La Russia chiude Instagram anche per paura delle fake news. Vediamo come queste notizie agiscano su di noi.

Il 14 marzo tutti i social della compagnia “Meta” hanno smesso di funzionare in Russia, tra le tante cause anche per ostacolare la diffusione di notizie false secondo il Cremlino. Anche noi Italiani in questo periodo stiamo avendo a che fare con fake news filorusse. Ma come queste influenzano la nostra psicologia? Come arginare il problema?
Fake news
Con l’espressione inglese “fake news” si intendono tutte quelle notizie che, mischiandosi tra le normali notizie quotidiane, diffondono informazioni false o molto inaccurate, a volte con un preciso scopo (in questo caso si parla di disinformazione), altre involontariamente (misinformazione).
La diffusione di informazioni arbitrarie o sbagliate ha sempre fatto parte del programma di propaganda di regimi autoritari e non solo, ma nell’ultimo ventennio, in gran parte grazie alla nascita dei social network, abbiamo assistito ad un deciso aumento di questa tendenza in moltissimi ambiti, soprattutto quello politico e medico-scientifico (pensiamo al COVID-19).
Come crediamo alle news
Si potrebbe pensare che siamo più portati a credere a notizie false quando dobbiamo difendere la nostra identità, i nostri valori, ed è quindi in parte vero che informazioni concordanti sono più inclini ad essere accettate come vere, ma è anche vero che la reale veridicità di una notizia ha un effetto maggiore sul soggetto. In poche parole, una persona è più portata a credere ad una news razionale discordante dalle sue idee, che ad una tendenzialmente irrazionale concordante. Inoltre una ricerca a mostrato come, nel giudicare una notizia discordante, il soggetto riesca meglio a discernerne la veridicità.
Quindi, la capacità di riconoscere fake news è basata soprattutto sul ragionamento deliberato, descritto da Daniel Kahneman come “System 2”.
Ma ci sono principalmente tre i fattori che possono ostacolare il lavoro di quest’ultimo:
La familiarità le conoscenze pregresse: una bagaglio di conoscenze non esatte influenzeranno la qualità della nostra valutazione e la familiarità porterà a quello che viene spesso definito “effetto della verità illusoria”: durante la seconda guerra mondiale, ad esempio, rumors riguardanti il conflitto erano facilmente ritenuti veri.
Le fonti: è molto facile che le persone credano totalmente a fonti considerate credibili e affidabili.
Capacità di far suscitare emozioni: un forte carico emotivo spesso porta più facilmente a credere ad informazioni false.

L’abisso tra “credere” e “condividere”
Rispetto a ciò che abbiamo appena detto, potremmo pensare che le fake news non dovrebbero quindi essere così diffuse, ma è necessario considerare la differenza tra credere e condividere una notizia falsa.
Uno studio ha infatti dimostrato come soltanto il 33% dei partecipanti credesse fermamente ad una notizia prima di condividerla, mentre il rimanente 67% la condivideva senza una vera convinzione nella veridicità dell’informazione.
In più si aggiunge il fatto che il pensiero analitico è associato non soltanto ad una migliore distinzione del vero dal falso, ma anche ad una tendenza a considerare la condivisione di una notizia, che porta ad una minore percentuale di condivisioni.
Le possibili soluzioni
Protebbero essere attuate diverse strategie per far fronte a questa rapida crescita e diffusione di fake news.
Una soluzione sarebbe affidare un lavoro di “scrematura” delle news ad algoritmi, il che però porta a numerose critiche e problemi. Prima di tutto, è molto difficile classificare contenuti come “veri” o “falsi”, in quanto non è tutto o bianco o nero, e perciò potrebbero venire censurate notizie illegittimamente. In secondo luogo, le notizie non sono stazionarie, e metodi efficaci oggi per distinguere fake news potrebbero non esserlo domani (per esempio, l’avvento del COVID-19 ha messo alla prova l’efficacia di sistemi di riconoscimento di notizie false, prima basati maggiormente su argomenti di politica).
Un altro sistema sarebbe aggiungere a notizie controverse l’avviso che il contenuto non sia stato riconosciuto come vero da fat-checkers professionisti. Questo metodo darebbe l’opportunità al soggetto di essere avvertito riguardo la veridicità di una notizia, ma la valutazione di un esperto richiederebbe troppo tempo rispetto alla diffusione del contenuto e le news non esaminate, e quindi senza avviso, potrebbero essere ritenute erroneamente vere.
Un’altra alternativa potrebbe essere rappresentata da corsi di formazione riguardo particolari argomenti e il generale riconoscimento delle fake news, per poi saperle valutare adeguatamente. Questa strategia si è dimostrata essere buona, ma richiederebbe una costante formazione, quindi finanziamenti e la partecipazione della popolazione.
Un metodo molto efficace si è rivelato quello legato al principio sopracitato, secondo il quale alla base del riconoscimento e della diffusione delle notizie stia il ragionamento e la riflessione. Quindi interrogare il sogetto riguardo l’accuratezza delle news che è in procinto di condividere (così come ha fatto Twitter con un esperimento su larga scala), potrebbe essere una valida strategia per arginare la diffusione di fake news.
