Il COVID ci abituerà al distanziamento sociale e diventeremo come il misantropo Cnemone di Menandro?

Il misantropo Cnemone respinge il contatto con il prossimo. Il virus ci costringe a rifiutare il contatto con il prossimo. Diventeremo tutti Cnemoni o saranno i Cnemoni a pentirsi?

Busto di Menandro (Wikipedia)

Un recente articolo di Focus titola: “Il distanziamento sociale e l’astinenza da contatto fisico”. E l’attacco è drammaticamente reale o, quantomeno, verosimile: “L’anno senza abbracci”. Pareva quantomai impensabile, pura fantascienza, almeno fino all’inizio effettivo del lockdown, eppure esiste un termine derivante dal greco, “misantropo”, che indica una categoria di uomini che ripudia la vicinanza sociale. Uno di questi uomini, è Cnemone, il bisbetico menandreo, protagonista del Dyskolos, la Commedia Nea per eccellenza.
Ebbene, questo personaggio non avrebbe avuto problemi ad accettare questi mesi di distanziamento forzato

Probabile rappresentazione di Cnemone (Wikipedia)

Partiamo da noi

Siamo costretti in casa, com’è giusto che sia. E pian pianino ne stiamo uscendo, com’era auspicabile. Da un punto di vista strettamente sanitario, gli arresti domiciliari ci stanno guarendo, ma dal punto di vista mentale?
Tra i dati che spiccano nella nostra epoca, quello che più colpisce è che siamo sostanzialmente tanti. Più di sette miliardi. Ne deriva l’effettiva impossibilità di non riuscire a vivere da soli, tant’è che la semplice vicinanza al prossimo, chicchessia, è diventata una freccia difficilmente schivabile. Vai a comprare il giornale ed entri in contatto con la vicina invadente, di quelle che ti alitano in faccia quando parlano. Vai in discoteca e ti strusci intimamente con ragazzi e ragazze e neanche te ne accorgi. Da una a sette volte a settimana devi fare aperitivo, non c’è scampo.
Tendiamo, per innato desiderio, a cercare il contatto. Perché l’uomo è principalmente un animale sociale. Vive in branchi. Ha bisogno dei suoi simili.

Ma vale per tutti?                                                                                             

La risposta è no, non vale per tutti. O almeno così direbbe Cnemone, il burbero protagonista del Dyskolos di Menandro. Cnemone è un vecchio contadino, che vive a File insieme alla figlia e ad una serva. Per inquadrarlo, ci basti pensare ad un padre iper protettivo, che ha cresciuto la figlia da solo, totalmente dedito al lavoro e che, data la somma di questi elementi, odia la vicinanza con chiunque.
Insomma, è un bisbetico estremista, un misantropo, per l’appunto, che ripudia il contatto umano, che vede chiunque si avvicini come un invasore. Un giorno, mentre è via di casa, un giovane benestante, Sostrato, finisce per innamorarsi di sua figlia, ma ovviamente non c’è verso di poter chiedere la benedizione al padre per un eventuale matrimonio. Dopo una serie di peripezie, con la complicità di Gorgia, che dal canto suo necessita della benedizione di Sostrato per sposarsi sua sorella, Cnemone “finisce” in fondo a un pozzo. Sostrato gli offre aiuto, ma in cambio il vecchio misantropo dovrà rassegnarsi e permettere il matrimonio.
Questo breve riassunto ci permette di analizzare la vicenda del Bisbetico più vividamente, rapportandolo al periodo in cui la storia ci ha trascinato, malgrado la nostra volontà (e qui c’è la sostanziale differenza con la vicenda del Dyskolos, visto che la decisione di Cnemone di vivere isolato è attinente alla sua misantropia): ci troviamo di fronte ad un uomo che, per quanto si sia sforzato di campare da solo con la figlia, prima o poi si è dovuto adattare all’idea che la vicinanza al prossimo sia necessaria. E grazie ad un trauma, la caduta nel pozzo (per noi, il Covid), si è reso conto dell’importanza di un concetto che si tende a dare per scontato: non siamo soli, tanto noi uomini del secondo millennio, quanto lui, uomo dell’avanti Cristo. Necessitiamo degli altri.

Il pozzo di virus che chiamiamo Covid-19

Dunque, in questo mondo di sregolati scompigli, toccare (letteralmente) il prossimo è diventata un’abitudine. Rifuggire tale tangibilità, talvolta gradevole, talvolta sgradevole, ti porta a cadere in un pozzo e allora sì, che supplicherai gli altri di invadere la tua sfera personale, di offrirti il loro aiuto.
Viviamo in una costante, subconscia bramosia di contatto, di serotonina, l’ormone del benessere, che il nostro corpo rilascia grazie ad una semplice carezza (adesso quantomai drammaticamente pericolosa), di vicinanza spontanea, piacevole, che alleggerisce i travagli della vita. E un anno di distanza, un anno senza abbracci, renderà la risalita dal pozzo in cui siamo finiti più ardua.
Magari i Cnemoni del mondo se ne renderanno conto, magari usciranno dalla loro dimensione di stantio ribrezzo nei confronti dell’altro. Magari anche loro arriveranno ad aiutare il prossimo, così da essere a loro volta aiutati. Sarebbe uno dei pochi effetti positivi del Coronavirus, un effetto in cui i più romantici vogliono credere e che gli scettici rinnegano. Chi avrà ragione non si sa, solo il tempo scioglierà i nostri dubbi. Come direbbe Manzoni: “ai posteri l’ardua sentenza”. Intanto tentiamo di uscire assieme dalla virulenza di questo enorme pozzo, chiamato Covid-19, nella consapevolezza che anche il contadino di Menandro ci sia riuscito, nonostante la sua incurabile misantropia.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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