Christiane F. racconta la tossicodipendenza, quarant’anni dopo le cose non sono cambiate

La tossicodipendenza, ovvero il bisogno, quasi ossessivo, di fare uso di sostanze che alterano il funzionamento del sistema nervoso centrale. 

La tossicodipendenza: la vita delle persone rovinata da una sostanza auto-somministrata che altera le funzioni psichiche.

Il tema della tossicodipendenza è, senza dubbio, uno dei temi più sensibili di sui parlare o di cui, quasi inevitabilmente, ognuno di noi viene a conoscenza. Nel migliore dei casi, questo avviene tramite libri, film, articoli di giornale. Nel peggiore dei casi, attraverso un’esperienza diretta, come nel caso di Christiane, protagonista di “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino“.

Christiane e la sua esperienza nello zoo di Berlino

Christiane Vera Felscherinow, una delle protagoniste del libro “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”- da cui venne successivamente tratto l’omonimo film- narra la sua tragica esperienza come tossicodipendente. Perché il libro fece scalpore? Perché venne definito, già dopo la prima pubblicazione risalente al 1978, come rappresentante di una generazione di ragazzi facenti sempre un più ampio uso di sostanze stupefacenti, che vivevano in condizioni disagiate. Badate bene, il libro in realtà non parla di ragazzi che si avvicinano all’età adulta, tutt’altro. I ragazzi di cui parla Christiane (suoi amici ed altri personaggi principali del libro), si trovano in una fascia di età dai 12 ai 15 anni. La stessa Christiane afferma di aver iniziato la sua esperienza con droghe pesanti a 12 anni (prevalentemente hashish ed LSD), arrivando, a soli 14 anni, ad iniettarsi eroina nei bagni pubblici, accompagnata dai suoi nuovi amici, che vivono nella sua stessa situazione, e che le aprono le porte della prostituzione come unico mezzo per potersi procurare altra droga. Il vero centro del racconto non è lo zoo di Berlino, ma la stazione ad esso adiacente, in cui i ragazzi sono dediti, appunto, alla prostituzione e all’utilizzo di droghe pesanti, principalmente eroina, che in quegli anni trovava a Berlino luogo fertile per lo spaccio. Il libro descrive minuziosamente ogni aspetto della “nuova” vita di Christiane, dagli amici alle sue opinioni personali sul mondo. Chriestiane, innamorata di Detlef, anch’egli tossicodipendente, presto lascerà casa di sua madre per vivere con lui ed altri amici, dopo i vani tentativi della madre di fare disintossicare i due ragazzi. La dura realtà della propria condizione arriva per Christiane dopo l’ennesima morte di una persona cara, un’altra amica, tossicodipendente anche lei, morta di overdose. Stanca di vedere morire i suoi amici e dopo notti e notti passate alla stazione, decide di iniettarsi un’alta dose di eroina nel tentativo di uccidersi, riuscendo, però, a salvarsi. La sua storia, raccontata da alcuni giornalisti presenti quando Christiane viene condannata dal tribunale di Berlino alla condizionale per detenzione di droga, viene poi pubblicata, diventando la rappresentazione della condizione di tanti ragazzi vittime della dipendenza.

Una scena del film tratto da “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”. Questo film ispirò molti giornalisti a cercare i pochi ragazzi scampati alla morte nel periodo in cui Christiane viveva alla stazione dello zoo. Quasi tutti morirono successivamente a causa della loro dipendenza o di malattie riscontate dopo anni di abuso di sostanze. I pochissimi rimasti in vita, hanno passato gran parte degli anni seguenti in prigione.

La critica: questo film ha un messaggio positivo o negativo

Prima di tutto, preciso che la critica non è ricolto al libro bensì alla rappresentazione cinematografica tratta da esso. Della durata di 2 ore, è uscito al cinema nel 1981. Uli Edel, regista del film, si convinse di star facendo una rappresentazione fedele al libro e, a parte incongruenze relative alla musica citata (in particolare i brani di David Bowie che vengono citati sono stati pubblicati molto tempo dopo gli eventi dall’artista), effettivamente gli eventi narrati rispecchiano abbastanza fedelmente il libro. A mancare del tutto sono i pensieri sul mondo di Christiane, in particolare le osservazioni e le considerazioni sui giovani e sul mondo delle droghe che la portano a diventare una tossicodipendente. Il film, accusato da molti di sembrare “piatto” e, a tratti, con una storia vista e rivista, in realtà non trasmette pienamente i valori condivisi dai ragazzi, non solo protagonisti del romanzo, ma tutti coloro che, in un periodo storico molto fragile e delicato, si sentivano persi ed alienati all’interno della loro stessa società. Molti di essi, “vincevano” l’alienazione con l’abuso, appunto. Tra le critiche più pesanti ricevute, il film è stato accusato di spingere ancora di più i ragazzi a provare le sensazioni descritte dai personaggi del film, principalmente a causa del fatto che “esso ha principalmente incamerato il fascino dell’ambiente“. Nonostante le critiche negative ricevute, il film viene considerato a tutti gli effetti un cult, principalmente per il messaggio che prova a trasmettere, colpendoci duramente con una realtà fisicamente e temporalmente non troppo lontana da noi.

La scena del film in Christiane prova per la priva volta ad iniettarsi eroina.

Parliamo di tossicodipendenza: cosa succede al nostro cervello?

Intanto, ci tengo a ripetere la definizione di tossicodipendenza, ovvero: un disturbo che porta a sentire un bisogno quasi ossessivo di fare un uso sempre più alto si sostanze psicoattive (ovvero, che alterano il funzionamento del SNC). Non si deve pensare, però, che solo le droghe pesanti portino ad essere tossicodipendenti. Anche droghe più “leggere” (come la marijuana sintetica) possono portare ad una vera e propria dipendenza. Per chiarire meglio cosa è una dipendenza, però, è meglio descrivere le sue tre caratteristiche principali: tolleranza (il bisogno di assumere dosi sempre più alte perché il corpo si “abitua” alla sostanza e non si riesce più a provare piacere), astinenza (ovvero un gruppo di sintomatologie fisico-psichiche associate alla mancanza nel corpo di una qualsivoglia sostanza di cui si è dipendente. In genere, vi sono tentativi inutili di controllare le dosi della sostanza o diminuirle poco a poco) e craving (cioè l‘uso compulsivo. Una grande quantità di tempo viene spesa per cercare di rimediare o assumere la sostanza. E’ l’aspetto che caratterizza un allontanamento da ogni attività che non abbia come fine ultimo la sostanza in sé). Tutti e tre gli aspetti si rispecchiano sia sul piano fisico che su quello psicologico. Ora, sarebbe meglio parlare più dettagliatamente delle droghe. Comunemente, dividiamo le droghe in due diversi gruppi: droghe “pesanti” e droghe “leggere”. Ma esiste veramente questa suddivisone? Beh, non per il nostro corpo. Può sembrare vero che ci si “sballa” di più con l’LSD rispetto che con una canna, ma per il nostro corpo per una qualunque di queste sostanze vale l’altra. Tutte, infatti, nel momento in cui si parla di una dipendenza, portano il soggetto ad accusare la stessa sintomatologia. Ansia, depressione, schizofrenia, apatia, paranoia, disturbi bipolari e di personalità sono solo alcuni dei problemi che l’abuso di droghe può portare, compromettendo notevolmente la vita di un soggetto.

Abuso di droghe: dalle più pesanti alle più leggere, tutte portano alla dipendenza e ad una sintomatologia tragica: ansia, depressione, disturbi di personalità sono solo alcuni dei terribili effetti prodotti da queste sostanze.

Piacere vs Desiderio: cosa porta alla dipendenza?

Al contrario di quello che si può pensare, alcune droghe danno una sensazione tutt’altro che positiva. Le anfetamine, per esempio, provocano terrore psicotico acuto, la cocaina e l’eroina, invece, paranoia e allucinazioni, e queste sono solo alcune delle droghe con gli effetti più spaventosi. Ma allora perché si è portati a continuare ad assumere queste droghe? Di sicuro non è il piacere. Robinson e Berridge nel 1993 pubblicarono uno studio che ha rivoluzionato il modo di vedere la dipendenza. Secondo la loro teoria, esistono ben due processi neuronali distinti: quello relativo al piacere e quello relativo al desiderio. Utilizzando sempre più spesso sostanze psicoattive, i processi relativi al piacere si adattano, quelli relativi al desiderio si sensibilizzano. Uno degli esperimenti di questi due studiosi prevedeva la somministrazione di alcune sostanze psicoattive a dei ratti nel momento in cui essi premevano una leva. L’esperimento ha ricavato dati imprevisti, ovvero che i ratti, a lungo andare, tendevano a premere la leva sempre più frequentemente e con una forza sempre maggiore. Tale meccanismo viene chiamato “regolazione edonistica“. Se si riduce l’intensità della stimolazione, anche la risposta dei ratti diminuisce. Se tale intensità viene incrementata, la loro risposta aumenta. Questo suggerisce che la stimolazione raggiunga prima i meccanismi cerebrali del desiderio e che se delle sostanze coinvolgessero solo questi meccanismi, le dosi di sostanze psicoattive non verrebbero aumentate da parte del soggetto, in quanto la sensazione di piacere non si adatterebbe agli effetti della sostanza. Nonostante questa ipotesi non sia del tutto confermata, è di certo quella più accreditata tra gli studiosi, che vedono nel desiderio il vero “colpevole” per iniziare un abuso di sostanze.

Gli spaventosi effetti fisici dell’eroina su una donna che ne ha abusato per oltre 10 anni. Questo è solo uno dei tanti esempi che dimostra come l’abuso di sostanze intacchi la vita dell’individuo nelle sue più variegate sfere.

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