Il Superuovo

76 anni fa veniva liberato Auschwitz, ma la giustizia tardò ad arrivare: il caso Gröning

76 anni fa veniva liberato Auschwitz, ma la giustizia tardò ad arrivare: il caso Gröning

Il 27 gennaio 1945, le truppe sovietiche, note anche come “Armata Rossa”, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Vennero così alla luce le terribili azioni commesse dai nazisti.

A seguito della liberazione dei campi di concentramento nazisti, i sopravvissuti dovettero attendere molto per ottenere una giustizia effettiva. Emblematico è il caso di Oskar Gröning, detto “Il contabile di Auschwitz“, che fu processato solo all’età di 93 anni.

Il progetto nazista di eliminare i “nemici dello Stato”

Sin dall’alba della sua costituzione, il regime nazista propose un modello ideologico basato su forza, esaltazione del Führer e celebrazione della storia e della cultura tedesca. Tutto ciò che non rientrava in questo schema, che si riconosceva a livello individuale nell’ “ariano perfetto“, veniva definito contrario al funzionamento della macchina statale. Si parlava di nemici dello stato, in cui rientravano comunisti, socialisti, gli appartenenti alla popolazione Rom, Testimoni di Geova, omosessuali, persone definite “asociali e deviate” e gli ebrei. Questi ultimi venivano descritti come una vera e propria piaga all’interno dello stato tedesco, e così vennero sottoposti a trattamenti fortemente discriminatori, il cui grado di gravità fu sempre maggiore, fino ad arrivare all’olocausto. Inizialmente, poco dopo l’arrivo di Hitler al potere, vennero definite delle misure per contrastare il potere economico delle popolazioni ebraiche. Dopodiché, con l’introduzione delle Leggi di Norimberga, venne sancita una differenziazione razziale tra ariani e non ariani, legittimandola con la diversità di sangue che distingueva i tedeschi dagli ebrei, e permetteva solo ai primi di essere riconosciuti come leciti cittadini del regime tedesco. Il sentimento antisemita alimentò l’ideologia nazista e stabilì un ordine gerarchico della società in cui gli ebrei si videro spogliati della propria importanza, sia come cittadini che come esseri umani.

La soluzione finale

La volontà del regime di trasformare la Germania in territorio judenfrei (ovvero libero dagli ebrei) si concretizzò dapprima nella rimozione degli ebrei nei vari ambiti appartenenti alla vita pubblica e sociale, poi in vere e proprie sommosse violente note con la denominazione pogrom, fino ad arrivare alla concettualizzazione e alla concretizzazione di un’effettiva soluzione finale. Fu principalmente a seguito dell’invasione dell’Unione Sovietica, avvenuta nel 1941, che tale progetto cominciò ad edificare la propria struttura, e cominciò con l’uccisione da parte delle SS degli ebrei incontrati lungo la propria avanzata, fino ad arrivare all’effettiva costituzione prima di ghetti e poi di campi di concentramento. Fu nella conferenza di Wannsee, avvenuta nel 1942, che fu teorizzata l’istituzione di luoghi di questo tipo.

[…] Gli ebrei dovrebbero essere utilizzati in impieghi lavorativi a est, nei modi più opportuni e con una direzione adeguata. In grandi squadre di lavoro, con separazione dei sessi, gli ebrei in grado di lavorare verranno portati in questi territori per la costruzione di strade, e non vi è dubbio che una gran parte verrà a mancare per decremento naturale. Quanto all’eventuale residuo che alla fine dovesse ancora rimanere, bisognerà provvedere in maniera adeguata, dal momento che esso, costituendo una selezione naturale, è da considerare, in caso di rilascio, come la cellula germinale di una rinascita ebraica.

I campi di concentramento e di sterminio costruiti dai nazisti si concentravano principalmente in Polonia e Germania, e qui le persone deportate erano separate dai propri familiari, costrette ai lavori forzati e private di ogni diritto. Venivano utilizzate per garantire lo svolgimento di “lavori utili” e uccise qualora non fossero più in grado a livello fisico di ottemperare a questo dovere.  Molte di loro morirono proprio lavorando. Vennero costruite anche delle apposite camere a gas per garantire l’eliminazione di massa dei prigioneri considerati non funzionali alle mansioni manuali. Spesso le vittime erano bambini e anziani. In questi luoghi vennero deportati molti soggetti, tra cui rom, disabili, omosessuali e oppositori politici, ma la brutalità nazista si riversò principalmente sugli ebrei, arrivando alla stima di 6 milioni di vittime.

Quanto deve attendere la giustizia? Il caso Gröning

A seguito del Secondo Conflitto Mondiale si è aperta la questione del garantire la giustizia ai sopravvissuti dei campi di concentramento e dei loro familiari che proprio lì persero la vita. Si tratta di un tema complesso, per molti non soddisfacente, in quanto nel famoso processo di Norimberga, avvenuto tra il 1945 ed il 1946, i risultati raggiunti non furono eccelsi. In certi casi i membri della SS si videro attribuiti pene leggere se paragonate agli orrori di cui si resero colpevoli. Questo accadde perché al tempo, molti dei giudici chiamati ad emettere le sentenze erano stati in prima persona vicini all’ideologia nazista. Oltre a ciò, il numero di persone processate fu di gran lunga minore rispetto al totale dei responsabili. Emblematico è poi il caso di Oskar Gröning, noto come “Il contabile di Auschwitz“. La sua storia, testimoniata anche nell’omonimo documentario prodotto da Netflix, racconta di un giovane ragazzo tedesco affiliato alle SS che fu incaricato di gestire i beni delle persone portate ad Auschwitz. A seguito della conclusione della guerra, Oskar visse in modo indisturbato per circa 70 anni. Solo a 93 anni venne processato, accusato del coinvolgimento nell’uccisione di oltre 300.000 ebrei ad Auschwitz. A differenza di molti appartenenti alle SS processate nei decenni passati, Oskar descrisse fedelmente ciò che avvenne nel campo di concentramento e ciò di cui era incaricato in prima persona. Vennero chiamati a testimoniare alcuni sopravvissuti al campo, ormai anch’essi in età matura, ma che non hanno mai smesso di sognare il raggiungimento di una giustizia effettiva, sia per loro che per i familiari che avevano perso ad Auschwitz. Tra questi spicca la figura di Eva Mozes Cor, che invece decise di perdonarlo, affermando “L’unico modo di sconfiggere il tuo nemico è renderlo tuo amico“. Solo il 15 luglio 2015 Gröning fu condannato a 4 anni di reclusione, e morì a 96 anni, nel 2018, dopo il rifiuto della sua domanda di grazia da parte del tribunale di Lueneburg.

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