Il sesso è quell’atto naturale che ogni civiltà ha interpretato a suo modo, rendendolo in certi casi sacro e in molti altri profano.

L’atto sessuale è un atto normale, parte della natura umana e del suo funzionamento. Ma anche quell’atto che nel tempo, a causa di vari condizionamenti socio-culturali, molto spesso è stato oggetto di tabù. E quando si pensa al tabù sul sesso si tende spesso ad accostarlo ad un’epoca in particolare, il Medioevo. Infatti quando si vuole definire una persona dagli atteggiamenti conservatori e oscurantisti sul tema, è immancabile l’aggettivo ”medievale”. E se non fosse così?

Boccaccio, novella X giornata 5
che la mattina vegnente infino in su la Piazza fu il giovane, non assai certo qual più stato si fosse la notte o moglie o marito, accompagnato.
Boccaccio è un uomo del Medioevo, e forse basterebbe soltanto questa frase per farvi capire che il medioevo non era un’epoca oscurantista, ma non basta.
Infatti Boccaccio, come ben sappiamo, utilizza spesso nel suo Decameron il tema sessuale, e lo fa anche in modo molto dissacrante, ma sempre con uno stile molto alto e rigoroso.
Ma qui in questa novella Boccaccio supera il suo tempo, perché infatti parla di omosessualità. E lo fa con gran disinvoltura, senza evidentemente preoccuparsi del ”rogo” o di altre pene che si suole pensare tipiche in epoca medievale di chi parla di questo genere di cose.
Il protagonista della novella è Pietro di Vinciolo. Questi è un omosessuale che si era deciso di non prendere moglie proprio per questa ragione. Ma essendo famoso nella sua città, Perugia, la quale sapeva bene la sua condizione, e pertanto mormorava e malignava, decide di prendere moglie.
Ma il caso vuole che Pietro ne prenda una particolarmente vivace sotto le lenzuola, e infatti dice:
la moglie la quale egli prese era una giovane compressa (robusta, soda), di pel rosso e accesa, la quale due mariti più tosto che uno avrebbe voluti, là dove ella s’avvenne a uno che molto più a altro a lei l’animo avea disposto.
Appena la donna capisce che il marito non è particolarmente interessato a lei, si consiglia con una vecchia devotissima, considerata dal paese una santa, anche per il suo carattere ascetico e autopenitenziale. Questa, che da giovane, a causa proprio della sua santità, decise di non avere rapporti con gli uomini, le consiglia vivamente di non perdere tempo e di tradire il marito.
Ma interessante è anche la giustificazione che si dà da sola, e qui prego il lettore di contestualizzare una frase del genere nel ‘300.
io offenderò le leggi sole, dove egli offende le leggi e la natura
Così la moglie decide, una sera che Pietro è a casa di amici, di invitare a cena un giovane garzone di città. Lo invita, si mettono a tavola, e mentre stanno per cominciare a desinare, improvvisamente bussa alla porta Pietro, tornato a casa prima del previsto.
La scena qui allora è la solita delle novelle di Boccaccio: la moglie usa l’astuzia e nasconde l’amante, e il marito, di conseguenza, non deve scoprire nulla.
Il fatto è che questa novella va diversamente. Perché il garzone, nascostosi sotto una grande bacinella nella stalla, fa l’errore di lasciar fuori la mano. Mano che gli verrà schiacciata dagli zoccoli di un asino, con suo conseguente urlo.
Appena Pietro scopre l’estraneo nascosto nella sua stalla ha una reazione molto particolare. Perché ci aspetteremmo che un uomo che scopre un altro uomo nascosto a casa sua, tra l’altro con l’intenzione di portare la moglie al tradimento, debba almeno arrabbiarsi. Invece l’atteggiamento di Pietro è mansueto, calmo. Anzi, invita addirittura l’amante della moglie a cenare coi due coniugi, creando quasi uno strano quadretto famigliare.
Qui la narrazione di Dioneo si ferma. Ciò che viene dopo non si sa. Però si sa che alla mattina il garzone si ritrova nella piazza centrale di Perugia, accompagnato lì, forse dalla donna, forse dall’uomo, e in uno stato quasi di incoscienza. Insomma, il garzone non sa con chi ha passato la notte, se con Pietro o con la moglie, o con entrambi, non si sa.
Ciò che si sa però è che Boccaccio da questa novella fa trasparire la sua modernità, o forse modernità non è nemmeno la parola giusta, perché l’epoca moderna (quindi quella precedente a quella contemporanea e successiva al medioevo) è un’epoca che l’omosessualità la condanna e lo fa molto seriamente.
Al medioevo semplicemente non interessava, e pertanto, nella sostanza, nell’ambito sessuale, non c’erano quelle grandi restrizioni che si pensa ci fossero.

Un Fabliau interessante, lo scoiattolo
I fabliaux sono quei componimenti in distici di octosyllabes che sono caratteristici, proprio per il loro stile dissacrante e un registro linguistico davvero basso e sconcio. Insomma, parlano di sesso, e lo fanno per divertire il pubblico di cortigiani e di popolani che alla sera andava ad ascoltare il giullare appena arrivato a castello.
Il fabliau che si propone qui è quello chiamato ”l’Esquiriel”, lo scoiattolo. Si apre con la scena di una madre borghese che rimprovera la figlia quattordicenne per una domanda particolare che continua a farle.
E la domanda è:
Mamma, dimmi come si chiama e che cos’è quella cosa che pende fra le gambe di papà?
La donna, a fronte di una domanda del genere, risponde in modo molto moralistico, dicendo che le donne non possono aver l’ardire di nominare quell’oggetto tanto peccaminoso.
La bambina però, che in quanto adolescente, così come gli adolescenti della nostra epoca, sapeva già tutto, perché si era informata. E ne aveva di materiale letterario per informarsi, dai numerosi fabliaux che poteva ascoltare ogni giorno, al ”best-seller” del medioevo che è ”il romanzo della rosa”, scritto da Jean de Meun e Guillame de Lorris, dove il tema sessuale è trattato con molta leggerezza e disinvoltura.
Infatti decide, un po’ come forma di dispetto verso la madre di iniziare ad usare liberamente la parola ”cazzo”. Tra l’altro si chiede anche per quale ragione gli uomini della famiglia possono utilizzarla mentre le donne no. Una sorta di femminismo ante-litteram.
Ma ciò che rende questo fabliau ancora più interessante è la riflessione finale della ragazzina. Infatti, nel Medioevo c’era già una certa coscienza dell’idea di arbitrarietà tra una parola e il suo significato, concetti poi ripresi dalla linguistica moderna, e derivanti più che altro da Aristotele. Cos’è questa arbitrarietà? In poche parole significa che il fatto che la parola ”tavolo” abbia come suo diretto significato l’oggetto non deriva da rapporti naturali, ma è una scelta dell’uomo, che per ragioni funzionali e dunque arbitrarie dà a quella cosa lì il nome di ”tavolo”.
E allora la ragazzina fa questo ragionamento: se gli uomini avessero deciso che l’oggetto che rappresenta nella lingua le reliquie non fosse chiamato così, ma fosse chiamato ”coglioni”, allora tutti utilizzerebbero quella parola liberamente e andrebbero addirittura a venerare ”i coglioni”. Ma appena gli si dicesse la parola ”reliquie”, subito la cosa verrebbe condannata come immorale, sbagliata, schifosa. Insomma, dietro all’irriverenza e al linguaggio scurrile di questo fabliau si nascondono riflessioni sulla società degne della nostra epoca.

Miniatura di Agatocle di Siracusa che bacia la vedova di Damas
La vedova di Damas fu la moglie di Agatocle di Siracusa. Questi era il tiranno di Siracusa e fu molto importante per la storia della Roma repubblicana, anche perchè fu suo alleato.
La miniatura è molto interessante, perchè mostra una scena molto erotica, di amore tra i due coniugi che si baciano quasi presi da una foga di amore giovanile, e di certo scevri da qualsiasi paura di giudizio da parte della società e in un totale e totalizzante atteggiamento di liberalità.
Vladislav Karaneuski
