Il Superuovo

Capiamo i limiti della libertà d’espressione nel mondo della censura con Baretti e Fedez

Capiamo i limiti della libertà d’espressione nel mondo della censura con Baretti e Fedez

Tema caldo tornato di moda quello della libertà d’espressione, la censura poi: polverone. Comprensibile la censura  durante i regimi totalitari o periodi di forte inclinazione di pensiero, ma oggi?

L’Occidente e le sue democrazie al sapor di liberalismo fanno della libertà di opinione ed espressione uno dei fondamentali del loro intero carrozzone. Eppure la censura è un processo limitativo nato in contemporanea al processo comunicativo stesso: i primi grandi censori sono innanzitutto la nostra morale e il nostro imbarazzo, poi, terze, le istituzioni. In quest’ultimo caso, quello che a noi interessa, sono milioni gli esempi che si potrebbero fare. Sarebbe bellissimo un corso di “storia della censura”: inizierebbe a trattare dalle sacre scritture, per arrivare fino alla nostra epoca contemporanea, passando per Giuseppe Baretti e Federico Leonardo Lucia, aka Fedez.

Giuseppe Baretti

Torinese cattolico nato e vissuto nel 700 dell’Illuminismo, dei caffè letterari e dei giornali inglesi, Giuseppe Baretti è forse uno dei primi critici come noi li intendiamo oggi: un burbero bacchettone. Affascinato dai poeti trecenteschi e dalla loro lingua “aurea”, si dedica poi a studi linguistici: traduce dal francese le tragedie di Racine e collabora all’edizione del dizionario inglese-italiano. Viaggia un po’ per tutta Europa ed il suo primo soggiorno inglese è decisivo. Qui conosce la stampa inglese: libera, schietta e, a volte, lapidaria. Da buon borghese era abituato alle riviste più pacate (e noiose) come quel “Giornale dei Letterati d’Italia,” diretto da Apostolo Zeno, un eccellente supporto per il dibattito e la diffusione culturale nei salotti, ma nulla di più. A Londra Baretti s’illumina.

La Frusta Letteraria

Tornato carico di stimoli dall’oltre-manica, Baretti decide di fondare una rivista il cui nome dice già molto, La Frusta Letteraria: una rivista di recensioni letterarie, di gran voga all’epoca. Baretti intendeva coniugare i suoi interessi ed approfondimenti linguistico-letterari al carattere delle stroncature della stampa inglese. Delle stroncature “a fin di bene” a suo dire, poiché di riviste che recensissero nuove uscite sugli scaffali delle librerie ve n’erano fin troppe, ma nessuna allegava un commento critico vero e proprio.

Fatto sta che Baretti per 2 anni, dal 1763 al 65, pubblica sotto il nome di Aristarco Scannabue con sede editoriale a Rovereto, in realtà pubblicata in anonimo a Venezia,  una rivista che non si fa scrupoli di nessun genere nel comporre l’epigrafe lapidaria delle opere recensite. Facendo una stima, circa l’80% degli articoli, quasi tutti scritti da Baretti, sono stroncature. Oltre ad essere una delle riviste più lette d’Italia fu anche la più odiata. Chiunque avrebbe voluto chiuderla, in primis le istituzioni, come l’Accademia dell’Arcadia.

Tutto finisce quando ad aprile del 65 Baretti attacca Pietro Bembo, orgoglio cinquecentesco veneziano, dicendo che come poeta faceva schifo, il che è vero. La Serenissima però s’offende, ne approfitta e Baretti chiude i battenti riaprendo la rivista ad Ancona dove avrà breve vita. Qui, sotto la stretta censura dello Stato Pontificio riuscirà a sopravvivere solo qualche mese. Infine, deluso, Baretti si autoesilia nella tanto amata terra della stampa libera, l’Inghilterra, dove morirà.

Fedez, per la Rai parli troppo

Entra nel pantheon dei video “virali” quello in cui Fedez, in chiamata telefonica con i responsabili Rai, chiede spiegazioni del perché abbai dovuto rendere conto del contenuto “inopportuno” (a detta della Rai) del discorso che avrebbe dovuto tenere durante il concerto del primo maggio. Contenuto inopportuno, appunto, era quello di un discorso in cui venivano citate dichiarazioni di segretari, capi di partito, responsabili istituzionali, in cui emergeva la loro debole simpatia e la marcata intolleranza verso le persone LGTB. Fedez non dichiarava il falso riportando tali dichiarazioni, né ne esagerava il significato modificandone le parole, da cronista, quasi, le ha trascritte e rilette. Nonostante le dure opposizioni del direttivo Rai, Fedez ottiene il permesso di leggere il proprio discorso il primo di maggio e lo leggerà senza censure, davanti a quel pubblico familiare il quale avrebbe poco gradito il contenuto inopportuno (questa la vera preoccupazione della rai: ahi l’imbarazzo…).

Limiti da chi?

Il caso del discorso di Fedez è interessante da due punti di vista: egli tratta l’assai delicata tematica dei diritti civili LGTB e nel farlo “urta la sensibilità” di istituzioni che preferirebbero evitare certi temi, limitando la libertà espressiva. Questo secondo punto andrebbe ulteriormente approfondito ma possiamo limitarci a questa breve ma necessaria riflessione conclusiva. In una società in cui non esistono leggi in cui venga legittimata la censura, esiste un limite comune alla libertà d’espressione? A Venezia, un tempo non esistevano forti leggi restrittive, eppure quando Baretti tocca Bembo tutti s’infuriano. Oggi allo stesso modo, non esistono leggi ufficiali, eppure quando Fedez legge dichiarazioni scabrose di funzionari pubblici, la Rai drizza le orecchie. Ora: chi stabilisce i limiti del dicibile? Dov’è possibile verificare questi limiti, così che tutti possano comprenderli e farli propri? Probabilmente la realtà è un’altra. Per fare un paragone: la libertà d’espressione è come l’uguaglianza sociale: dal punto di vista giuridico-formale esiste, nell’atto pratico un po’ meno.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: