Breve storia della storia: e se il futuro stesse andando più veloce di noi?

Nulla è più difficile da capire della storia, eppure essa è un qualcosa di completamente fatta dagli uomini: a prima vista la storia sembrerebbe semplicemente un ammasso di eventi in successione, slegati e uniti solo dalla contingenza. La riflessione filosofica non ha mai accettato questa definizione e ha sempre cercato di andare oltre la mera apparenza.

Prima di iniziare questa “storia della storia” bisogna capire per quale motivo essa è fondamentale.

Lo studio della storia è diverso rispetto alla filosofia della storia, sebbene il “cercato”, come direbbe Heidegger, sia sempre lo stesso, queste due discipline hanno due prospettive completamente diverse.

Lo storico ha infatti il compito di ricostruire per studiare il passato, come afferma Bloch, e di interpretarlo. La storiografia studia dunque i fatti e le loro relazioni, alla luce di ciò che è avvenuto. Non intendiamo con questo dire che lo storiografo non interpreta, lo storiografo interpreta nella misura in cui riesce a ricondurre degli eventi che potrebbero sorgere da innumerevoli cause ad un’unica causa, o a poche.

La prospettiva con cui la storiografia guarda alla storia è dunque passatocentrica, essa è fondamentalmente un processo empirico di ricostruzione dei fatti. Qualcuno potrebbe obiettare affermando che lo studio della storia è fondamentale per capire il presente. E ciò è vero, è esattamente questo lo scopo dello studio della storia. Tuttavia, nel momento esatto in cui questa domanda viene posta, non ci troviamo più nel campo della storia, ma in quello della filosofia della storia. Quando affermiamo frasi del tipo “historia magistra vitae”, noi presupponiamo già una funzione della storia che va oltre la raccolta dei fatti e che trasforma la storia da oggetto di ricerca, da ricostruire grazie all’opera dello storico, a soggetto attivo in grado di influire sulle vicende degli uominil’oggetto-storia soggettivato, nel suo premere contro il presente compie una duplice funzione e ha una duplice valenza. La storia infatti effettua una donazione di senso al presente stesso inserendolo in un continuum dinamico in cui il futuro può declinarsi come presenza del passato, persistenza in grado di agire sul presente e regolarne le varie possibilità future. La filosofia della storia ha dunque una prospettiva futurocentrica, guarda certamente al passato ma, dall’avvento del cristianesimo, lo fa sempre in vista del futuro.

La religione cristiana è fondamentale per il nostro zeitbild, ovvero per l’immagine del tempo che noi ci creiamo. Il tempo cristiano è infatti proiettato verso il futuro in quanto pone alla fine dei tempi l’avvento di Cristo. Il tempo cristiano viene dunque vissuto come attesa e la storia si configura come una “valle di lacrime” resa accettabile dalla promessa di una salvezza futura: possiamo notare in che modo dunque il singolo evento venga legittimato in virtù del futuro.

Una volta capito ciò è molto semplice comprendere in che modo autori come Hegel e Marx abbiano attinto alla riflessione cristiana. Karl Löwith mette in luce come il pensiero di questi due autori tedeschi, presupponga le categorie cristiane. Hegel non fa mai mistero di ciò e, nelle lezioni sulla filosofia della storia, definisce quest’ultima addirittura come una teodicea. Tuttavia anche nell’opera Marxiana vi è l’elemento fondamentale del messaggio cristiano: L’attesa di un mondo migliore, del  “regno della libertà”.

Certo in Marx vi è una forte insistenza sulla praxis rivoluzionaria e sulla coscienza di classe, che tuttavia Löwith evidenzia essere delle secolarizzazioni del concetto cristiano di metanoia.

Oggi tuttavia il tempo della storia, che abbiamo visto caratterizzarsi come attesa di un mondo migliore, sembra essere cambiato: La categoria fondamentale non è più quella dell’attesa, ma quella del tutto e subito. Il tempo, sottolinea Koselleck, ha accelerato e il futuro si configura oramai come un “futuro passato“. La meccanizzazione, unita al dominio della forma di tempo lineare e alla caduta delle attese messianiche e, post 1989, unita alla caduta dell’ultima ideologia propriamente futurologica, ha permesso al tempo di andare estremamente veloce e in tal modo di ridurre lo “spazio di esperienza” per il soggetto. Ecco il motivo per il quale probabilmente non riusciamo a comprendere teoreticamente la nostra era. Il nichilismo, sul piano metafisico, e il relativismo, sul piano etico, non sono legittimati dai fatti: siamo noi a non essere in grado di legittimare i fatti in base ad una prospettiva futura e dunque non siamo in grado di trovare un’alternativa, basata sul metron, rispetto alla società dell’illimite nella quale siamo immersi.