per trasformare la paura di cadere in voglia di volare…sforziamoci di mantenere alti gli aquiloni della nostra vita. Immaginiamoli colorati e svolazzanti in un cielo sempre azzurro, perchè…

Perché sognare è un dovere in un mondo che è perso e non importa se per sognare ti senti diverso!”

 

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