Il Superuovo

Bullismo: non sempre sinonimo di aggressività

Bullismo: non sempre sinonimo di aggressività

Il dr. J. Ostrov, uno tra i migliori esperti in America in materia di comportamenti aggressivi, bullismo e vittimizzazione, ha condotto una ricerca per rimarcare le differenze tra comportamento aggressivo comune e bullismo.

Nello studio gli insegnanti hanno completato analisi relazionali su 124 studenti, rispetto alle variabili di aggressività fisica e relazionale, atti di bullismo e vittimizzazione dei pari.

A sostegno delle ipotesi, i risultati di questo studio hanno rivelato che l’aggressività aumenta i livelli di vittimizzazione, mentre il bullismo non è correlato alla vittimizzazione. Per gli autori dello studio è importante che sia emersa una distinzione tra atto aggressivo e bullismo.

“Victimization is receiving; aggression is displaying; bullying adds the power imbalance and repetition”. (La vittimizzazione si riceve, l’aggressività si manifesta e il bullismo aggiunge a ciò lo squilibrio di potere e la reiterazione degli atti.) – afferma il dr. J. Ostrov, psicologo dell’Università di Boston a capo della ricerca.

Bullismo: un’occhiata più da vicino

Negli anni ’90 il termine ‘bullismo’ era pressoché sconosciuto o usato con un’altra accezione, pensando a un individuo prepotente, spavaldo. Questo termine è entrato a far parte della letteratura scientifica come traduzione del termine inglese ‘bullying‘, che si riferisce a una situazione dinamica. Non è qualcosa che riguarda strettamente il bullo, ma è una situazione in cui abbiamo qualcuno che prevarica e qualcuno che viene prevaricato. Coinvolge due attori che agiscono in un preciso contesto in cui non sono soli, come la scuola, che svolge il suo ruolo. Il contesto è formato da altre persone che sono gli adulti e i coetanei che, anche se non direttamente, sono anche loro coinvolte. I primi studi sul bullismo in Italia hanno rilevato un livello piuttosto alto di questo fenomeno, anche più alto rispetto ad altri paesi europei.

Come ha esplicitato la ricerca, il bullismo non è una comune manifestazione di aggressività. Quello che lo caratterizza è:

  • L’intenzionalità: il bullismo è una forma di aggressività proattiva, non è dato in risposta a delle provocazioni ma è un comportamento intenzionale. Una tendenza ad agire intenzionalmente in modo aggressivo per ledere l’altro.
  • La sistematicità: quando lo studente è esposto ripetutamente nel corso del tempo. Per parlare di bullismo dobbiamo fare riferimento ad atti di prepotenza che si ripetono nel tempo verso la vittima.
  • L’asimmetria di potere: lo squilibrio relazionale. Per parlare di bullismo dobbiamo rintracciare una relazione di disparità tra il bullo e la vittima altrimenti parliamo di un conflitto tra pari. Un conto è vedere due ragazzi che si picchiano, un altro è una situazione dove abbiamo un bullo più forte e una vittima più debole. Questa asimmetria può essere sia fisica, che rispetto al ruolo del potere e della popolarità.

Il bullismo si manifesta in prepotenze dirette, includendo tutte quelle situazioni in cui c’è un contatto fisico, ma anche tutte le situazioni in cui l’aggressione avviene in forma verbale o con gesti e posture.

Ci sono anche prepotenze indirette che sono anche più difficili da rilevare dall’adulto in quanto meno eclatanti ed evidenti. Possono essere strumentali – l’utilizzo di oggetti della vittima per ricattarlo – o sociali, in cui si prendono di mira le relazioni sociali, come attraverso l’uso di pettegolezzi o escludendo qualcuno dal gruppo.

I dati ci indicano che il fenomeno tende a diminuire con l’età. In particolare diminuiscono le prepotenze fisiche che sono maggiormente diffuse tra i bambini più piccoli. Ad aumentare sono invece le prepotenze di tipo indiretto che difficilmente si trovano tra i bambini e più facilmente nelle scuole medie e superiori. Le prepotenze verbali sono le più diffuse in assoluto e rimangono costanti con l’età.

Un altro aspetto che cambia con l’età è la valutazione del fenomeno, cosa ne pensano i ragazzi. Al crescere con l’età le valutazioni sia delle possibili motivazioni del fenomeno sia sugli attori del fenomeno diventano sempre più complesse. I bambini più piccoli tendono a dare motivazioni più semplici – il bullo si comporta così perché gli sta antipatica la vittima – dando una valutazione negativa sia della vittima che del bullo. Queste valutazioni cambiano col crescere diventando più complesse – i bulli lo fanno per sentirsi più forti, più grandi –. Crescendo cambia anche la connotazione della vittima che viene vista meno negativamente, come un soggetto debole e bisognoso di aiuto e di attenzione, sono differenze da tenere conto.

Ci sono anche differenze legate al genere: i maschi sono generalmente più coinvolti sia come bulli che come vittime e sono più coinvolti in forme di bullismo dirette. Anche le femmine possono essere o vittime o soggette a utilizzare forme di bullismo, però sono forme maggiormente indirette, che minano alla base delle relazioni. Le femmine tendono di solito a prevaricare altre femmine, difficilmente una ragazza diventa prevaricatrice di una vittima maschile. È vero però anche che le femmine possono essere maggiormente prevaricate da maschi.

Questi dati devono essere letti tenendo conto del contesto culturale: tale comportamento è più tollerato se messo in atto da maschi che da femmine. Le ragazze di solito presentano una maggiore consapevolezza dell’azione aggressiva e questo tende ad inibire la loro aggressività e tendono ad avere anche un atteggiamento più protettivo nei confronti della vittima. Anche i compagni stessi tendono ad essere più tolleranti nei confronti di una violenza fisica tra maschi che tra femmine.

Quando la dinamica non vede coinvolti solo il bullo e la vittima

Il bullismo è una situazione dinamica che vede i ruoli del bullo e della vittima ma non solo. È un fenomeno sociale che prevede il ruolo anche dei coetanei che sostengono o aiutano il bullo, quelli che vengono definiti come gregari. Esistono però anche difensori della vittima e poi esiste la maggioranza silenziosa, soggetti esterni non direttamente coinvolti nel fenomeno ma che la maggior parte delle volte vedono ma non intervengono per diversi motivi.

Più nello specifico:

  • Il bullo: è colui/colei che prende l’iniziativa per fare le prepotenze fisiche, verbali o indirette.
  • La vittima: è colui/colei che subisce le prepotenze.
  • I gregari (ruolo pro-bullismo): svolgono un ruolo importante che rendono il bullo popolare. Ci sono sia sostenitori che aiutanti:
    • Il sostenitore magari non partecipa direttamente alla prepotenza ma agisce in modo da rinforzare il comportamento del bullo sostenendolo e incoraggiandolo, mostrando quindi esplicitamente e implicitamente un’approvazione nei confronti delle azioni del bullo.
    • L’aiutante del bullo invece di solito partecipa attivamente agli episodi di bullismo occupando una posizione secondaria. Si lascia trascinare con delle azioni che possono essere anche materiali, facendo per esempio il palo o tenendo ferma la vittima.
  • Gli spettatori:
    • Difensore della vittima: riferisce a qualche adulto episodi di prepotenza accaduti a qualche compagno, cerca di difendere i compagni che subiscono le prepotenze o cerca di convincere altri compagni ad aiutare.
    • Spettatore passivo: o fa finta di non vedere o rimane neutrale

Se i primi studi si concentravano maggiormente sulla diffusione e caratteristiche del fenomeno, più avanti ci si è incentrati sulle caratteristiche degli attori.

Il bullo ha maggiormente un atteggiamento positivo nei confronti della violenza rispetto ai suoi compagni e anche la presenza di impulsività con una propensione a dominare gli altri. Sono ragazzi con spesso scarsa empatia, con una scarsa capacità di mettersi dal punto di vista dell’altro e in particolare nei confronti della vittima. A volte presentano una immaturità a riconoscere le emozioni proprie e altrui. Hanno una più generale difficoltà a interagire in modo efficace, quindi hanno una scarsa capacità sociale. L’immaturità nel conoscere le emozioni determina anche una incapacità di interpretazione dei segnali sociali che vengono rilevati come ostili anche quando in verità non lo sono. I bulli non sono ansiosi o insicuri, hanno una elevata stima di sé, non sono bambini che si ritengono inferiori o incapaci.

La vittima più ‘tradizionale’ è passiva, quella che subisce. Si tratta di bambini sensibili, insicuri, cauti che spesso sono più timidi e tendono a rimanere in disparte e presentano un basso livello di autostima. Questo li può portare anche ad ammirare il bullo pensando di meritarsi le prevaricazioni che ricevono. Questo perché si sentono in una situazione in cui la considerazione di sé è bassa e ciò si accompagna all’apprezzamento del bullo in quanto è una persona che si fa valere, che ha un’alta autostima di sè.

Oltre alle vittime passive, esistono anche vittime prevaricatrici in cui i ragazzi si rendono fastidiosi con il loro comportamento, hanno una difficoltà di concentrazione e hanno un comportamento iperattivo. Questi bambini condividono con le vittime passive una bassa autostima, una considerazione negativa della loro situazione. Condividono invece in maggior misura con il bullo la difficoltà ad interpretare le emozioni e i messaggi sociali e quindi a rispondere in modo adeguato alle situazioni sociali, sono spesso inopportuni.

L’esterno e il difensore sono quelli su cui si concentra la ricerca, hanno degli aspetti in comune e delle differenze: entrambi hanno un basso livello di aggressività. Inoltre, i bambini che osservano e non intervengono non lo fanno perché non si pongono dal punto di vista dell’altro. Entrambi hanno anche una buona capacità di elaborare le informazioni sociali, di capire cosa succede intorno a loro e le relazioni che ci sono tra i loro compagni. Sanno anche gestire e regolare bene le proprie emozioni così come hanno una elevata sensibilità morale. Entrambi possono dirci che la prevaricazione è sbagliata e che la vittima è in una situazione di svantaggio e che quindi bisognerebbe agire.

La differenza tra di loro è in termini di autoefficacia. Il difensore ha un maggiore livello di autoefficacia sociale, è più competente nell’esprimere il suo punto di vista, nel costruire e mantenere una buona relazione. Ecco allora che è importante tenere conto dell’autoefficacia se vogliamo negli interventi cogliere l’opportunità di coinvolgere i pari. Dobbiamo infatti lavorare specialmente sull’autoefficacia e quindi rendere capaci i ragazzi di intervenire. Inoltre, presentano maggiori emozioni di vergogna rispetto agli esterni, si sentono maggiormente in colpa se di fronte a un episodio di bullismo non intervengono.

La valutazione negativa della prepotenza non porta necessariamente i compagni ad adottare un comportamento di aiuto nei confronti della vittima. Questo accade solamente se i bambini possiedono buone capacità dal punto di vista sociale.

La pressione da parte dei pari e degli adulti è un fattore importante, i bambini sono influenzati dalle aspettative degli adulti e dei pari rispetto al loro comportamento. Quando loro si aspettano un comportamento di aiuto è maggiormente probabile che il bambino adotti questo comportamento nei confronti della vittima. Quando la maggior parte dei compagni sviluppa questo atteggiamento positivo anche altri compagni tenderanno a conformarsi e ad adottare un comportamento più favorevole.

Colombo Sara

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