Avete mai pensato che la situazione attuale è lo specchio di una novella di Verga? Parliamo di “Quelli del colèra”

Dalla raccolta Vagabondaggio, parliamo della rielaborazione di un testo del 1884 che aveva come titolo “Untori” pubblicato  per malati di colera. La situazione rappresentata da Verga, riflette molto ciò che sta succedendo attualmente. Ma quanto sono simili le due situazioni? 

Giovanni Carmelo Verga è stato uno scrittore e drammaturgo italiano, considerato il maggior esponente della corrente letteraria del verismo. L’ideologia che sta alla base della sua letteratura migliore è una personale ripresa della scientificità, dell’impersonalità e del positivismo dei naturalisti, declinati in senso pessimistico, senza alcuna speranza di miglioramento sociale. Agli umili delle sue novelle e romanzi è negata quasi ogni speranza, sia provvidenziale rifacendosi allo stile del Manzoni, sia laica e sociale di ispirazione Zoliana. Solo alcuni valori, come la famiglia, il proprio ambiente e il lavoro possono dare un po’ di serenità. Specialmente nella novella in questione Quelli del colèra possiamo trovare la sua filosofia. Oggigiorno la situazione causata dal Covid-19 ci fa riflettere sulla condizione delle persone più umili e nel trovare dei possibili untori

Vagabondaggio

Servendosi di una prospettiva dal basso, Verga ci dona i ritratti di due villaggi impauriti dall’epidemia di colera che effettivamente colpì il Regno delle Due Sicilie nel 1837. La reazione di due comunità paesane nella Sicilia orientale, in cui la folla, spaventata dal diffondersi dell’epidemia, reagisce scegliendo come capro espiatorio rispettivamente un gruppo di commedianti e una famiglia di zingari. Dopo una parte iniziale caratterizzata da una carrellata su dei presunti casi di contagio, la novella si sofferma sui fatti di San Martino, dove la morte di alcuni paesani inferocisce la folla che si scaglia contro dei commedianti di passaggio. Poi si racconta di quanto avvenuto a Miraglia, dove a farne le spese sono ancora una volta dei forestieri, degli zingari che si portano dietro tutta la loro casa in un carretto sconquassato. In quest’ultimo caso, l’aggressione è talmente violenta che a perdere la vita sarà persino una giovane madre intenta a proteggere il figlioletto dalle scuri dei paesani tentando di schivarle a mani nude e insanguinate. A vagabondare, come il titolo della raccolta suggerisce, a spostarsi per il mondo in questa novella sono degli sradicati, degli indigenti che restano, loro malgrado, vittime dei pregiudizi delle comunità paesane. La giustizia della folla, quella dei compaesani è unanime nella condanna. La voce narrante, anonima, della novella, si identifica con i colpevoli di pestaggi e omicidi, eppure a cinquant’anni di distanza – gli anni che separano la finzione letteraria dal colera del 1837 – riaffiora il senso di colpa per aver commesso un eccidio efferato di vittime innocenti. La novella si conclude infatti con gli incubi di Vito Sgarra, uno degli uomini della caccia all’untore di Miraglia, che lo tormentano ancora, dopo cinquant’anni:

E ancora, dopo cinquant’anni, Vito Sgarra, che aveva menato il primo colpo, vede in sogno quelle mani nere e sanguinose che brancicano nel buio.

Però, se erano davvero innocenti, perché la vecchia, che diceva la buona ventura, non aveva previsto come andava a finire?

Il capro espiatorio

Nella letteratura e nella quotidianità ci sono molti riferimenti in cui gli zingari sono il capro espiatorio perfetto. Lo sono, specie in Italia, a giudicare dalle indagini che ci vedono ai primi posti in Europa in quanto a capacità di disprezzarli, di coalizzarci contro di loro, di fare di tutt’erba un fascio. La realtà è che bisogna sfatare questo mito altrimenti ripeteremo ancora per decenni e per secoli quello stupendo (artisticamente parlando) ritratto di villaggio impaurito che tratteggiava Giovanni Verga in uno dei suoi racconti meno conosciuti, Quelli del colera. Anche nella situazione attuale, in cui la pandemia ci ha messo le spalle contro il muro, piuttosto che una cura, molti cercano un capro espiatorio. Saranno i cinesi? Saranno i pipistrelli? Sarà un virus uscito da un laboratorio? Non si sa e mai lo sapremo. Purtroppo siamo solo abituati nel dare una colpa a qualcuno, piuttosto che trovare un modo per un lieto fine, una cura nel nostro caso.

Il Covid-19 e il colera

Ormai tutti sappiamo cosa sia il Covid-19 e tutti siamo stati (e lo siamo ancora) condizionati dal suo arrivo a causa di un lungo stato di quarantena. La nostra fortuna, a differenza degli umili personaggi di Verga, è il nostro periodo storico: un periodo fatto di innovazione e progresso. Attualmente tutti gli scienziati stanno lavorando per una cura, ma la maggior parte delle persone pensano solo, come detto prima, ad accusare qualcuno. Nello spazio di Verga, l’accusare qualcuno in modo ingiustificato ha portato solo la morte di innocenti. Quindi, perché ora dobbiamo accusare qualcuno ingiustamente? La situazione non è assolutamente facile, ma vediamo il lato positivo: abbiamo tempo da trascorrere con la nostra famiglia, abbiamo tempo per le nostre passioni, abbiamo la tecnologia che ci permette di accorciare le distanze e, soprattutto, abbiamo un personale sanitario che si sacrifica per noi. Non facciamo le persone stupide: rispettiamo le regole e non cerchiamo untori, perché in questo modo, gli unici untori siamo noi che cerchiamo di sporcare la mente delle altre persone con odio immotivato.

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