Charlie Chaplin e Menandro ci insegnano la philanthropia: l’amore per l’essere umano e come essere solidali

Nei momenti di difficoltà ci accade di sentirci soli, come se nessun altro potesse comprendere la nostra sofferenza. Ma Charlie Chaplin e Menandro ci insegnano a riconoscere noi stessi nel prossimo. 

Il Grande Dittatore è una commedia del 1940 del regista e attore Charlie Chaplin. Il film, attraverso una comicità tutta tipica di Chaplin, vuol far riflettere sull’insensatezza del pensiero nazi-fascista, favorevole all’abolizione di ogni sorta di potere popolare e alla discriminazione di persone che vengono sentite come diverse, ma che in realtà sono identiche a noi.

COMBATTIAMO TUTTI PER UN MONDO NUOVO

Il film “Il Grande Dittatore” procede per quasi tutta la sua durata alternando momenti tragici a momenti comici. Ne è un esempio l’episodio in cui un militare imbratta le finestre del salone da barbiere del protagonista con la scritta dispregiativa “Jew“; il protagonista si impegna a cancellare la scritta e, dopo che il militare lo rimprovera e lo insulta, intinge il pennello che era stato usato per fare le scritte e lo schiaffa sulla faccia dell’ufficiale. Questa alternanza tra serio e faceto si arresta verso la fine del film in cui il protagonista pronuncia un discorso quanto mai profondo, che in poche parole racchiude il sentire di un’epoca, in cui si ha ben chiaro che l’umanità deve rimanere unita in qualsiasi circostanza. Vengono presentati due tipi di uomini: i dittatori con gli uomini che li seguono e gli altri, schiacciati sotto il giogo della schiavitù. Solo questi ultimi possono in definitiva dirsi esseri umani, ossia coloro che distinguono il bene dal male, l’amore dall’odio, e che forti di questa conoscenza sanno scegliere l’amore, mentre gli altri sono freddi come le macchine di cui si servono in guerra: “Ma voi non siete macchine! Voi non siete bestie! Siete uomini! Voi portate l’amore dell’umanità nel cuore. Voi non odiate. Coloro che odiano sono solo quelli che non hanno l’amore altrui“. L’uguaglianza dell’umanità viene ribadita in più punti in un tono sempre più accorato e trasportato: “Vorrei aiutare tutti: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo unirci, aiutarci sempre, dovremmo godere della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti“. Proprio perché l’umanità è uguale, è necessario che essa viva libera, senza essere schiacciata da altri, in maniera tale da potersi realizzare al meglio. “Combattiamo per mantenere quelle promesse. Per abbattere i confini e le barriere. Combattiamo per eliminare l’avidità e l’odio“.

COMMEDIA E POLITICA IN GRECIA

E’ più difficile – e meno bello, a parer mio – comprendere il significato più intimo dell’opera di Menandro senza prendere in considerazione il periodo socio-politico in cui si mossero sia l’autore sia il genere che praticava. Nell’arco del IV secolo a.C. diversi eventi indussero i greci a pensare che gli antichi organi statali delle poleis – una sorta di città stato – non fossero più adatti a tenere le redini della politica greca; di conseguenza, alla morte del re macedone Alessandro Magno nel 323 a.C. gli enormi territori da lui conquistati furono spartiti dai suoi generali e col tempo resi dei Regni Ellenistici, grandi entità statali governate da un re e i suoi funzionari. La graduale perdita di rilievo politico della polis fece sì che i Greci partecipassero sempre meno volentieri alla vita politica fino alla creazione di questi grandi regni, in occasione della quale i cittadini vennero di fatto spogliati di ogni diritto politico – solo il re poteva governare – e trasformati in sudditi. Per compensare questo impegno pubblico, i Greci si rivolsero al mondo privato degli affetti, soprattutto quelli familiari. Qui subentra il ruolo della commedia: il suo compito originario era di far riflettere i cittadini attraverso la risata su tematiche che erano ben poco divertenti come la corruzione dei costumi, la belligeranza, il predominio di un certo politico, la corruzione del sistema giuridico ecc. Nel IV secolo la situazione cambia completamente e i Greci, in particolar modo gli Ateniesi, non ne vogliono più sapere di politica. Di conseguenza nacque un tipo diverso di commedia, più leggera, in cui non compare neanche l’ombra della politica; scompaiono i riferimenti tipici della commedia antica a personaggi reali , e vengono sostituiti da personaggi che rappresentano, se non maschere, quantomeno personaggi stereotipati. E’ questa la commedia cosiddetta “di mezzo“, in cui la partecipazione alla vita pubblica viene sostituita da un ripiegamento in se stessi.

LA PHILANTHROPIA DI MENANDRO

Sebbene il pubblico ateniese fosse abituato a una commedia di disimpegno, Menandro volle portare sulla scena le tensioni del suo tempo; è vero, non compose commedie con riferimenti politici – probabilmente sarebbe stato censurato dal re – ma riportò pur sempre il focus degli ateniesi su problematiche attuali. Per realizzare questo progetto, Menandro ideò una commedia che parlava delle tematiche del tempo, stemperandole in momenti puramente comici e disimpegnati – era questa la cosiddetta “Commedia Nuova” -. Nelle sue commedie si vede una trama ricorrente: un personaggio vuole che la sua condizione si sviluppi in linea con un suo desiderio, ma viene ostacolato da un incidente, risolto il quale si ha un lieto fine. Ciò ci fa capire come per l’autore non sia importante rappresentare tanto una varietà di storie diverse, quanto ripetere e riaffermare l’ideale fondamentale di queste storie: la solidarietà. Al centro della sua opera c’è la fiducia nella possibilità degli uomini di comunicare reciprocamente in nome della comune appartenenza al genere umano, e nella disponibilità ad aiutare gli altri. Se la politica è irraggiungibile, ciononostante gli uomini vivono ancora in società e devono dare valore al loro vivere insieme. Si genera così un nuovo sistema di valori in cui un uomo viene valutato in base alla sua integrità morale e al suo spirito di fratellanza, a prescindere dall’origine sociale o etnica: in queste commedie figura ancora la distinzione tra schiavi e padroni, ma non viene trasposta sul piano etico. Rappresentativo di questo atteggiamento di philanthropìa – solidarietà – è un dialogo dell’opera Samìa, in cui Moschione (un giovane, simbolo delle nuove generazioni) rimprovera il padre Demea (simbolo del passato sistema di valori) perché questi non vuole accettare un figlio illegittimo di una sua concubina:

Moschione: “Ma per gli dèi! Chi di noi è legittimo e chi è bastardo, se siamo esseri umani?

Demea: “Stai scherzando?

Moschione: “Ma no, perbacco, parlo sul serio! Non penso che una nascita differisca da un’altra, ma se si giudica correttamente, è legittimo l’uomo per bene, mentre il malvagio è bastardo e schiavo…

UN BILANCIO

Nonostante siano separate da migliaia di anni, si ha come l’impressione che l’opera di Menandro e quella di Chaplin si siano parlate e siano diventate buone amiche. Si ha infatti una comunanza di intenti impressionante: la sentita rivendicazione dell’umanità per l’umanità, il riconoscimento dell’uguaglianza, l’affermazione dell’amore incondizionato. Certo, Chaplin fa un passo in avanti difendendo l’idea della libertà, dell’autonomia politica e della democrazia, ma anche se Menandro avesse voluto, con ogni probabilità non avrebbe potuto portare questo messaggio: in questo caso si può proprio dire che erano altri tempi! Ciononostante il motivo di merito di questi due autori sta nell’aver insegnato che buono è colui che riconosce se stesso nel prossimo, e lo rispetta, lo ascolta e lo compatisce – nel senso etimologico di sentire insieme –.

 

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