“Aspetto che torni”: la riscoperta dell’attesa, da Leopardi a Francesco Renga

Il verbo “attendere” deriva dal latino e significa, letteralmente, “rivolgere l’animo verso qualcosa”. Ad oggi viene utilizzato con l’accezione di ascoltare, prestare attenzione, e nella maggior parte dei casi con il significato di aspettare. L’attesa a sua volta indica il tempo in cui si attende e al contempo lo stato d’animo che caratterizza quel momento. La condizione di chi aspetta è stata più volte al centro di opere letterarie e di riflessioni filosofiche. Ma nell’era digitale, come è intesa l’attesa? Nel mondo contemporaneo, dominato dalla tecnologia, comprendere tale concetto è assai complicato. Basta un click per comunicare con chi è lontano, per cercare qualunque tipo di informazione e anche per comprare qualcosa. Sembra durare un’eternità la fase di caricamento di un sito web quando la connessione non funziona al massimo, e appare interminabile l’attesa di una chiamata desiderata o della risposta a un messaggio. Non siamo abituati a fermarci un attimo e a liberare la mente da pensieri e aspettative: l’attesa è spesso vista come qualcosa di negativo e di improduttivo.

Il piacere dell’attesa

Eppure numerosi capolavori letterari hanno al loro centro l’attesa stessa, e diverse sono le interpretazioni filosofiche a ciò connesse. C’è chi crede che il piacere risieda proprio nella sua attesa, come recita la celebre frase di Gotthold Ephraim Lessing. E quale esempio potrebbe risultare più efficace del componimento “Il sabato del villaggio” di Giacomo Leopardi? “Questo di sette è il più gradito giorno, pien di speme e di gioia[…]”: il giorno in cui si attende l’arrivo della domenica è descritto come più gioioso della domenica stessa, che poi appare noiosa perché rivolta al pensiero della settimana che seguirà. Nell’opera teatrale novecentesca “La voce umana” di  Jean Cocteau, si assiste invece alla telefonata di una donna con l’amante, da cui è stata lasciata e che ama ancora: il servizio telefonico di Parigi è di basso livello e la conversazione viene interrotta più volte, ma è proprio nell’attesa della telefonata che emerge il vero amore. Ricorrente è l’associazione dell’azione dell’aspettare con il sentimento di amore. Si aspetta perché si ama, e il desiderio della persona amata rende sopportabile il tempo dell’attesa. Il più antico degli esempi è fornito dal racconto di Penelope, contenuto nell’Odissea: la donna, moglie del re di Itaca, per venti lunghi anni aspetta il ritorno del marito dalla guerra di Troia ed elabora anche diverse strategie per tenere lontani i pretendenti.

Penelope

Aspetto che torni

Era una vita che ti stavo aspettando.” Così canta Francesco Renga in uno dei suoi più celebri successi. L’amore, considerato fondamentale, è desiderato e atteso per tutto il tempo necessario, e dopo averlo trovato l’artista non può fare a meno di ammirare la sua donna: “[…] perché non solo sei bellissima, ma la più bella del mondo”. Il cantante, veterano ormai nel panorama musicale italiano, ha cantato per primo ieri sera sul palco del  Teatro Ariston, inaugurando il Festival di Sanremo 2019 con il singolo “Aspetto che torni”. Il brano descrive la bellezza dell’amore che appare come l’unica certezza in una vita di debolezze e di mancanze: “il mondo si perde, tu invece rimani”. Il videoclip, girato a Torino, lo vede attraversare la città immerso nei suoi pensieri e collezionare attimi e ricordi da condividere, una volta rientrato a casa, con la donna amata. C’è l’immagine dell’attesa nella sfera quotidiana, e ciò che l’uomo innamorato aspetta è il tempo da poter passare con la donna, da lui definita “l’ossigeno che cerco quando resto senza fiato”. La tematica dell’amore, frequente spesso nelle canzoni di Francesco Renga, è espressa in maniera pragmatica mediante un’immagine ordinaria che permette anche di riscoprire la tenerezza dell’attesa: “Aspetto che torni stasera, per stare con te”.

Chiara Maria Abate

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