Quanti gradi separano Plutarco da Fred Schepisi? Secondo la teoria di Milgram sei, ma in realtà è solo uno: l’aneddoto!

Parlare per aneddoti è una prerogativa privilegiata, ce lo spiegano Plutarco, il padre della storiografia aneddotica, e Fred Schepisi, regista di “Sei gradi di separazione”. Il salottiero biografo di Cheronea e l’impietoso giudice della classe borghese si confrontano sul valore comunicativo dell’aneddoto.

La biografia plutarchea è un denso viatico aneddotico
“Non scrivo un’opera di storia, ma vite” dichiara un epigrammatico Plutarco nel proemio alle Vite Parallele di Alessandro e Cesare. Plutarco, autore celeberrimo vissuto tra il I e il II sec. d.C., attira il pubblico per il fascino coinvolgente del suo stile e per l’invadente curiosità dei moderni nei confronti dell’antichità. Conoscere profondamente gli antichi, sapere chi erano e come pensavano è una tentazione che Plutarco ha sempre soddisfatto pienamente, regalandoci aneddoti ghiotti e succosi pettegolezzi sui personaggi più discussi della storia e odiati sui banchi del liceo.
Alessandro Magno, Cesare, Alcibiade, Cicerone, Demostene sono solo alcuni dei nomi che costellano le Vite Parallele. Quest’ultima è la prima opera interamente e puramente biografica dell’antichità, una sorta di raccolta di aneddoti romanzati che ha il potere di tenere i lettori incollati al testo fino alla fine. Il romanzato, l’aneddotico, è in grado di scaturire un pathos particolare e un coinvolgimento non comune, che sono da sempre la fortuna di questo autore.
Indubbiamente, Plutarco ha reso la vita degli storici a lui successivi decisamente più semplice, per la sua acribica precisione e cura dei dettagli biografici, un Enzo Miccio ante litteram. Tuttavia, i lettori del passato, i contemporanei di Plutarco, che utilità ne ricavavano? Chi era il suo pubblico?
Determinare il pubblico di un autore antico può essere un’operazione complessa, in cui è necessario valutare diversi aspetti dell’opera omnia dell’autore. Nel caso di Plutarco, padre dell’aneddotica biografica, fine trasformatore dei fatti in leggere curiosità, potremmo trovare un valido supporto nell’opera cult che più ha fatto riflettere sulla dinamica sociolinguistica dell’aneddoto.
Schepisi mette in scena il bivio plutarcheo tra esperienza e aneddoto
“Sei gradi di separazione” è un film diretto nel 1993 da Fred Schepisi. Il film è tratto dall’omonima opera teatrale, ispirata ad un episodio della vita del truffatore David Hampton, di John Guare, autore della sceneggiatura. Oltre ad essere una sorta di manifesto della teoria di Milgram, il film è il ritratto impietoso del fallimento della borghesia.
Attraverso la coppia protagonista ci avviciniamo al concetto di superfluo, al rifiuto della verità, alle cene di gala e alla beneficienza. L’arrivo rocambolesco di Paul (un magistrale Will Smith) porta nelle loro vuote esistenze temi diversi, come la négritude, la povertà, il potere dell’immaginazione e il valore dell’esperienza, da non ridurre ad aneddoto da tavolata con amici benestanti. «In fondo non ci ha imbrogliato: gli abbiamo creduto per qualche ora… E noi lo facciamo diventare un aneddoto, da raccontare a pranzo! Come stiamo facendo adesso… Ma è stata un’esperienza, e non lo farò diventare un aneddoto!», grida disperata Ouisa (una straordinaria Stockard Channing) nel monologo finale.
Proprio questa differenza, tra esperienza ed aneddoto, e la loro distribuzione sociale sono la chiave di volta per comprendere questa sceneggiatura d’arte e l’opera plutarchea. La borghesia ritratta nel film parla esclusivamente per aneddoti, non conosce l’esperienza, perché l’esperienza porta con sé la riflessione, mentre l’aneddoto ci consente una conoscenza immediata e piacevole da ascoltare.
Nell’antichità, quello che noi oggi definiamo aneddoto veniva chiamato ἀπόφθεγμα, ossia una battuta accompagnata da una massima moraleggiante, accreditata a un personaggio celebre. Successivamente l’aneddoto diventa un’informazione marginale di carattere storico, relativa a un evento importante o a un personaggio rilevante: una “curiosità”. In quest’ultima accezione l’aneddoto è utilizzato da Plutarco.

Plutarco è il padre dell’aneddotica borghese?
Nelle Vite Parallele, l’uso degli aneddoti non è solo una strategia letteraria o comunicativa, ma fa parte del modo in cui l’abbiente Plutarco e la sua generazione intendono la storia. È plausibile ritenere che Plutarco si serva degli aneddoti come carburanti della narrazione, svincolandoli da qualunque riflessione sui ruoli, obiettivi e valori del racconto storico. Gli effetti di queste strategie comunicative vanno ben oltre le intenzioni dell’autore.
L’uso massiccio di aneddoti accresce il piacere della lettura, movimenta l’azione, conferendole solo accidentalmente un significato morale. Gli aneddoti delle Vite di Plutarco riescono a calare i giganti della storia, intoccabili e irraggiungibili moralmente e cronologicamente, nella trama di usi e costumi in cui vivono, lasciando al lettore la possibilità di giudicare. Non è un caso, dunque, se l’aneddotica plutarchea rivive oggi negli ambienti salottieri, come quello raccontato da Shepisi.
Possiamo immaginare che la società imperiale e l’ambiente protetto e salottiero in cui Plutarco scrive le sue opere non siano, come la storia ci insegna, molto diversi dalla fetta di società ritratta nel film. Nella società di Plutarco non esiste la borghesia, ma una classe privilegiata in cui la storiografia strictu sensu è noiosa ed è indispensabile trovare la leggerezza di un intrattenimento ciarliero.
Senza Plutarco, oggi noi forse non sapremmo che Alcibiade passeggiava in Atene con una quaglia sotto il braccio, ma soprattutto non conosceremmo la vera natura dell’aneddoto, il genere storiografico di una società che non si assume, per viltà o per mancanza di interesse, la responsabilità dell’esperienza, della storia.
