Il Superuovo

Cause politiche e conseguenze di un genocidio raccontate attraverso Hotel Rwanda

Cause politiche e conseguenze di un genocidio raccontate attraverso Hotel Rwanda

Gli occhi di un reporter e di un regista ci permettono di capire il massacro silenzioso del Rwanda

Campo profughi in Zaire, al confine col Rwanda

 

Nello straordinario panorama tribale africano, il primo posto spetta probabilmente al Congo e alle sue oltre trecento tribù: al contrario, nel confinante Rwanda vive una sola comunità, la tribù banyarwanda, divisa però in due caste, Hutu e Tutsi. È Hutu circa l’85% della popolazione: gli hutu sono agricoltori, vivono coltivando la terra, non possono possedere una vacca perché l’allevamento è prerogativa dei Tutsi, la casta dominante, l’aristocrazia. La diversità non si fonda su un fattore etnico, ma su uno sociale.

Mentre erano al comando del paese, i Belgi sfruttarono e amplificarono questa divisione: si appoggiarono alla classe Tutsi per controllare più agevolmente il territorio, ma ora le cose stanno cambiando. Siamo nei ribollenti anni della decolonizzazione, i Belgi non sanno che più farsene dei Tutsi: sono loro la fascia della popolazione più progredita, quella che ora richiede l’indipendenza. Bruxelles con uno spregiudicato cambio di rotta li abbandona, e inizia a sostenere la maggioranza Hutu. Gli Hutu partono all’attacco, vogliono sfogare contro i Tutsi i soprusi della colonizzazione: ai Tutsi resta una sola soluzione. Andarsene, o morire.

Conferenza sul Rwanda, di Ryszard Kapuściński

Uno dei capitoli del libro Ebano è dedicato dal giornalista polacco alla questione del Rwanda. Dopo un’introduzione geo-etnografica in cui affiora la grande empatia e competenza de Africa di questo autore, l’articolo si occupa di analizzare – almeno in parte – la complessa serie di eventi che porterà al genocidio del 1994.

Andiamo con ordine: con la rivoluzione del 1959, il Rwanda è passato sotto il controllo Hutu, mentre numerosi Tutsi sono stati costretti a fuggire nel vicino Burundi, dove rafforzano il loro dominio. Inutile specificare quanti spari si sentono nella notte al confine, quanto sangue bevono dalla terra le radici degli alberi. Nella stessa giungla in cui gli Occidentali vanno a fotografare i gorilla, migliaia di combattenti si addestrano.

Nel 1973 con un colpo di stato il generale hutu Juvènal Habyarimana instaura una dittatura militare in Rwanda, che durerà fino alla sua morte. Intanto tra le montagne, i Tutsi organizzano il loro esercito, il Fronte Nazionale Rwandese, con un solo obiettivo: riconquistare l’ancestrale terra dei padri. Poco importa se ciò significa spazzare via la feccia hutu.

Per evitare scontri, a metà del 1993 gli stati africano costringono Habyarimana a firmare un accordo con l’FNR, che avrebbe previsto l’arruolamento nell’esercito di un 40% di soldati Tutsi. Tale accordo non viene approvato dall’Interahamwe (Colpiamo insieme, in lingua kinyarwanda), un’organizzazione paramilitare estremista hutu che ambiva allo sterminio totale degli scarafaggi tutsi – così venivano definiti nella propaganda. Forse sono loro che il 6 aprile 1994 abbattono l’aereo di Habyarimana, colpevole di aver firmato il disonorevole accordo con il nemico. La radio annuncia “Tagliate gli alberi alti”, è il segnale in codice. La carneficina può iniziare.

Quando il diavolo si trovava in Rwanda

Nei tre mesi successivi, la radio non si preoccupa più di usare codici. “Morte! Morte! La tombe dei Tutsi sono ancora mezze vuote: che aspettate a riempirle?” Le uccisioni non vengono compiute solo dai paramilitari dell’Interahamwe, ma da tutta la popolazione. Gli Hutu partecipano in massa allo sterminio. I Tutsi non muoiono per le mitragliatrici, ma maciullati dai machete con cui si sfrondavano le palme, dai martelli con cui si costruivano le case, vengono annegati nei laghi dove il giorno prima i bambini nuotavano. Dal Lago Kivu verranno ripescati oltre 40.000 cadaveri: persino i pesci sono morti, le branchie incollate dal sangue viscoso dei Tutsi. In media, moriranno oltre 300 persone all’ora.

Nelle prime settimane il genocidio viene ignorato dal mondo. I Caschi Blu dell’ONU non hanno il permesso di sparare contro i civili – e per civili si intendono, senza distinzione, tutti gli Hutu e i Tutsi -, devono solo assicurarsi di portare in salvo gli europei rimasti. Gli interessi delle potenze mondiali sono troppo contrapposti per arrivare a una soluzione, e di uno sputo di terra nel cuore dell’Africa non importa a nessuno. Nessun J’accuse si leva a sostegno del Rwanda. Solo la Francia interviene e riesce a creare una zona sicura nel Rwanda meridionale, ma lo fa solo per pulirsi la coscienza: il governo di Parigi era stato il maggior alleato di Habyarimana, e soldati francesi avevano personalmente addestrato le milizie dell’Interahamwe. Complice indiretto e nascosto del genocidio fu anche l’ONU stessa: Boutros Boutros-Ghali, segretario generale dal 1992 al 1997, fece arrivare al regime Hutu armi per un valore di 26 milioni di dollari.

In estate, il FNR riconquista il Rwanda. Colonne di profughi Hutu, con gli occhi spenti e le vesti macchiate di sangue, sono costretti a fuggire verso il Congo. Delitto e Castigo. Tra le conseguenze della guerra, a livello macroscopico, ci saranno il collasso dello Zaire, carestie, epidemie e l’instabilità politiche che ancora oggi aleggia nella regione dei Grandi Laghi. Quanto invece abbia colpito le singole persone, Hutu o Tutsi, è drammaticamente impossibile da calcolare.

Conclude Kapuściński: “Il numero delle vittime è controverso. Alcune fonti parlano di mezzo milione, altre di un milione. Nessuno potrà mai saperlo con esattezza. La cosa più spaventosa è che uomini fino a ieri innocenti hanno assassinato altri uomini totalmente innocenti senza un motivo, senza necessità. Ma anche se, invece di un milione, si fosse trattato di un solo innocente, non sarebbe sufficiente per dimostrare la presenza del diavolo, e per dire che, nella primavera del 1994, il diavolo si trovava in Rwanda?”

Su questo corpo si possono riconoscere i segni della tortura

Quando il mondo chiuse gli occhi, lui aprì le sue braccia

Così recita la tag-line della locandina del film Hotel Rwanda, uscito nel 2004. Racconta la storia – vera –  di Paul Rusesabagina (interpretato da Don Cheadle), direttore dell’Hotel des Milles Collines. Di etnia hutu, ma sposato con una donna tutsi, riuscì a trasformare il suo hotel in un luogo sicuro per accogliere oltre 1268 persone. Non voglio dire nulla della trama per evitare spoiler, ma a mio parere in esso affiorano bene il senso di quotidiano massacro, di spaesamento, di angosciosa solitudine che quasi ogni cittadino rwandese dovette affrontare nel 1994.

Oggi vive a Bruxelles, in esilio. Paul Kagame, ex combattente del FNR e attuale presidente Tutsi del Rwanda, ha espulso qualche anno fa la sua fondazione, che si occupava di mandare a scuola oltre trecento bambini. Al potere dal 2000, governa con una percentuale di consenso del 98,8%: grazie alla riforma costituzionale che ha promosso, potrà restare al potere fino al 2034. La ventennale dittatura di Habyarimana al confronto sembra una piccola cosa. Augustin Bizimungu, generale legato all’Interahamwe, sta scontando trent’anni di prigione, così come altri esponenti delle milizie Hutu.

Intervistato poco dopo l’uscita del film, il regista Terry George ha affermato: “Perché le Nazioni Unite non sono intervenute per fermare il massacro? Semplice, le vite africane non sono considerate come se avessero lo stesso valore di quelle europee o americane”.

In Rwanda mentre morivano 300 persone all’ora, c’erano solamente 270 caschi blu. E il diavolo, ma oramai non fa più differenza.

Paul Rusesabagina durante una conferenza negli USA

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