“miserrimam servitutem pacem appellant”
(Tacito, Historiae IV, 17)
All’alba del nuovo millennio, nel 1999, uscì nelle sale Matrix: film denso di riferimenti filosofici che ha segnato una generazione. La trama, nella sua complessità, è facilmente riassumibile. Il genere umano vive la sua vita apparentemente libera in una simulazione programmata ad hoc dalle macchine, le quali hanno preso il controllo sul genere umano e utilizzano il calore umano degli esseri umani per sostentarsi. Il mondo nel quale gli uomini si illudono di vivere è in realtà falso, illusorio, ed è denominato appunto Matrix, mentre il mondo reale nel quale gli uomini non sono altro che carburante per le macchine è praticamente inaccessibile. Tuttavia vi è un gruppo di uomini che si sono resi conto dell’illusorietà del mondo in cui credono di vivere e sono riusciti a rientrare nel mondo reale, nel quale grazie all’aiuto dell’ “eletto” Neo, magistralmente interpretato da Keanu Reeves, danno luogo ad un’eroica resistenza per restituire al genere umano la sua piena libertà.
Un film così filosofico è stato ovviamente analizzato più volte, e sono stati individuati centinaia di riferimenti che hanno ispirato i registi: i fratelli Wachowski. Platone, Cartesio, Marx, Hume e altri sono stati tutti quanti avvicinati a determinati momenti del film. Tuttavia può essere interessante, invece di analizzare il film parte per parte, cercare di intenderlo nella sua totalità per andare ad affrontare quello che è alla fine il suo tema principale. Il perno di Matrix è infatti chiaramente il “principio di realtà”, ovvero la domanda atavica “il mondo in cui viviamo è reale?” Tuttavia non finisce qui: Matrix non si chiede solamente se il mondo in cui viviamo sia effettivamente reale, preso nella sua totalità possiamo notare come al centro del film non vi sia solamente il concetto di mondo, ma soprattutto l’uomo e il suo modo di interfacciarsi alla realtà. Matrix è un film che ha in primo luogo un messaggio etico-politico: è un film che esorta al pensiero critico e all’impegno, è un film che chiede all’essere umano e all’umanità in generale di lacerare le catene della comodità e dell’abitudine a vantaggio di un impegno volto da un lato all’interpretazione del mondo, dall’altro al suo cambiamento: Matrix è, in fin dei conti, un film rivoluzionario poiché in esso, la rivoluzione, il dire di no allo stato di cose presenti, non si configura solamente come un rifiuto di ciò che è, ma come affermazione esistenziale e potente di ciò che non è, che potrebbe o dovrebbe essere.

Nel nostro viaggio dentro Matrix, cercheremo non tanto di seguire la trama e di riferire a singoli filosofi singole scene o battute, tenteremo piuttosto di considerare il significato del film, alla luce della riflessione di Rousseau, Hegel e Marx. Prendendo spunto dal film, ma non limitandoci ad esso, cercheremo di analizzare il rapporto tra uomo e realtà.
Abbiamo visto come in Matrix la realtà non sia quella che percepiamo nella nostra vita di ogni giorno, ma sia altrove. Questo è un topos da sempre presente nella filosofia occidentale. L’idea di una verità che si trovi altrove sembra essere connaturata alla società occidentale: pensiamo al mondo delle idee di Platone, alla celebre frase della tempesta di Shakespeare, secondo cui “siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni” o al velo di Maya Schopenhaueriano. Tuttavia noi vogliamo parlare del rapporto tra uomo e realtà, non solo di una possibile duplicazione ontologica della stessa, ma del modo in cui noi ci interfacciamo ad essa, in che modo essa ci illude e in che modo noi la aggiriamo. Tralasciando dunque ipotesi metafisiche che arriverebbero a negare la realtà, concentriamoci sul modo in cui noi ci relazioniamo con essa.

Un grande errore che l’uomo tende a fare è quello di considerare come naturale qualcosa che non lo è: l’antitesi naturale-artificiale è presente, ma noi tendiamo a ridurre tutto ciò che conosciamo, a cui siamo abituati o che ci è utile alla categoria del naturale. Rousseau nel “discorso sull’origine della disuguaglianza” ci fa addirittura vedere che, in realtà, la stessa vita in società, i nostri piaceri e bisogni (compreso quello di vestirsi) non sono dei bisogni naturali, ma sono artificiali e conseguenti alla nascita della proprietà privata (anch’essa, con buona pace di Locke, tutt’altro che naturale). La verità dell’uomo, la sua essenza non è dunque nella società, ma nella natura: tuttavia noi “scambiando bisogni artificiali con bisogni che di naturale non hanno nulla” ci sentiamo legittimati ad interpretare il mondo in un certo modo, sbagliando.

Completamente diverso è, a prima vista, l’approccio hegeliano. La famosa frase dei “lineamenti di filosofia del diritto” secondo cui “tutto ciò che è razionale è reale e tutto ciò che è reale è razionale” sembra essere la totale accettazione e legittimazione di ciò che è, e in un certo senso è così. Tuttavia il rapporto che si instaura in Hegel tra uomo e realtà è complicato e di difficile soluzione. La verità dell’essere si trova nel suo divenire: per accogliere la verità dell’essente è necessario coglierlo nella sua necessaria evoluzione verso la massima perfezione. La realtà è sempre dunque un concetto transitorio, necessario ma non sufficiente per intendere la verità dell’Idea, la quale trova la sua piena realizzazione soltanto in un avvicinamento indefinito alla perfezione. Il compito dell’uomo può essere duplice, ma in ogni caso esso non è altro che un momento dell’alienazione dell’Idea e, allo stesso tempo, l’essere attraverso cui l’Idea può progredire (individuo cosmico-storico) oppure l’essere che può giungere all’attualizzazione dell’Idea, che ritorna in sé attraverso il momento etico dello stato. Il momento paradossale della filosofia hegeliana è quello dell’autocoscienza: l’essere umano deve rendersi conto della sua natura transitoria e deve capire che qualora riuscisse a cambiare in qualche modo il mondo e a realizzare i suoi fini particolari, egli non sta facendo altro che realizzare gli scopi universali dello Spirito, in relazione al quale egli non è altro che una pedina, in balia dell’astuzia della ragione.

Marx è più allievo di Hegel di quanto si pensi, specialmente quando rifiuta l’immediatezza del mondo: Marx nella sua analisi vuole sempre andare oltre le apparenze. E’ un po’ una sintesi tra Hegel e Rousseau, perché rifiuta l’apparente naturalità delle cose, facendolo alla luce della dialettica hegeliana, solo che cambiata di segno, dal concreto all’astratto. Marx è convinto che nell’analisi della realtà sia impossibile prescindere dalle condizioni economiche, la famosa struttura, dalla quale poi divampa la sovrastruttura ideologica: Gramsci chiarirà il tutto con una metafora, secondo cui la struttura è lo scheletro e la sovrastruttura la pelle. Lukacs, uno dei più importanti marxisti, afferma che per Marx “l’uomo può conoscere se stesso come nucleo e fondamento delle relazioni cosalizzate solo attraverso il rifiuto della loro immediatezza.” Fondamentalmente secondo Marx, la società borghese ha trasformato l’essenza delle relazioni in relazioni tra merci, e riprendendo la tesi hegeliana secondo cui l’idea si conserva producendo se stessa, afferma che conservare è produrre l’identico e dunque la classe borghese resiste in virtù di questa produzione che è qualitativamente identica ( si produce sempre plusvalore, pluslavoro) ma è quantitativamente massificata e dunque si trasporta anche nelle relazioni umane causando fenomeni di reificazione, cioè di riduzione a cosa dell’essere umano. Questo processo, che nella filosofia contemporanea ha preso il nome di “invarianza riproduttiva” tende secondo Marx a produrre un “identico illimitato” che legittima la struttura economica, nascondendo le sue contraddizioni interne, permettendo al capitale di entare nelle teste degli esseri umani, diventando parte integrante non solo dei loro rapporti economici ma anche delle loro relazioni sociali.

Alla luce di queste considerazioni possiamo notare come l’impegno dei fratelli Wachowski nel girare Matrix possa essere considerato al pari di quello di un Marx o un Rousseau. L’importanza di svelare le contraddizioni del reale, e lo sforzo di individuarle per non appiattirsi su una realtà, che è tutt’altro che il migliore dei mondi possibili, deve essere alla base della riflessione filosofica del futuro: se uniamo a tutto ciò anche la nuova-realtà del mondo social, che sembra configurarsi effettivamente come un ennesimo grado di verità, allora si capisce come in un periodo come il nostro, nel quale, da un lato, è molto difficile individuare le cause degli eventi e, dall’altro, la realtà sembra essersi moltiplicata nel mondo-social, sembra quasi che fare filosofia, per interpretare il reale in tutte le sue forme, sia un obbligo morale.
Giuseppe De Ruvo