Il Superuovo

Banksy: il dono dell’invisibilità in una società senza privacy

Banksy: il dono dell’invisibilità in una società senza privacy

Bansky approda in Italia

Verrà ospitata, dal 20 novembre 2018 al 24 marzo 2019 al Mudec di Milano, una mostra delle opere di Banksy, famoso street writer inglese. La scelta di crearne una mostra fotografica, nascerebbe dal fatto che parte dell’arte di cui si occupa l’anonimo autore sia composta dall’opera figurativa stessa e dal luogo in cui essa è locata. Non avrebbe quindi senso trasportare porte o sezioni di muro in luoghi diversi da quelli su cui sono stati realizzati, questo perché le creazioni perderebbero valore. Basti pensare ai celebri murales realizzati sulla Striscia di Gaza.

Murales di Bansky, Bambina con il Palloncino, Londra, 2002

La nascita di un mito

Quello che rende Banksy uno degli artisti di strada più amati, oltre che uno degli artisti più famosi in assoluto, non è solo la sua scelta di diffondere idee in apparenza estremiste, le quali poi si rivelano essere umilianti verità. Una delle vere ragioni per cui continua a creare scalpore è proprio il fattore anonimato. Nessuno sa chi sia Banksy per davvero. Pare che l’artista abbia cominciato la propria carriera nella cittadina inglese di Bristol. L’epifania che lo ha portato ad “evolvere” dai tipici murales realizzati a mano libera, agli stencil, sarebbe arrivata mentre si stava nascondendo da alcuni agenti della British Transport Police, accorsi dopo aver notato movimenti sospetti vicino ai treni della stazione.

La chiave per non essere scoperti è la velocità: era fondamentale aumentarla il più possibile, dunque, l’idea degli stencil (utilizzati per scrivere, ad esempio, sui camion autopompa) era perfetta. Si può dire che non ci sarebbe potuta essere genesi migliore per quello è, oggi, Banksy: rincorso dalla legge, ma sempre un passo più avanti, con un lampo di genio da attuare nel cuore della notte. Per riprendere i dadaisti: ha reinventato completamente un oggetto di tutti i giorni, estrapolandolo dal contesto e facendogli avere un impatto sulla gente completamente diverso.

Murales di Banksy a Parigi, 2018

Rimanere nell’ombra per servire la luce

Sono state avanzate diverse ipotesi su quella che potrebbe essere la vera identità di Bansky: un famoso musicista rock inglese, un gruppo di artisti, un ex studente della Bristol Cathedral Choir School. Resta il fatto che l’artista non si è mai apertamente rivelato, giocando col proprio anonimato per riuscire ad agire in piena luce senza essere mai scoperto. Ad esempio quando entrò, travestito con barba e occhiali finti, nella Tate Gallery di Londra per installare personalmente alcuni suoi dipinti sulle pareti dei muri.

L’invisibilità diventa dunque un vero e proprio superpotere posseduto da Bansky, che in questo momento potrebbe trovarsi dovunque a fare qualsiasi cosa, nessuno sarebbe in grado di riconoscerlo. E quale invidia più grande potremmo provare nei confronti di un essere umano che ha completamente ingannato il sistema. Un sistema oramai fondato sull’invasione della privacy. Quest’ultima è una cosa che sembriamo difendere solo nel momento in cui ci vengono presentate davanti delle critiche. Siamo disposti a svenderla per pochi “likes” nell’arco della giornata. Ma attenti, il tipo di vita privata che mostriamo al mondo esterno non è quella che si potrebbe osservare attraverso una casa con pareti di vetri. Ci poniamo dei filtri ben precisi in base a: cosa è in voga, cosa ci farebbe apparire più interessanti e cosa ci renderebbe invidiati.

Murales di Banksy a New York

Être et paraître

La differenza fra essere e apparire è da sempre una “realtà” della società umana. In gran parte per essere accettati, molte volte perchè non riusciamo a far trasparire davvero il nostro Io. Secondo il filosofo francese Rousseau, la civiltà sarebbe la responsabile della corruzione morale dell’uomo, che da essa viene costretto dentro un sistema che si basa sulle apparenze per sopravvivere. La scissione che si viene a creare tra il reale e il fittizio è tutto ciò che tiene in piedi quel teatro di burattini che si sono rivelati essere i social al giorno d’oggi. I nostri profili Facebook, Instagram, Twitter sono diventati il nostro “Ritratto di Dorian Gray“, dove rimaniamo sempre puri, giovani e in cui niente sembra toccarci se non sentimenti che espressamente riteniamo di dover provare o di lasciar trasparire a quella fotocamera. Appariamo quasi sempre felici di quello che ci accade intorno, Banksy invece opera in maniera chiasmica: la sua vita privata è completamente blindata e ciò di cui tratta sono i problemi che affliggono tutti noi, senza filtri inibitori. Si può dire che sia una maschera di pura apparenza, dietro la quale ognuno di noi potrebbe celarsi. Da Centomila, in Banksy, diventiamo Uno e allo stesso tempo Nessuno. Sta proprio in questo la sua forza. Lui è colui che da noi una voce a proposito dei problemi in cui tutti siamo protagonisti, ma senza esporci apertamente ad alcun rischio.

In fondo, di cosa dovrebbe avere paura: la Società della Vergogna non lo può più raggiungere, è libero di essere tutto ciò che vuole senza ridursi a quel tipo di uomo “opaco“, come diceva Rousseau, che non può nemmeno più mostrarsi per quello che è in realtà ai suoi simili, per timore di un giudizio che potrebbe distruggerlo. La nostra capacità di raggiungerci l’un l’altro in ogni parte del globo è andata di pari passo con la capacità di ferirci l’un l’altro da ogni parte del globo. Per proteggerci da questo, costruiamo degli scudi che ci riparino da qualsiasi tempesta.

Ma in un mondo così velato di apparenze, come si riesce a raggiungere la parte reale di noi che si cela dietro lo schermo? Attraverso le emozioni. Ed è proprio da lì che afferra Banksy: ci prende per la gola, ricordandoci che esiste qualcosa sotto la maschera.

 

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