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Braveheart e lo ius primae noctis: Mel Gibson ci ha ingannati durante tutta la pellicola

Braveheart e lo ius primae noctis: Mel Gibson ci ha ingannati durante tutta la pellicola

La mitizzazione negativa del passato è spesso diffusa dai cosiddetti colossal storici e anche Braveheart non è da meno.

Scena tratta dal film Braveheart nella quale due soldati inglesi portano via la giovane sposa per consegnarla al loro signore.

Nel famosissimo e acclamatissimo film di Mel Gibson si è impiegato un espediente narrativo che altro non è che l’ennesima bufala sul Medioevo, vale a dire lo ius primae noctis.

Tra realtà e finzione. L’”invenzione” dello ius primae noctis

L’avventuroso millennio medievale, com’è stato definito, è un’incredibile fabbrica di miti e leggende, più di qualsiasi altra epoca. Miti e leggende che, beninteso, non appartengono al periodo medievale, ma sono invenzioni di epoche successive che guardavano al Medioevo con disprezzo e superiorità. Un esempio principe su tutti è il cosiddetto ius primae noctis, ovvero, letteralmente, il diritto sulla prima notte di nozze. Gli eruditi del XV e XVI secolo, gli umanisti, intraprendendo la riscoperta dell’antichità classica si sono resi conto che dalla fine dell’evo antico fino ai loro giorni la cultura era andata deteriorandosi e la produzione letteraria era diventata asfittica.  Le ricerche degli eruditi li portano a riscoprire tradizioni, leggi e costumi, i quali sono però interpretati in un’ottica spregiativa: lo ius primae noctis regna sovrano tra tutti. Sulla carta si tratterebbe del diritto di un signore di passare la prima notte di nozze con tutte le vergini abitanti in luoghi a lui sottomessi; per cui, quando una coppia si sposava, il signorotto aveva diritto di giacere con la neo sposa prima del marito stesso.

Bisogna però fare attenzione; non è che abusi di potere non capitassero, anzi, erano probabilmente molto frequenti, ma erano abusi per l’appunto, cioè non previsti dalla legge. Ma come facciamo ad esserne sicuri? La risposta è molto semplice, andiamo a guardare i documenti dell’epoca. Ebbene, in nessun documento del Medioevo si trova traccia di questo diritto, sia esso una fonte di natura giuridica, letteraria, religiosa ecc.… Si trovano però diversi documenti che elencano gli obblighi dei contadini nei confronti dei loro signori e che ci mostrano in concreto quali erano le prestazioni lavorative loro richieste. In diversi documenti emerge una specie di tassa, chiamata in modo diverso a seconda della zona, che prevede il pagamento una tantum di una somma stabilita al signore da parte del contadino che, sposandosi con una donna appartenente ad un villaggio diverso, esce dall’influenza del suo signore. Per convenzione questa tassa veniva pagata la prima notte di nozze e per questo motivo è spesso citata nei documenti latini come “ius primae noctis”.

Vale qui la pena sottolineare l’enorme attrattiva che può avere un mito del genere, sia a livello visivo che emotivo; non stupisce dunque se lo si vede spesso impiegato in pellicole ambientate nel Medioevo, oppure in libri in cui non ce lo aspetteremmo, come ad esempio 1984 di George Orwell. Qui addirittura lo ius primae noctis diventa il diritto del capitalista di andare a letto con tutte le operaie della sua fabbrica. Al di là della realtà storica, lo ius primae noctis rimane un eccellente espediente narrativo in grado di attivare un circolo drammatico interno all’opera che lo utilizza. Ed è proprio quello che succede in Braveheart.

Braveheart e la storia. Una corrispondenza mancata

Braveheart è un grandioso colossal storico diretto e interpretato da Mel Gibson che narra della strenua resistenza dinanzi all’avanzata e al dominio degli inglesi in Scozia. Il protagonista del film è William Wallace, personaggio storico realmente esistito ed eroe nazionale scozzese, che si sacrifica per garantire alla sua amata Scozia la libertà dalla tirannide della perfida Albione. Siamo intorno al 1280, la Scozia viene invasa da Edoardo I d’Inghilterra che instaura un regime dispotico. Ad un certo punto, in un anno imprecisato, Edoardo I concede ai nobili inglesi stanziati in Scozia terre e privilegi, tra i quali figura lo ius primae noctis; in una celebre scena del film si assiste ad un matrimonio al quale partecipa anche Wallace. Durante la festa irrompe un nobile inglese con dei soldati e, pretendendo di diritto la verginità della sposa, la porta via con sé.

Questa violenza gratuita è uno dei moventi principali che spingono la Scozia alla ribellione. In realtà Wallace si ribellerà anche e soprattutto perché la sua amata, chiamata Murron, viene aggredita dalla soldataglia inglese, che intende abusare di lei e messa a morte per essersi difesa. Quale miglior modo di cominciare una storia drammatica? Peccato che le premesse storiche siano tutte sbagliate. Gli sceneggiatori hanno dichiarato di essersi basati sugli scritti di un cronista noto come Harry il Cieco, il quale circa 170 anni dopo la morte di Wallace ne racconta le imprese. Harry il Cieco però non doveva essere troppo appassionato di storia, dato che la sua cronaca è largamente inattendibile, piena zeppa com’è di imprecisioni ed invenzioni. Va detto, a onore del vero, che gli sceneggiatori hanno attinto a piene mani anche alla loro fantasia, inserendo molti elementi che non compaiono nelle cronache medievali. L’aggiunta più vistosa, dal punto di vista dello storico, e la più straziante è sicuramente lo ius primae noctis. Nel film, questo espediente narrativo così drammatico serve a giustificare la resistenza scozzese e a demonizzare gli inglesi, visti come violenti e barbarici.

In realtà, come abbiamo visto, lo ius primae noctis non è mai esistito, e di certo non era necessario per giustificare la reazione scozzese davanti all’invasione inglese, visto e considerato che gli scozzesi avevano tutti i diritti di difendersi. Sembra semmai più convincente la vicenda di Murron, la quale ben si adatta ad un contesto di guerra. Possiamo immaginarci che violenze del genere capitassero durante le numerose scorrerie che segnano una guerra ed effettivamente i cronisti dell’epoca non tacciono su questo genere di avvenimenti. È quindi pienamente comprensibile la reazione di Wallace, il quale vede morire la sua amata a causa di un torto subito e non perché colpevole di qualche effettivo crimine. Dato che la sola morte di Murron si sarebbe tradotta in una guerra personale di Wallace, gli sceneggiatori hanno ben pensato di mettere in scena il “trucco” dello ius primae noctis in modo da coinvolgere la Scozia intera.

Il mito dei secoli bui è duro a morire

Abbiamo visto rapidamente il delinearsi dello sviluppo del mito dello ius primae noctis. Vale ora la pena (forse!) di soffermarsi un attimo a riflettere. Come mai, nonostante le mitizzazioni vengano smontate, sopravvivono? Ovviamente non ci può essere una risposta generale e univoca. Il Medioevo, da questo punto di vista, è una fucina del fantastico. Sono state scritte le cose più mirabolanti e visionarie sul periodo medievale, e per lungo tempo la gente ci ha creduto.

Gli eruditi del Quattrocento e del Cinquecento erano impegnati a sostenere la bellezza del presente in sfregio alla bruttezza del passato; lo facevano con convinzione genuina e sincera, impiegando però metodi di ricerca e collazione poco ortodossi e affidabili, selezionando le informazioni da riportare e travisando spesso i contenuti delle fonti che leggevano. Gli illuministi dal canto loro, tutti impegnati a celebrare la Ragione, intesa come suprema aspirazione dell’uomo e come matrice stessa dell’essenza umana, guardavano al passato con aria di sufficienza e ne parlavano in maniera spregiativa. Inoltre, criticavano apertamente quei “residui feudali” che essi ricollegavano automaticamente al Medioevo, ignorando o omettendo che molti di quei residui derivavano invece da pratiche sorte nell’Età Moderna. L’illuminismo è, come tutti sanno, l’epoca della Ragione. È anche l’epoca in cui la religione comincia a perdere il suo primato, almeno tra gli eruditi, e in cui cominciano a comparire intellettuali vistosamente atei. Il Medioevo per contro, era stata un’epoca profondamente religiosa. Non sorprende che gli illuministi provassero pena per la gente vissuta in quel tempo, che dal loro punto di vista era oppressa e penata dallo strapotere della religione e della Chiesa.

Tutto questo mondo intellettuale, quello del Rinascimento e quello dell’Illuminismo, sono ancora con noi. Non è difficile incontrare nella cultura diffusa quei pregiudizi che si trovano nei testi del Quattrocento e del Settecento, e anzi essi sembrano sopravanzare il contributo della ricerca storica accademica, che negli ultimi decenni ha raggiunto una qualità buona, anche se non ottima. Una delle cause di questo fenomeno è sicuramente l’immagine che del periodo Medioevale danno la televisione e i film; a volte, persino programmi dedicati alla storia perpetrano stereotipi e immagini del Medioevo completamente sbagliate, con sommo rammarico degli appassionati.

Braveheart e la sua magnifica lezione

Restando in tema di mitizzazioni, e riprendendo quanto detto alla fine del paragrafo precedente, l’esempio di Braveheart è ancora una volta principe su tutti. L’intero film è una costruzione falsata delle vicende storiche alle quali fa riferimento, e adatta le situazioni e i comportamenti agli stereotipi più radicati nella cultura diffusa. Per esempio, il fatto che Wallace e i suoi uomini d’arme abbiano delle pitture blu sul volto e sul corpo, come fossero dei guerrieri tribali, è ovviamente una stortura. La popolazione che seguiva queste usanze erano i Pitti, popolazione dell’antichità stanziata in Scozia, la quale abbandona queste usanze nel momento in cui accetta il cristianesimo ( i Pitti, attraverso varie trasformazioni, sopravvivono fino all’XI secolo). Lo stereotipo in questo caso è sottile ma altrettanto reale, in quanto era tipico dei barbari pitturarsi il corpo; dato che il Medioevo è considerato un’epoca barbarica evidentemente anche dagli sceneggiatori e dai produttori del film, è sembrato naturale connotare gli scozzesi medievali con elementi caratteristici delle popolazioni germaniche antiche. La lista è lunga ma anche tediosa e quindi evitabile.

Ad ogni modo, la fisionomia di Braveheart ci dà l’occasione di riflettere su un’importante lezione: spesso quello che ci affascina del passato non è reale, è inventato e dobbiamo fare uno sforzo imponente per liberarci di queste fantasie e approcciare la storia con spirito critico. Il Medioevo continua a subire il persistere di queste fantasie e fatica a liberarsene. La pericolosità insita di queste fantasie, tra le altre cose, è quella di restituire un mondo falsato e magari abietto, che non ha nulla da insegnarci. Niente di più sbagliato. Studiare il passato è importante, e in una società ci deve essere chi se ne occupa, così come ci deve essere chi si occupa di economia, medicina, chimica, letteratura e così via. Inoltre,  lo studio del passato funge, come la letteratura, da moltiplicatore di esperienze; ci permette anche di comprendere meglio il mondo in cui viviamo e di coglierne con maggiore efficacia la complessità. Perché in fin dei conti, l’utilità della storia risiede anche nella sua complessità. Per riprendere un grande maestro, la conoscenza non sono le informazioni, ma come si costruiscono le informazioni.

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