Come fuggire dall’ ‘arido vero’? Tarantino ci prova in “C’era una volta a… Hollywood”.

Quentin Tarantino torna in scena con il suo nono film “C’era una volta a… Hollywood”, un omaggio all’America degli anni ‘60 tra realtà storica e fantasia più sfrontata. 

Il cast di “C’era una volta a… Hollywood” a Roma per la première nazionale del film.

Il 18 Settembre è stata distribuita nelle sale italiane la nuova perla cinematografica di Quentin Tarantino C’era una volta a… Hollywood”, un nostalgico tentativo di riesumare dalle ceneri un’epoca ormai perduta dimenticando la velocità con cui trasmuta il mondo reale.

È proprio l’ “arido vero” uno dei temi più cari al poeta recanatese Giacomo Leopardi, che alla condizione di perenne infelicità che caratterizza l’uomo trova un unico antidoto: la potenza dell’immaginazione.

 

Realtà e immaginazione nella poetica di Leopardi

Giacomo Leopardi, uno dei maggiori esponenti del Romanticismo italiano, ha creato, attraverso le sue poesie e i suoi scritti in prosa, un vero e proprio sistema filosofico che si è evoluto nel corso della sua attività letteraria. Nato a Recanati nel 1798 da una famiglia aristocratica ma di scarse risorse economiche, già a partire dai quattordici anni cominciò a studiare autonomamente, trascorrendo così gli anni dell’adolescenza chiuso a leggere nella biblioteca paterna. Senza indugiare troppo sulla formazione giovanile del Leopardi, di cui mi limito a segnalare la centralità dello studio filologico dei grandi autori della classicità greca e latina come Omero, Esiodo ed Orazio, vorrei concentrarmi sui primi anni della sua attività poetica, corrispondenti al periodo che va dal 1818 al 1820, quando il nostro autore era ancora poco più che ventenne. Il 1818, infatti, è l’anno della pubblicazione delle prime due canzoni, seguite a distanza di un anno dalla terza, Ad Angelo Mai, primo componimento contenente un forte sostrato filosofico, incentrato su una diagnosi del sentimento dell’infelicita dell’esistenza: tramite i versi della canzone, infatti, il poeta recanatese riesce nell’intento di costruire una propria visione della storia, a suo modo di vedere dominata dall’inarrestabile incombere della conoscenza a scapito della poesia e della forza dell’immaginazione. Per compiere questa disamina, Leopardi cita grandi personaggi storici e letterari del passato come Petrarca, vissuto in un periodo in cui la forza immaginativa era ancora viva, Colombo, colpevole di aver esteso la conoscenza umana oltre le celeberrime colonne d’Ercole e dunque di aver fatto progredire il sapere togliendo spazio alla fantasia, Alfieri, esempio di una poesia tragica impossibile nel freddo e razionale mondo moderno.

Ma perché un erudito come Leopardi dava così tanta importanza all’immaginazione, biasimando tutto ciò che abbia a che fare con l’avanzare delle conoscenza del reale?

La risposta ce la dà lo stesso poeta in una lettera del 1818 indirizzata a Ludovico di Breme (ideatore del primo giornale romantico, il Conciliatore), in cui possiamo trovare sintetizzata grossomodo la prima fase del pensiero filosofico leopardiano, passata alla storia con il nome di pessimismo storico. Esso si basa su una forte dicotomia tra realtà e immaginazione, in cui svolge un ruolo fondamentale la natura, generatrice di piaceri e illusioni. Secondo Leopardi, infatti, il mondo, con il trascorrere delle epoche, si è avviato verso un inarrestabile declino, dovuto ad un allontanamento sempre maggiore da parte dell’uomo dalla vita inspiegabile e caotica della natura: mentre gli antichi, in primis i poeti, vivendo a stretto contatto con la natura, riuscivano a distaccarsi dall’ineluttabile stato di infelicità che caratterizza l’ “arido vero” (è il modo con cui Leopardi si riferisce alla realtà che ci circonda), i moderni, essendosi allontanati dalla natura, non credono più alla pura immaginazione e al piacere che deriva da essa. Solo in una fase della sua vita l’uomo contemporaneo può rivivere quel piacere che provavano gli antichi: la fanciullezza, vista dal Leopardi come il ripresentarsi dello stato primitivo, magico, illusorio e dunque felice dell’esistenza.

Ahi ahi, ma conosciuto il mondo

Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto 

L’etra sonante e l’alma terra e il mare

Al fanciullin, che non al saggio, appare

Alla luce di quanto detto, il paradosso presente in questi quattro versi di Ad Angelo Mai assume un significato molto più chiaro: quanto più il mondo viene conosciuto, tanto più diventa piccolo poiché un bambino, grazie alla forza dell’immaginazione, riesce a fantasticarlo più grande rispetto a quanto può fare un sapiente.

Il Viandante sul mare di nebbia di Casper Friedrich, manifesto del Romanticismo tedesco.

L’infinito: la più grande illusione contro la realtà

Contemporaneamente alla scrittura delle prime canzoni, Leopardi si dedicò anche alla composizione degli idilli, cinque brevi poesie scritte tra il 1819 e il 1821, in cui, a dispetto di quanto il nome ‘idillio’ possa far erroneamente pensare (dal greco εἰδύλλιον, cioè ‘quadretto’ o ’bozzetto’), non compare la semplice descrizione di un quadro naturale, ma vengono espresse, per usare le parole dello stesso Leopardi, “situazioni, affezioni, avventure storiche del mio animo”.

Tra essi vi è L’infinito, ormai divenuto uno dei manifesti della poesia leopardiana, componimento che riesce a racchiudere nell’arco di soli 15 versi un po’ tutti i temi che ho cercato di far emergere nel primo paragrafo. Questa volta, però, Leopardi non opera una semplice cesura tra antico e moderno, tra fanciullezza e età adulta, ma per esprimere la dicotomia tra realtà e immaginazione parte da immagini fortemente concrete, come quella della siepe, la cui osservazione, però, precludendo al poeta la vista di ciò che si trova al di là di essa, fa compiere alla sua mente un vero e proprio viaggio immaginifico nello spazio e nel tempo. Ecco che la concretezza della siepe, del colle, delle piante, trasmuta nell’astrattezza degli “interminabili spazi”, il vento diventa un “infinito silenzio”, il momento dell’osservazione si neutralizza in un’eternità che solo l’immaginazione può riuscire a cogliere. Di conseguenza, tramite l’antitesi tra ciò che c’è e ciò che non c’è, ciò che cade sotto i cinque sensi e ciò che solo la mente può creare, Leopardi cerca di far comparire dinnanzi ai nostri occhi un infinito sia spaziale che temporale, che è un qualcosa di impossibile se ci affidiamo alla sola ragione, ma che diventa piacevolmente verosimile se facciamo lavorare l’immaginazione. La contrapposizione tra la concretezza della visione iniziale e ciò che la mente crea con la fantasia è espressa non casualmente dall’antitesi tra l’immagine iniziale e quella finale dell’idillio: se l’ “ermo colle” iniziale è il luogo reale in cui si sviluppa l’esperienza dell’infinito, “questo mare”, è uno spazio dell’immaginazione, illimitato, e il poeta giunge addirittura ad auspicare un completo annullarsi della sua persona all’interno di questa infinità, pur di fuggire all’inoppugnabile infelicità del mondo reale e poter provare un briciolo di piacere.

“C’era una volta ad Hollywood”: Tarantino rifugge il mondo reale attraverso il cinema

Come riesumare, ma anche modificare, momenti ormai consumati dalle malefiche spire del tempo? È probabilmente questa la domanda che si è posto Quentin Tarantino, uno dei più illustri registi dei nostri tempi, prima di iniziare le riprese di “C’era una volta a… Hollywood”. Il film, presentato al Festival di Cannes, è uscito ieri, 18 settembre, in tutte le sale cinematografiche italiane, riscuotendo già un enorme successo sia di pubblico che da parte della critica. Il regista di Bastardi senza gloria e di Pulp Fiction ci porta questa volta nella Hollywood del 1969 e lo fa attraverso gli occhi dei due protagonisti del film, un attore ormai in declino e il suo stunt-man personale: Rick Dalton, interpretato da un magistrale Leonardo di Caprio e Cliff Booth, interpretato da un altrettanto esime Brad Pitt. Alla storia principale se ne interseca una secondaria: quella reale di Sharon Tate e di suo marito, il celebre regista Roman Polansky, trasferitisi nella villa adiacente a quella di Rick Dalton, proprio nel corso dell’anno in cui avvenne l’efferato delitto di Cielo Drive per mano della famiglia di Charles Manson. Dalton è un attore che è riuscito ad ottenere una grande popolarità grazie al ruolo di Jake Cahill nella serie western “Bounty Law” e, all’inizio del film, sembra ormai sul punto di sbarcare il lunario. Tuttavia, le logiche di uno star system in continua trasformazione (il 1969 è l’anno in cui si afferma la cosiddetta “Nuova Hollywood”, un periodo di grande rinnovamento del cinema a stelle e strisce), fanno precipitare la sua carriera, costringendolo ad accettare ruoli secondari in film di serie B, i cosiddetti “spaghetti western” tanto odiati da Rick. Per fare tutto ciò, Tarantino riesce a fondere con incredibile maestria il cinema al metacinema: segue continuamente i suoi due protagonisti sia dentro che fuori il set dei film a cui devono prendere parte, cercando di ridare vita ad una tipologia di attore ormai venuta meno. Un avvertimento: chi si aspetta il solito film ‘alla Tarantino’ è proprio fuori strada. Qui non c’è spazio, se non nel finale, per personaggi titanici e sparatorie ricche di pathos, questa storia è in primis un omaggio al grande cinema, oltre che il preludio a una delle più efferate stragi della storia d’America. Tarantino vuole raccontare i volti di un’industria cinematografica ormai svanita nel tempo, senza troppi eccessi e patetismi, arrivando addirittura a modificare i fatti reali per far scorrere gli avvenimenti verso un nuovo epilogo. Emerge cosi l’aspetto romantico e nostalgico di un regista che crede ancora nell’immenso potere del cinema, che crede che tutto sia ancora possibile e che la realtà possa deflagrare sotti i colpi della finzione cinematografica. Perché d’altronde, se ci priviamo anche della possibilità di fantasticare, che cosa ci resta?

Rick Dalton (Leonardo di Caprio) e Cliff Booth (Brad Pitt) in una scena del film.

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