Il Superuovo

Art Spiegelman risponde a Primo Levi: in “Maus” le vittime dell’Olocausto non sono uomini

Art Spiegelman risponde a Primo Levi: in “Maus” le vittime dell’Olocausto non sono uomini

La graphic novel di Art Spiegelman e “Se questo è un uomo” analizzano senza filtri lo sterminio nazista e la terribile vita nei campi di concentramento.

Le memorie necessarie di Primo Levi e il fumetto insignito del Premio Pulitzer si soffermano su un’infruttuosa raccolta di ragioni tra gli spogli e tetri rami dell’Olocausto. Se questo è un uomo e Maus cercano di scavare dentro l’arido terreno dei campi di concentramento, di riflettere sulle motivazioni e le condizioni della tragedia della Shoah.

Primo Levi e Vladek Spiegelman sono protagonisti della stessa storia

In Maus, romanzo a fumetti pubblicato a partire dal 1986, lo sciagurato protagonista, vittima delle deportazioni dei primi anni 40, lotta con le unghie e con i denti per scampare alla morte nei campi di Majdanek e Auschwitz. È Vladek Spiegelman, polacco ebreo, padre dell’autore del fumetto, a farsi spazio con le carenti forze in un mondo popolato da uomini dalle fattezze animalesche (o da animali dalle fattezze umane?), tra gatti predatori con unghie affilate (i tedeschi) e topi dallo squittio disperato (gli ebrei). Il primo libro di Levi, pubblicato nel 1947, è, più dei successivi, risposta all’assillante esigenza da parte dello scrittore torinese di scrivere degli spaventosi episodi della sua permanenza all’interno del campo di concentramento di Monowitz, di dare forma scritta alle assurdità vissute in quel limbo di sofferenze, nel tentativo di rendere partecipi chi non l’ha fatto, chi si limiterà a portare sulle spalle il gravoso peso del ricordo, comunque irrisorio di fronte al logorante fardello delle vittime reali. Primo Levi sente la necessità di raccontare la sua personale epopea, che è però collettiva, epopea di un popolo, di una comunità, epopea di sconfitti, di gesta poco eroiche, di vicende poco epiche. Se questo è un uomo è autobiografia e disamina delle violenze, degli stenti, delle atrocità perpetratesi nei campi, della violazione della dignità umana per annientamento. È la storia comune di milioni di indesiderati, e non fa differenza un’esperienza da un’altra. E allora lo scrittore torinese potrebbe tacitamente sostituire il protagonista del fumetto di Art Spiegelman, che pare aver vissuto uguali disfatte e uguali misfatti. Intercambiabili perché entrambi vittime risparmiate, allo stesso modo disgraziati fortunati. Vladek Spiegelman, padre di Art, è un superstite, un vincitore nella lotta alla sopravvivenza. Vladek è un topo che è dovuto farsi gatto, è dovuto farsi maiale, ha dovuto sfruttare le occasioni mettendo in mostra uno spiazzante opportunismo, passando sopra agli altri, anche sui roditori, anche sulle vittime della sua stessa sorte, perché nel trionfo della lotta per la sopravvivenza, nella lingua della sopraffazione non rimane spazio per la parola solidarietà e un termine su tutti si impone, egoismo.

 

La ragione è annientata in un mondo popolato da bestie

Quello di Art Spiegelman è, proprio come quello di Primo Levi, un ritratto dettagliato e imparziale, senza alcuna eroicizzazione della figura del padre, del topo protagonista che è, invece, in qualche modo degradato, ma non giudicato, svilito, ma sì giustificato, proprio perché costretto a ingegnarsi riprovevolmente per uscirne vivo. Levi e Vladek sono entrambi trascinati dalla fortuna (come forza) ma salvati dall’ingegno, novelli Ulisse capaci di scampare alla tragedia per circostanze favorevoli (Levi, come chimico, viene preso nel laboratorio della fabbrica; Vladek si spaccia per stagnaio prima e per calzolaio poi), novelli Ulisse sì, ancora primitivamente curiosi di sapere cosa li avrebbe attesi, ma rassegnati alla mostruosità di coloro che fatti non furono per vivere come bruti, ma di seguire virtute non ne vollero sapere. È il caso a dominare, è il caso a scegliere i superstiti. Ma non è il caso a scegliere i morti, ad uccidere innocenti e torturare uomini incolpevoli. Sono i gatti a sentirsi in dovere di cacciare la loro preda naturale, sono quei carnefici con la faccia da felino ad aver concepito la più grande e agghiacciante trappola per topi. E per quanto Levi e Spiegelman cerchino di trovare una giustificazione, il primo con quel fare da naturalista, da scienziato, sotto il segno delle sue radici illuministiche, il secondo con la prospettiva di chi può solo immaginare e non riesce nemmeno a farlo, non potranno che arrendersi di fronte a una gigantesca follia collettiva che non ha alcun significato, nessuna spiegazione razionale. La ragione ne esce inevitabilmente annientata, e nulla ne giova, perché si tratta di un’esperienza che non ammette crescita, non permette redenzione, una non-esperienza nella sua diseducazione, nello strascico di insensatezza e morte che si porta dietro.

Maus e la disumanizzazione dell’uomo nella poesia di Primo Levi

Alla domanda (retorica) di Primo Levi nel componimento che apre il libro (Se questo è un uomo), Art Spiegelman da risposta con la definitiva rappresentazione visiva della disumanizzazione denunciata dallo scrittore italiano. La sconsolata denuncia dell’iconica poesia d’apertura dell’opera memorialistica si traduce nell’effettiva scelta del fumettista di realizzare una storia senza uomini, perché uomini non lo sono più. Allora non è un uomo quello che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no. Levi e Spiegelman sono d’accordo nel mettere in mostra la perdita totale dell’umanità delle prede e dei predatori. E la loro proposta è simile anche in termini stilistici, seppure il medium utilizzato sia diverso. Non ci sono amplificazioni retoriche e stilistiche nella scrittura di Primo Levi, e lo stesso avviene in Spiegelman, che, nonostante la raffigurazione animalesca, descrive realisticamente qualcosa che non ha bisogno di una rappresentazione iperbolica perché è già il massimo, è già debordante la realtà, già assurdamente esagerata nella sua atrocità. E se la scrittura di Primo Levi è asciutta, sintetica, razionale, il disegno di Art è ruvido, spigoloso, duro, senza linee curve, senza rotondità che possano risultare accoglienti, cullanti, comode. Solo rette sporche, nerissime, che danno vita a tavole fastidiose e angoscianti, quasi claustrofobiche, cupe e immobili, fissate come fotografie d’epoca, un’epoca senza forza cinetica, senza una dinamicità che sarebbe vita. Un ritratto preciso e obiettivo, dunque, quello dei due autori, unico modo per raccontare un evento che la soggettività l’ha distrutta, lasciandoci di fronte se stesso, ingiustificabile e ininterpretabile, se stesso in tutto il suo raccapricciante e bestiale squallore.

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