Byung-chul Han e “Inside Out” ci insegnano come dovremmo convivere con il dolore

Nel celebre film di animazione della Pixar, amato da grandi e piccini, si possono riconoscere le teorie di uno dei più rinomati e influenti pensatori contemporanei.

“Inside Out” è fra i capisaldi più recenti della Pixar: fin dall’inizio è stato largamente acclamato dal pubblico di tutte le età. Come spesso si è detto delle produzioni dello stesso logo, è uno di quei film che, se guardati in momenti diversi e distanti della vita, possono comunicare nuove sfumature dello stesso messaggio. Molti di noi, da bambini, avranno tifato per Gioia, per la sua frizzantezza e intraprendenza, e certamente non avranno provato grande simpatia per Tristezza e per i suoi interventi maldestri; il filosofo sudcoreano Byung-chul Han potrebbe aiutarci ad entrare in sintonia con questo personaggio, e a comprendere come la sua presenza sia fondamentale nel film ed anche nella vita quotidiana di noi tutti.

“La società senza dolore: perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite”

È il titolo di una delle ultime pubblicazioni di Han; si tratta di un saggio che, attraverso una prosa lucida, diretta e tagliente come un bisturi, procede ad un’analisi sociologica di una delle emozioni primordiali che, dall’alba dei tempi, sono parte integrante della personalità umana: il dolore. La diagnosi clinica è da subito chiara e inconfutabile: il mondo contemporaneo soffre di algofobia. Cosa vuol dire? In parole povere, significa che ha paura della sofferenza; anzi, ne è terrorizzato, tanto da spingerci, talvolta, a rinunciare deliberatamente alle nostre libertà pur di non doverci avere a che fare.

Questo atteggiamento si può spiegare attraverso un semplice nesso causale: la società contemporanea è anche palliativa, ossia, non affronta, non risolve le difficoltà, ma ne allontana temporaneamente le conseguenze tramite rimedi provvisori e spesso poco efficaci a lungo termine. Infatti, la soluzione ad ogni male di questa società, anche il più insignificante, sono gli analgesici, tanto in termini medici (esistono farmaci praticamente contro ogni male fisico) quanto nel dibattito politico, che è stato anestetizzato e reso un mero botta e risposta fra visioni spesso semplicistiche e polarizzate, che ammettono solo il consenso; in generale, anche nel dibattito pubblico e nel confronto con l’Altro, che si trasforma sempre più in un’entità da cui guardarsi piuttosto che da accogliere come ampliamento e miglioramento di Sé.

In una società palliativa nessuno, nemmeno coloro a cui competerebbe, ha il coraggio di assumersi la responsabilità di mettere in atto riforme dolorose ma urgenti, cambiamenti drastici ma inderogabili, perché alla “democrazia palliativa” manca il “coraggio del dolore“, di abbandonare una tranquillità nociva che lo condanna alla spirale dell’Uguale, per mettersi in gioco e assumere il rischio di salvarsi.

Perché dovremmo, invece, abbracciare la sofferenza?

Verrebbe da chiedersi: se le condizioni sono queste, perché nessuno fa niente? Perché nessuno vuole far scoppiare questa bolla, anzi, fanno tutti schermo in modo da proteggerla e renderla più resistente? Perché la società neo-liberista forgia dei soggetti da prestazione, che, intrappolati nella propria individualità e nella propria routine, hanno come unico fine il raggiungimento della felicità, che coincide con l’auto-realizzazione; non si tratta, dunque, di quella felicità atarassica che metteva d’accordo stoici ed epicurei, bensì di una felicità insulsa, inutile, vuota e “nuda” come le vite di chi riduce il dolore a mera sofferenza corporea, spogliandolo di quella veste di intermezzo spirituale in grado di condurci ad abbracciare l’esistenza nella sua totalità, al di fuori della nostra bolla di solitudine. Se non diventi parte della macchina capitalista neo-liberista, vieni lasciato indietro e diventi relitto di una società che ti rigetta; per questo, l’uomo contemporaneo vive in una condizione di auto-coercizione mascherata da libertà, che, come direbbe Marx, ne provoca l’alienazione e spegne ogni speranza di rivoluzione.

Nella società neo-liberista, inoltre, la sensibilità, o meglio, l’empatia che gli individui dovrebbero provare gli uni verso gli altri, è notevolmente in declino: se la manipolazione dei media ha progressivamente condotto l’umanità a vivere una realtà distorta, ad oggi l’identificazione dell’individuo con il consumatore produce una sorta di indifferenza generalizzata nei confronti del prossimo, che viene visto come oggetto pronto all’utilizzo e interscambiabile se difettoso.

Del resto, l’uomo contemporaneo è dimentico che il dolore trova sempre e comunque il modo di penetrare le barriere immunologiche innalzate dai presunti analgesici, e di insinuarsi delle nostre vite; è dunque obbligatorio imparare a conviverci, anche rischiando di esporsi alla sofferenza. Un contrappeso efficace, suggerisce Han, potrebbe essere l’Amore, quello autentico, come la carezza di una sorella sulla ferita del fratello, e non l’amore “surrogato”, senza impegno e mercificato, frivolo e senza contrappesi emotivi.

La rivoluzione emotiva in “Inside Out”

Passato brevemente in rassegna il pensiero di Byung-chul Han, vediamo come esso trovi riscontro in “Inside Out”, come se fosse stato il filosofo stesso a concepirlo: del film, infatti, si potrebbe dire che è a tutti gli effetti la messa in scena della sua teoria sulla sofferenza. Riley è una bambina allegra e solare, che ha vissuto un’infanzia felice circondata dall’affetto di genitori e amici e dalle sue passioni, fra cui l’hockey. Quando però la sua famiglia si trasferisce dal Minnesota a San Francisco, Riley inizia fin da subito a sentire la mancanza e il richiamo dei luoghi della sua infanzia, fino a tentare la fuga, salvo pentirsi immediatamente, ritornare sui suoi passi e dare libero sfogo a ciò che fino a questo momento abbiamo visto accadere nella sua mente.

Fino all’inizio vero e proprio dell’intreccio, la sezione emotiva della mente della ragazzina è stata monopolizzata da Gioia: quest’ultima, in buona fede, vuole ottemperare fino in fondo al suo incarico, anche prevalendo in maniera autoritaria sulle altre emozioni (Rabbia, Disgusto, Paura, Tristezza) e impedendo loro di partecipare più attivamente alla formazione della personalità di Riley. È l’intervento goffo e placido di Tristezza a rimescolare le carte: non appena tocca e trasforma uno dei ricordi base della bambina, dà avvio a tutta una serie di concatenazioni che conducono attraverso un viaggio nei meandri più remoti della sua mente, e, in ultima istanza, ad una sorta di rivoluzione emotiva.

Assistiamo, nel vero senso della parola, all’evoluzione non solo del personaggio di Riley, ma anche delle sue emozioni, e dunque della sua maniera di vedere il mondo e di rapportarsi ad esso e a sé stessa. Senza Tristezza, probabilmente, non avrebbe mai raggiunto il grado di consapevolezza che dimostra alla fine del film, che la aiuta a padroneggiare l’impulso di tornare laddove risiedono i ricordi felici della sua infanzia e ad accogliere i cambiamenti che le sono piombati addosso in maniera così repentina. Lo capisce anche Gioia, che, una volta tornata al quartier generale, inizia a collaborare insieme agli altri personaggi – la monocromia gialla delle sfere dei suoi ricordi si trasforma in un tripudio di colori! – guidando Riley verso una nuova stabilità.

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