Bob Dylan e la letteratura: le influenze che hanno permesso a Dylan di essere “il poeta del rock”

Musica e letteratura: declinazione dello stesso bisogno

Musica e letteratura sono la risposta naturale al più primordiale istinto dell’uomo: quello di potersi esprimere. Che si tratti di comunicare un messaggio importante ad una comunità, di ispirare delle persone a compiere grandi gesta o più semplicemente manifestare ciò che abbiamo dentro, musica e letteratura sono solo la declinazione del desiderio di esternare il nostro mondo agli altri. Le due arti vanno a braccetto sin dall’antichità: basti pensare ai cantori greci, seguiti dai menestrelli, dalle arie e dai recitativi dell’Ottocento.

Se c’è però un cantautore che può essere preso ad esempio come connubio perfetto tra letteratura e musica, quello è Bob Dylan. Noto anche come “il menestrello del rock” Dylan ha ricevuto il premio Nobel alla letteratura nel 2016 “per aver creato” dice la motivazione- assai riduttiva “nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”. Eppure, tutto ciò che è Bob Dylan e che i suoi testi riflettono non sono che specchio delle influenze letterarie con le quali il cantautore è entrato in contatto durante la sua vita e che l’hanno portato ad essere chi conosciamo ora.

Dylan e la Beat

La Beat Generation è il manifesto di una nuova generazione, inquieta, dedita alle droghe e all’alcool, ma al contempo dotata di una grande vitalità, del desiderio di ribellarsi alle imposizioni dall’alto e di essere liberi. Le loro pratiche di scrittura riproposero un recupero di tensioni visionare, vitalistiche ed oniriche, precedentemente abbandonate in nome delle rigide norme metriche prestabilite per scrivere poesia.

Era questo ciò che cercava Bob Dylan: di poter racchiudere nella sua musica l’impulso, l’atto puro della creazione. Il suo accostamento alle tematiche beat sarà rafforzato dall’influenza diretta di Allen Ginsberg che conoscerà negli ambienti del Village. A quanto pare fu per merito di Ginsberg che Dylan poté conoscere ed assimilare lo stile degli scrittori beat, attraverso il quale egli riuscì ad esprimersi con naturalezza e spontaneità. La Beat Generation ha dato a Dylan la possibilità la possibilità di seguire l’ispirazione senza preoccuparsi di stravolgere i nessi logici a favore di una visione strettamente personale dei problemi del mondo. Ha trasferito nel blues e nel follk la carica ritmica espressione diretta di quella cultura underground della quale Bob Dylan, grazie ad Allen Ginsberg, si farà portavoce.

(Bob Dylan e Allen Ginsberg presso la tomba di Jack Kerouac, 1975)

 

Dylan e Rimbaud

Diventando l’intuizione poetica l’unico vero mezzo di conoscenza, Dylan si avvicina al pensiero simbolista di Arthur Rimbaud; secondo il quale il vero può essere raggiunto e spiegato con la poesia.

Il poeta si fa veggente mediante un luogo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di pazzia; cerca egli stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. […] Egli giunge all’ignoto, e quand’anche, sbigottito, finisse col perdere l’intelligenza delle proprie visioni, le avrebbe pur viste! (Rimbaud, lettera a Paul Demeny, Charleville, 15 Maggio 1871)

Nella celebre “Lettera del veggente” Rimbaud spiega all’amico Demeny i motivi della sua ribellione morale mossa dal fervore e da una chiaroveggenza allucinata che deve portare alla scoperta di un altro “io”; un “io” vero, intimo ed inesplorato.

Le parole di Rimbaud devono avere scosso  la mente Dylan che in quel periodo, attraverso le esperienze della poesia beat, si stava avviando a diventare più sicuro di sé come artista e come poeta. Lo sconvolgimento dei propri sensi iniziato insieme agli amici beat attraverso sostanze allucinogene, allo scopo di incanalare il proprio flusso creativo ed esprimere i “moti di reazione” della propria mente, era destinato a trovare, nel manto visionario e ribelle di Rimbaud, nuovi orizzonti e nuove frontiere. Dylan riuscì a scoprire un modo di percepire la realtà e il proprio sé artistico alla stessa maniera in cui Rimbaud era riuscito a dissolvere la propria identità, pur conservando la “libertà” ribelle che lo caratterizzava.

La canzone che probabilmente è la più emblematica di questa fase del cantautore è “You’re gonna make me lonesome when you go” del 1975, dove vengono direttamente citati Rimbaud e Verlaine. L’amante implora di non essere abbandonato, pur temendo fatalmente di esserlo.  Ovviamente il testo è metafora del rapporto tormentato dei due poeti, che si conclude con un episodio del 1873, quando Verlaine sparò a Rimbaud, il quale pur essendo stato colpito al polso, non sporse denuncia.

Dylan attraverso l’esperienza estrema del male trova un varco sulla soglia della conoscenza che lo porterà a trascendere la verità sino ad abbandonare i simboli per arrivare alla risposta definitiva.

(Manoscritto della “Lettre du voyant” di Rimbaud)

 

Dylan e William Blake

Subito dopo l’esperienza del Dylan- Rimbaud, il menestrello del rock si lascia ispirare dal poeta inglese William Blake, noto per la sua idea di mondo mitico, di sistema linguistico e simbolico; dove la serie di opposizioni implicano il problematico e fondamentale rapporto tra innocenza ed esperienza.

Il riferimento a Blake è necessario in quanto Dylan andava sempre di più alimentando quel mito del poeta “profeta”, messaggero di una verità assoluta che doveva essere tramandata con la musica. Bob Dylan si ritrova dunque ad affrontare l’umanità ridotta nel suo senso più puro, ad opposizione di due forze in bilico, che muovono il mondo. Pertanto i testi di Dylan assumono, da questo punto in poi, i connotati di quell’immaginazione viva e spontanea; della trascendenza del mondo sensibile che si ritrova nell’opera di William Blake.

L’influenza di Blake si ritrova in testi come Gates of Eden, tratti dall’album “Bringing it all back home”. “Gates of Eden” riflette l’innocenza e l’esperienza del poeta inglese nella ricerca della salvezza. La paura del cielo o dell’inferno viene descritta mediante un Eden che Eden non è, ma che rappresenta un mondo fatto di illusione, di barbarie e false promesse. L’unica consolazione è che “dentro i cancelli dell’Eden questo non ha importanza”

(The tyger” e “The lamb”, le due poesie simbolo della poetica di Blake)

 

Dylan poeta

Bob Dylan è un poeta. È il poeta. Quello che è riuscito a spogliarsi delle mille facce del proprio Io ed attraverso un linguaggio crudo, basso, sputato abilmente coperto dalla prosa allitterata dei suoi testi, è capace di spalancare orizzonti improvvisi e violenti.

Mediante strade diverse giunge ad una destinazione comune: dare voce a chi non sa esternare le proprie emozioni. Così il genio esprime ciò che gli altri non sanno come articolare. È questo il ruolo dell’artista, essere la parola del muto, la musica del cieco; al fine di regalare la possibilità a tutti di potersi ritrovare e liberare, anche se per pochi attimi, dal peso di un respiro.

 

 

Sara Paolella

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