Il Superuovo

Ciò che possediamo non definisce chi siamo: il minimalismo ed il De Vita Beata contro il materialismo

Ciò che possediamo non definisce chi siamo: il minimalismo ed il De Vita Beata contro il materialismo

Avere è essere? Nel 58 d.C Seneca risponde affermando che l’avere ci distoglie dall’essere, il minimalismo lo riconferma in tempi moderni.

Zio paperone (quotidiano.net)

Oggi i beni materiali di cui ci contorniamo stabiliscono la nostra identità sociale. E’ solamente prendendo le distanze da questi che potremo riscoprire la nostra vera interiorità. Ma in che modo liberarci dal giogo del superfluo?

Una proposta di metodo: il minimalismo

Il minimalismo nasce come corrente artistica sviluppatasi tra il 1960 e il 1970 negli Stati Uniti. In arte si afferma come movimento volto a ridurre forme, colori e rappresentazioni all’essenziale. Qualunque tipo di eccesso o sfarzo è condannato. Il minimalismo ha particolare fortuna nell’ambito del design e dell’architettura. Le strutture degli edifici e gli interni degli stessi presentano scelte stilistiche lineari e modulari che seguono il concetto filosofico del “less is more”. Il motto è attribuito all’architetto tedesco Ludwig Mies van de Rohe e sintetizza a pieno l’anima della corrente. Il principio minimalista del ‘less is more’ può essere facilmente declinato in ogni aspetto della nostra vita: negli oggetti e indumenti posseduti, nel cibo assunto e perfino nelle relazioni coltivate, andando ad eliminare quelle ‘tossiche’ o nocive per noi. Quando il minimalismo riesce a penetrare così a fondo nel nostro quotidiano arriva ad incarnare una vera e propria filosofia, introduce una nuova condizione esistenziale.

Uno dei manuali più celebri relativi all’applicazione del metodo minimalista è quello della scrittrice giapponese Marie Kondo: ‘Il magico potere del riordino. Il metodo giapponese che trasforma i vostri spazi e la vostra vita’. Nel libro l’autrice illustra come riprendere in mano la propria vita e come riscoprire il proprio spazio interiore attraverso la gestione di quello esterno. Il processo ha inizio dal riordino degli oggetti di uso quotidiano, dinanzi ai quali la Kondo ci spinge a chiederci ‘questo mi rende felice?’ E’ da tale quesito che può avere inizio il superamento della nostra dipendenza dai beni materiali, discernendo ciò che è utile da ciò che è superfluo. Seneca nel De vita beata approfondisce come questo sistema non sia sinonimo di ‘privazione’ ma di ‘liberazione’.

Seneca (frasicelebri.it)

Il De vita beata di Seneca

Il De vita beata corrisponde al VII libro dei Dialogi, risale al 58 d.C ed’è dedicato a Novato Gallione, fratello maggiore di Seneca. Nella prima parte dell’opera l’Autore si scaglia contro la dottrina epicurea che descrive il piacere come unica via per la felicità. Egli contraddice immediatamente tale concezione affermando che:

Alcuni sono infelici non per mancanza di godimenti, ma proprio a causa di essi. Questo non accadrebbe se il piacere fosse legato alla virtù

Dunque ciò che distoglie l’uomo dalla felicità effettiva non è la mancanza di fugaci e momentanei piaceri ma il credere che essa risieda in questi. L’uomo, infatti, è naturalmente propenso alla ricerca della felicità ma in questa ricerca è tratto in inganno e deviato dal benessere tangibile. Seneca ritiene invece che una ‘vita beata’ si possa conseguire esclusivamente attraverso l’esercizio della virtù. La felicità perciò non si misura sulla base delle ricchezze o dei beni accumulati ma deriva da qualcosa che non è né visibile né palpabile. La concezione concepita dall’Autore è ripresa dalla dottrina stoica che, in opposizione a quella epicurea, esorta gli uomini al raggiungimento dell’atarassia, cioè ad uno stato di assenza di piacere e di turbamento, e al distacco dai beni terreni con lo scopo di realizzare a pieno la propria virtù. Come indica il minimalismo è dunque necessario selezionare ciò di cui abbiamo realmente necessità ed escludere i beni superflui impedendo che esercitino un controllo su di noi. Dobbiamo realizzare il concetto stoico di libertà e quindi renderci indipendenti da ogni condizionamento esterno materiale. L’obiettivo è quello di limitare il processo di accumulo di averi che, pur essendo entità fisiche, sono in realtà profondamente inconsistenti dinanzi allo spazio interiore di cui dobbiamo renderci maggiormente consapevoli e che dobbiamo potenziare.

L’ardua rinuncia agli eccessi

La direzione da intraprendere verso una vita armoniosa appare chiara. Il minimalismo ci suggerisce di svuotare lo spazio intorno a noi per crearne uno nuovo dentro di noi, Seneca fa sentire con forza la propria voce polemizzando contro l’eccesso di ricchezza e di opulenza. Disintossicarci da quegli elementi di distrazione materiali che ci fanno spesso piombare nell’avidità e nella cupidigia sembra essere un processo facile, ma Seneca stesso dimostra che non è così.

Le accuse che solleva l’Autore nella propria opera si rivelano contraddittorie rispetto alle sue stesse abitudini di vita. Egli avendo rivestito per anni il ruolo di precettore e successivamente di consigliere dell’imperatore Nerone ha accumulato un patrimonio considerevole. Lui è il primo ad essere immerso nel lusso ed’è consapevole di questa sua personale mancanza. Si giustifica dichiarando che è possibile possedere beni materiali ma che l’importante è non farsi dominare da questi ed esercitare invece una certa autodisciplina. Inoltre, considerandosi un ‘proficiens‘,  cioè un uomo in cammino, che non ha ancora realizzato a pieno la propria virtù d’animo, e non un sapiens, un virtuoso realizzato, dichiara di potersi ancora concedere qualche vizio.

In prima istanza rinunciare ai nostri comfort e al superfluo risulta impensabile, ma è davvero necessario aggiudicarsi ogni volta lo smartphone di ultima generazione? L’ultimo modello di sneakers firmato? Riempire le nostre abitazioni di mobilio soffocante? Cadere nella trappola dello shopping compulsivo? Tutto ciò ci garantisce solamente gioie temporanee e apparenti. Una volta esaurita l’eccitazione proveniente dalla ‘novità’ ci troviamo nuovamente insoddisfatti e desiderosi di passare al capriccio successivo. E’ a partire da tali circostanze che potremmo accogliere ed onorare l’espressione, minimalista e senechiana: ‘avere meno per vivere di più’.

 

 

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