Il Superuovo

Celebriamo il Giorno della Memoria con cinque testi che possono farci riflettere

Celebriamo il Giorno della Memoria con cinque testi che possono farci riflettere

Quattro autori e cinque testi per celebrare l’importanza della memoria.Il Giorno della Memoria è stato istituito nel 2005 e si celebra il 27 gennaio perché è in questa data che nel 1945 fu liberato il Campo di concentramento di Auschwitz. “La giornata della memoria non serve solo a commemorare quei milioni di esseri umani brutalmente uccisi senza nessuna pietà ormai quasi 80 anni fa. Serve a ricordare che ogni giorno esistono piccole, innumerevoli discriminazioni verso chi ci sembra dissimile da noi, discriminazioni che troppo spesso, purtroppo, passano inosservate nell’indifferenza“, ha voluto ricordare il premier Giuseppe Conte durante le commemorazioni. A pochi giorni fa risalgono le scuse alla comunità ebraica, da parte di Emanuele Filiberto e a nome di tutta la famiglia Savoia, per la firma di Vittorio Emanuele III alle leggi razziali mussoliniane del 1938. Le conseguenze di quelle discriminazioni, però, sono state tanto pesanti e non possono essere dimenticate: “i discendenti delle vittime non hanno alcuna delega a perdonare e né spetta alle istituzioni ebraiche riabilitare persone e fatti il cui giudizio storico è impresso nella storia del nostro Paese“, ha comunicato la comunità ebraica romana.” Dimenticare avvenimenti gravi come la deportazione non solo è difficile, ma sarebbe un errore. Solo commemorando e tenendo presente il passato si può contribuire a rendere migliore il futuro: per farlo, ecco cinque testi che possono costituire dei profondi spunti di riflessione.

1.”Non sanno d’essere morti” di Vittorio Sereni

Non sanno d’essere morti
i morti come noi,
non hanno pace.
Ostinati ripetono la vita
si dicono parole di bontà
rileggono nel cielo i vecchi segni.
Corre un girone grigio in Algeria
nello schermo dei mesi
ma immoto è il perno a un caldo nome: ORAN.

Vittorio Sereni (1913-1983) lavora come insegnante quando viene chiamato alle armi allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Catturato in Sicilia dagli alleati, vive l’esperienza della prigionia per due anni in Algeria e in Marocco. La sua produzione non rimanda esclusivamente alla vicenda autobiografica ma allude alla condizione esistenziale di ogni uomo. Il campo di concentramento è da lui descritto come un girone dantesco, grigio e dominato da noia e desolazione.

2.”La pietà ingiusta” di Vittorio Sereni

“[…]
Ecco in cosa erano
forza e calma sospette
l’abnegazione nel lavoro, la
cura del particolare, la serietà
a ogni costo, fino in fondo…

Intorno c’è aria di niente, mani
sulla tavola, armi (chi le avesse)
al guardaroba: solo adesso
si comincia a capire – e l’affare un pretesto
il pranzo un trucco, una messinscena
benché non esistano dubbi sulle portate
benché non ci siano orripilanti cataste sulla tavola né sotto
 ma in cucina, chi può dirlo?
ah le dotte manipolazioni di cui furono capaci,
matasse, matassine innocue, oro a scaglie
da coprirne un deserto di sale, di nubi d’anime
esalanti-esulanti da camini
con la piena dolcezza degli stormi d’autunno
altre anche meno visibili spazzate da una raffica in un’ora di notte
[…]
Tra poco apparecchieranno, porteranno
le cartelle per la firma. Si firmerà.
Si firmerà la pace barattandola con la nostra pietà –
e lui rimesso in sesto, risarcito di vent’anni d’amaro
bene potus et pransus arbitro dell’affare.

Non si vede più niente. Se non – per un incauto
pensiero, per quel momento di pietà – quella mano
quel mozzicone di mano sulla parete.
Ci conta ci pesa ci divide. Firma.
E tutti quanti come niente – come la notte
ci dimentica.”

Parla di “aria di niente“, Vittorio Sereni, di “dotte manipolazioni” e di “nubi d’anime esalanti-esulanti da camini“. Parla anche di “una raffica in un’ora della notte” e di tante morti, di uomini dimenticati la cui pietà viene barattata con la pace.

3.”La farfalla” di Pavel Friedman

L’ultima, proprio l’ultima,
di un giallo così intenso, così
assolutamente giallo,
come una lacrima di sole quando cade
sopra una roccia bianca
così gialla, così gialla!
l’ultima,
volava in alto leggera,
aleggiava sicura
per baciare il suo ultimo mondo.
Tra qualche giorno
sarà già la mia settima settimana
di ghetto:
i miei mi hanno ritrovato qui
e qui mi chiamano i fiori di ruta
e il bianco candeliere di castagno
nel cortile.
Ma qui non ho rivisto nessuna farfalla.
Quella dell’altra volta fu l’ultima:
le farfalle non vivono nel ghetto.”

Pavel Friedman (1921–1944) è un giovane ragazzo quando viene deportato e muore ad Auschwitz.  Nella sua poesia l’immagine di una leggera farfalla che vola libera si oppone a quella dello squallore del campo, dove di farfalle non ce ne sono.

4.”Auschwitz” di Salvatore Quasimodo

Laggiù, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola,
amore, lungo la pianura nordica,
in un campo di morte: fredda, funebre,
la pioggia sulla ruggine dei pali
e i grovigli di ferro dei recinti:
e non albero o uccelli nell’aria grigia
o su dal nostro pensiero, ma inerzia
e dolore che la memoria lascia
al suo silenzio senza ironia o ira.

Tu non vuoi elegie, idilli: solo
ragioni della nostra sorte, qui,
tu, tenera ai contrasti della mente,
incerta a una presenza
chiara della vita. E la vita è qui,
in ogni no che pare una certezza:
qui udremo piangere l’angelo il mostro
le nostre ore future
battere l’al di là, che è qui, in eterno
e in movimento, non in un’immagine
di sogni, di possibile pietà.
E qui le metamorfosi, qui i miti.
Senza nome di simboli o d’un dio,
sono cronaca, luoghi della terra,
sono Auschwitz, amore. Come subito
si mutò in fumo d’ombra
il caro corpo d’Alfeo e d’Aretusa!

Da quell’inferno aperto da una scritta
bianca: “Il lavoro vi renderà liberi”
uscì continuo il fumo
di migliaia di donne spinte fuori
all’alba dai canili contro il muro
del tiro a segno o soffocate urlando
misericordia all’acqua con la bocca
di scheletro sotto le docce a gas.
Le troverai tu, soldato, nella tua
storia in forme di fiumi, d’animali,
o sei tu pure cenere d’Auschwitz,
medaglia di silenzio?
Restano lunghe trecce chiuse in urne
di vetro ancora strette da amuleti
e ombre infinite di piccole scarpe
e di sciarpe d’ebrei: sono reliquie
d’un tempo di saggezza, di sapienza
dell’uomo che si fa misura d’armi,
sono i miti, le nostre metamorfosi.

Sulle distese dove amore e pianto
marcirono e pietà, sotto la pioggia,
laggiù, batteva un no dentro di noi,
un no alla morte, morta ad Auschwitz,
per non ripetere, da quella buca
di cenere, la morte.

Salvatore Quasimodo (1901-1968) è bersaglio degli attacchi della cultura ufficiale del regime, quando scoppia la guerra mondiale, a causa della sua posizione antifascista. Nella poesia “Auschwitz” racconta la crudezza dei campi di sterminio con uno stile unico e con una precisione tale da consentire l’evocazione di precise scene e immagini a partire dai versi.

5.”La demolizione di un uomo” di Primo Levi

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.”

Primo Levi (1919-1987) viene arrestato dai fascisti nel 1943 e trasferito nel campo di Auschwitz nel 1944. A seguito della liberazione nell’anno seguente, avventuroso è il suo ritorno in Italia e difficile il ritorno alla quotidianità. Morirà suicida a Torino, dopo essere tornato alle sue occupazioni e aver testimoniato l’esperienza vissuta. Il suo primo libro “Se questo è un uomo” descrive l’orrore dei campi, dove si assiste al totale stravolgimento della natura e all’annientamento della dignità umana.

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