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Coltan, violenze e abusi: il film “City of Joy” spiega la realtà congolese

Coltan, violenze e abusi: il film “City of Joy” spiega la realtà congolese

Primario sito d’estrazione del coltan, il Congo è dilaniato dalla guerra per la sua appropriazione. Una realtà dalla risonanza internazionale per l’uso del minerale nella produzione di dispositivi digitali.

La grande disponibilità di minerali in Congo si configura come motivo di conflitti, aggressioni e brutalità. In questo quadro si inseriscono le frequenti violenze subite dalle donne, una storia raccontata dalla pellicola “City of Joy” prodotta da Netflix.

L’estrazione del coltan e la sua importanza

Il coltan è un minerale composto primariamente da columbite e tantalite, materiali particolarmente importanti per la produzione di strumenti digitali ormai adibiti all’uso quotidiano. Smartphones, computer, telecamere e tablet, per fare degli esempi, necessitano di queste sostanze. In ordine di importanza, il Congo è il sito primario di estrazione di tale composto e intorno al suo mercato si erige una fitta rete di interessi e pratiche tutt’altro che pacifiche, oltre che pesanti sfruttamenti. Le milizie giocano un ruolo fondamentale, in quanto si adoperano a conquistare i territori situati in prossimità delle miniere, facendo un largo uso di pratiche violente. Il minerale viene prelevato dai giacimenti generalmente dagli uomini, i quali vengono dotati di strumentazioni poco confortevoli, mentre donne e bambini si vedono attribuito il compito di ripulire il materiale ottenuto, in modo da renderlo pronto per il trasporto verso i principali paesi acquirenti (tra cui rientra la Cina, nazione nota per il mercato della telefonia). I turni lavorativi sono estremamente duri e molto spesso provocano sofferenze fisiche che necessiterebbero di interventi medici immediati, tra cui cancro, problemi cardiaci e malfunzionamenti nell’apparato digerente. Secondo le stime, sono più di 35 mila i bambini coinvolti nel processo di estrazione e commercio del congo, i quali si vedono privati della propria infanzia per potersi garantire un’entrata economica, seppur molto bassa (in media di un dollaro al giorno) e segnata da periodici maltrattamenti e mancanze di tutele. Vengono chiamati “lavoratori volontari“, quando in realtà sono costretti ad addentrarsi in tale triste realtà per poter sopravvivere, rischiando la vita quotidianamente. Complici di queste dinamiche sono varie multinazionali che, per garantirsi la fornitura continuativa di coltan, si sono impegnate nell’intrattenere rapporti poco legittimi con figure di vertice nelle istituzioni congolesi. Tra questi grandi marchi troviamo: Nintendo, Philips, Samsung, Microsoft, Panasonic, LG, Nokia.

Le violenze impartite alle donne

La popolazione femminile subisce quotidianamente soprusi sessuali, entrando così nella lunga lista delle vittime causate dalla guerra del coltan. Sono soprattutto i soldati del F.a.r.d.c (Forces Armées de la République Démocratique du Congo) a rendersi responsabili di queste ignobili azioni. Secondo alcune ricerche, i casi di violenza sono frequenti nei territori situati nei pressi delle cave da cui si estrae il coltan, e divengono dunque una pratica adottata per permettere l’abbandono dei villaggi e ottenere un margine di controllo più ampio sulle miniere. Non esiste una fascia di età maggiormente colpita, si va dai 6-10 anni all’età adulta, talvolta divengono vittime anche bambine con pochi mesi di età. Spesso sono gli stessi uomini inviati dalle Nazioni Unite a perpetrare tali maltrattamenti, sebbene siano stati mandati in loco per eseguire azioni ben diverse. In queste circostanze, non solo le donne e le giovani ragazze vengono segnate da traumi destinati a rimanere vivi nelle loro menti a lungo, ma al contempo si trovano a dover fronteggiare casi di allontanamento dall’ambiente domestico. Quanto appena menzionato avviene perché lo stupro diviene un motivo di vergogna all’interno del nucleo familiare, portando così le donne all’abbandono totale. Molti casi di stupro vengono seguiti da pratiche di tortura o veri e propri omicidi, in altre circostanze invece le vittime vengono lasciate a sé stesse con conseguenze fisiche e psicologiche gravi che spesso le conducono a morte quasi certa.

La “City of Joy”

Il documentario prodotto da Netflix intitolato “City of Joy”, in italiano “La città della gioia”, descrive quanto ideato a Bukavu. Qui è stata data vita ad una cittadina ideata per le donne e con le donne, in modo da permettere loro un avvenire più roseo rispetto a quanto hanno dovuto soffrire nel loro passato. Le strutture della città, la cui costruzione è stata possibile anche grazie a contributi di enti benefici esterni (come Unicef), sono state organizzate in modo da garantire alle sue ospiti l’ottenimento di una certa autonomia. Vengono difatti programmati corsi per permettere loro di imparare a leggere e scrivere, lezioni di auto-difesa, incontri incentrati sull’apprendimento della legge e delle tutele per contrastare gli abusi sessuali e classi di cucito. Cruciale è stato il coinvolgimento di Eve Ensler, drammaturga statunitense nota per la produzione dei c.d. “monologhi sulla vagina“, la quale ha cominciato già dalla giovane età ad impegnarsi nella lotta alla violenza di genere facendosi carico del suo sofferente passato, poiché in tenera età ha subito gli abusi del padre. Un’idea dunque rivoluzionaria, volta a condurre le donne a comprendere il proprio valore, i propri diritti, i propri punti di forza, ma soprattutto orientata al raggiungimento della presa di coscienza della necessità di opporsi alla sottomissione della donna. Quanto realizzato in Bukavu costituisce una fonte d’ispirazione importante, oltre che un cruciale motivo di riflessione in un mondo che ancora oggi, in moltissimi paesi, continua ad essere piegato dalle disparità di genere.

 

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