Caligola e i pregiudizi da smentire: non fu né pazzo né crudele

Nipote di Tiberio e terzo imperatore romano, per secoli è stato definito malato di mente; molti storici ancora adesso appoggiano la teoria. Basti tuttavia analizzare le fonti storiche per ridimensionare la portata delle accuse e mostrare come in realtà fu un buon amministratore, a discapito della giovane età.

Busto di Caligola.

Caligola, come accadde anche a suo nipote Nerone, mal sopportava il conservatorismo e le ipocrisie delle classi dirigenti. Amante della filosofia orientale, della cultura egizia e della Grecia come già suo padre Germanico, ambiva a importare l’istruzione, la conoscenza e il patrimonio intellettuale di queste province a Roma. Tale progetto cozzava visibilmente con le idee tradizionaliste dei senatori, attaccati al loro mos maiorum da generazioni. Le fonti storiche quali Svetonio e Cassio Dione che scrivono di lui, abbracciano proprio quest’ultimo punto di vista: un’immagine travisata e pregna di false accuse (come già nel caso di Tiberio e come avverrà poi anche con Nerone) è quindi inevitabile. Basti pensare che Cassio Dione prese parte all’omicidio di Commodo, altro imperatore odiato dal senato per motivi simili a quanto vale per Caligola e Nerone…

1. La “leggenda” della nomina a senatore del proprio cavallo

A raccontarci il fatto sono Svetonio e Cassio Dione, due biografi famosi per l’approfittarsi di pettegolezzi e dicerie al fine di screditare la figura dei principi. Se il secondo, nel riportare il fatto, è abbastanza conciso (venendo dopo Svetonio, è probabile che abbia ripreso la sua opera come fonte), il primo è al contrario più preciso. Egli scrive infatti che Caligola disprezzava i senatori; la ragione è a questo punto ovvia. Se da un lato questi non approvavano l’arte, la filosofia e la cultura orientale che tuttavia veniva studiata dai nobili romani – i quali partivano per qualche tempo andando ad istruirsi specie in Grecia – dall’altra rifiutavano l’importazione di tali abitudini nella capitale. Non solo: erano ben attenti, ogni istante, a lodare l’imperatore, ad accettare ogni decisione con ingenti complimenti, a chinare il capo per poi lamentarsi solamente in assenza di Caligola. Il principe ben presto si accorse di questa duplice dinamica, specie perché il senato era ormai ridotto a un servo della corte imperiale; senza autonomia, senza comando e senza idee, non aveva il coraggio per dialogare con l’imperatore né vi erano esponenti che osassero contraddirlo apertamente. Si limitavano a tessere congiure di nascosto, mentre sul piano operativo davano ben poco contributo politico e amministrativo.

Caligola, dunque, si spazientì presto di questo comportamento; egli arrivò a dire quindi che il suo cavallo, Incitatus, sarebbe potuto essere un senatore migliore. Con questo l’imperatore non voleva renderlo effettivamente console: tali dicerie vennero alimentate e diffuse molto tempo dopo la sua morte, e veicolo principale fu proprio Cassio Dione. Egli scrisse che si stavano organizzando cerimonie al fine di nominarlo tale, che la dieta del cavallo era composta persino da polli e frutti di mare e che Caligola addirittura dormisse con l’animale. La realtà è diversa: l’imperatore, furioso, desiderava solamente scuotere i senatori. La sua era una battuta che aveva lo scopo di sfidare la classe dirigente romana a collaborare in maniera meno vile e maggiormente propositiva.

Cammeo raffigurante Caligola e la personificazione di Roma.

2. La sua follia

Le fonti storiografiche, nettamente ostili, vanno anche oltre nello screditare Caligola. Accanto al mito dell’elezione del cavallo a senatore sono molte le accuse che vengono formulate in aneddoti stravaganti o giudizi pesanti. Tra queste, una delle più importanti è l’imputazione di una malattia mentale per spiegare alcune inclinazioni che tendevano al recupero delle tradizioni orientali anche sul piano amministrativo. Egli difatti cominciò progressivamente ad adottare comportamenti tipici dei sovrani persiani, siriani, e dei faraoni. La sua divenne sempre più una monarchia assoluta, cosa che fece infuriare la classe senatoria. Una simile condotta era inaccettabile per la tradizione del mos maiorum e per la mentalità del senato, che via via vide ridimensionato sempre più il proprio ruolo (forse anche a causa dell’atteggiamento passivo tanto criticato dall’imperatore). Al contrario, è bene ricordare che il consenso popolare fu sempre diffuso: la plebe lo amava: egli condivideva con essa il gusto per il teatro e per gli spettacoli che mai mancarono nel corso del suo principato. Accanto a questo è anche importante sottolineare che fu un costruttore instancabile: templi, acquedotti, porti e canali… Molti furono i progetti, poi screditati dalle fonti antiche come folli bizzarie, che vennero ideati per migliorare le condizioni del popolo e per abbellire la città.

Anche i soldati appoggiarono sempre l’imperatore: basti pensare che il vero nome del principe era Caio ma che venne rinominato Caligola proprio dalle legioni. Quando eragio vane e non ancora imperatore, infatti, seguiva il padre Germanico nelle sue campagne militari e veniva vestito da militare lui stesso. Indossava quindi anche la caliga, calzatura militare da cui deriva il diminutivo “Caligola” affibiatogli con affetto proprio dai sottopposti del padre che si intenerivano alla vista di un bambino così agguerrito. L’odio che per secoli ha veicolato un’immagine tanto grottesca, dunque, è da ricondurre alla classe dirigente romana. La sua morte fu infatti dovuta proprio a una congiura da parte di questa, in cui persero la vita anche la moglie Milonia Cesonia e la piccolissima figlia Giulia Drusilla, che venne sfracellata contro un muro.

3. La crudeltà e lo scialacquamento del denaro pubblico

A chiudere il quadro non possono che mancare la malvagità e lo sperpero di denaro. Le fonti storiche descrivono Caligola come un sovrano sanguinario, che uccise molte persone, spesso innocenti, al fine di incamerarne i beni. Si serviva di delatori, ci informano le fonti, che accusassero pubblicamente l’indagato. Questo veniva poi giustiziato e una parte del suo denaro finiva nelle tasche degli accusatori. Tale fenomeno viene spiegato come un modo per rimpinguare le casse dello stato, vuote a causa dello sfarzo dei banchetti e degli spettacoli organizzati. Anche qui la realtà è un po’ diversa e le informazioni delle fonti devono essere ridimensionate.

Partiamo dal primo dato: i processi per maiestas, ossia lesa maestà; si può effettivamente dire che vi furono dei processi contro alcuni senatori che vennero poi messi a morte. Bisogna tuttavia fare un ulteriore passo indietro: questo tribunale specifico venne istituito per la prima volta da Augusto ed era già stato utilizzato da lui e da Tiberio. Egli aveva preso il potere a Roma, e molti erano i senatori che tramavano contro di lui. Ideò quindi l’escamotage perfetto per tutelarsi: i processi per maiestas. Augusto incarnava i poteri consolari ma anche dei tribuni, ed era dunque un crimine ucciderlo. In questo modo rese possibile la salvaguardia della propria sicurezza con un’istituzione totalmente legale. Furono molti i processi sotto di lui, come li ritroviamo sotto Claudio e molti altri principi che non sono passati alla storia né come crudeli né come sanguinari. Il fatto che invece Caligola lo ritroviamo accusato di tale colpe è perché vi è un topos ricorrente nelle fonti storiche: gli imperatori definiti pazzi e crudeli si servono sempre di delatori per incamerare beni di innocenti. Accuse che ritroviamo, non a caso ,anche per Nerone e Domiziano. I processi per maiestas vennero condotti da Caligola a causa degli intrighi che i senatori perpretravano: ci è nota ad esempio una congiura sventata da parte di Getulico cui forse partecipò anche la sorella di Caligola, Agrippina Minore, madre di Nerone e nota descritta dai biografi come pronta a tutto per ottenere il potere imperiale. Lo scopo era dunque tutelarsi: Caligola voleva proteggersi dagli attacchi che lo colpivano e che potevano provenire persino dalla sua stessa famiglia.

Cade, dunque, l’accusa dell’uccisione di innocenti al fine di incamerare i propri beni; a questo proposito occorre fare un’ultima considerazione. Non si può negare che Caligola non badasse a spese, specie nel privato: sono note le numerose feste che animavano la corte imperiale. Viene però travisato un dato molto importante dalle fonti storiche e che solo ultimamente gli storici moderni stanno analizzando: le spese attuate in questo senso erano tutte a carico dell’imperatore. Caligola non intaccava cioè le casse dello Stato ma le sue personali imperiali. Vi fu, quindi, attenzione anche per il denaro pubblico.

Caligula&Germanicus Aureus.jpg
Monete che raffiugurano a sinistra la testa cinta di alloro di Caligola e sulla destra la testa del padre Germanico. Fu lui a trasmettere al figlio l’amore per l’Oriente e molti furono i tratti orientali che lui stesso adottò; ciononostante le fonti lo ricordano con grande amore e rispetto, a differenza di quanto avviene per il figlio.

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