Arancine e poesia, il dialogo tra mondo arabo e mondo occidentale

 

Si è soliti ormai sentire ogni giorno i proclami di alcune forze politiche, che si sentono in qualche modo insignite del dovere di difendere la nostra cultura dall’aggressione delle altre, soprattutto di quella arabo-mussulmana.

Certo, non voglio dubitare dell’altissimo grado di cultura di costoro. Come d’altra parte non voglio nemmeno definire il loro estremo laconismo nel messaggio politico come sinonimo di superficialità.

Essere concisi, riuscire con poche parole, o magari con qualche verso, ad arrivare a spiegare un qualcosa di sovrumano è appannaggio dei poeti migliori, pensiamo agli ermetici.

Però mi permetterò in questo articolo di criticare alcuni di quegli slogan, parlando della cultura araba e le relazioni col nostro mondo, e in particolar modo mi soffermerò su due tipi di relazioni, una letteraria e una culinaria. Parlerò quindi di un genere di poesia araba molto interessante perché legata per certi aspetti alle prime forme di letteratura romanza e poi racconterò le origini di un alimento tanto comune in Sicilia, l’arancina, che forse trova le sue origini in quell’altrove a noi tanto lontano. Ma prima di arrivarci, facciamo un passo indietro.

possedimenti arabi in Spagna

GLI ARABI NELLA NOSTRA CULTURA, LA FUCINA CULTURALE DELL’AL-ANDALUS

Ci troviamo nel sud della penisola Iberica, dopo il 711 d.c., quando gli arabi incominciarono pian piano a invadere e conquistare tutto il territorio, ponendolo sotto il loro comando. Gli abitanti si trovano davanti a queste orde di persone dalla pelle diversa, parlanti una lingua strana, gutturale e con vestiti sfarzosi dai colori mai veduti. Insomma, ci si trova ad un certo punto a confrontarsi con un qualcosa di diverso, di lontano.

Lontana è anche la mentalità di queste persone. Non sono come quei barbari che dalla caduta dell’Impero Romano scorrazzano in lungo e in largo per il continente cercando, attraverso il conflitto, di accaparrarsi i ruderi meno malconci di quello che è stato il glorioso impero, imponendo agli abitanti autoctoni un nuovo stile di vita. No, loro sono lontani da quel modo di pensare medievale, amavano il confronto, il dialogo.

Allora quegli abitanti si trovano davanti sicuramente a degli invasori, ma che non hanno nessun proposito di tirannia, che non vogliono sottomettere o costringere le popolazioni ebreo-cristiane a convertirsi alla fede islamica e a cambiare il loro modo di vivere.

Il periodo è anche quello dell’Alto Medioevo, un momento di stallo, in cui ancora gli europei non hanno una vera e propria cultura laica, e si trovano a doversi confrontare con una cultura classica che pare essere sempre più appannaggio di pochi e una cultura medievale che ancora a quell’altezza storica non è matura, non si è ancora sviluppata sufficientemente.

Allora l’Europa diventa una sorta di laboratorio, o meglio una fucina, dove si elabora una cultura nuova, una cultura che mischia passato e presente, cristianesimo e mondo antico e che ha come ciliegina sulla torta un mondo tanto lontano, il mondo arabo.

Paradossalmente a nessuno verrebbe da pensare, nemmeno oggigiorno, che in qualche modo quella cultura che ci pare tanto diversa e lontana sia stata invece parte integrante nella creazione di quello che ancora oggi possiamo etichettare come cultura cristiano-occidentale. Ma lo è sotto tanti aspetti e punti di vista.

Ad esempio, il mondo medievale prima degli arabi era scevro di cultura scientifica. Ed è di fatto questo il più grande apporto degli arabi al mondo, per così dire, occidentale. Si pensi  ad esempio alla parola ”zero”, che deriva dalla parola araba ”sifr” che vuol dire vuoto, anche se nelle traduzioni latine veniva, per semplice assonanza, indicata come ”zephirum”, cioè zefiro, la figura mitologica greca.

E lo zero era anche quel concetto che i romani non avevano, e che aveva attraversato nella storia i babilonesi, i greci, gli indiani, gli arabi, fino ad arrivare a noi. Lo zero però è anche la prima cifra del sistema di numerazione arabo, giusto per ribadire l’importanza araba proprio a partire dalla base della scienza, la matematica. Infatti lo stesso Leonardo Fibonacci, grande matematico italiano, dovette studiare e apprendere nozioni scientifiche proprio dagli arabi.

Inoltre, grandi sono stati i loro contributi in tutte le altre scienze, dalla medicina all’astronomia, dalla cosmografia fino alla geologia.

Ma il loro contributo avrebbe sconfinato la dimensione delle scienze dure, e sarebbe arrivato addirittura fino alla filosofia. Non si poteva difatti arrivare a tradurre Aristotele senza l’arabo, perché il greco antico sarebbe ritornato in Europa un po’ più tardi. In Italia ad esempio la prima cattedra di greco la troviamo a Firenze solo nel 1397, in un’epoca ben diversa.

Purtroppo poi come molte volte accade nella storia, quella tolleranza, quella forte apertura al dialogo col diverso sarebbe stata cancellata dall’arrivo della dinastia berbera degli Almoravidi nell’XI secolo, nel sud della Spagna. Una loro caratteristica era l’essere molto radicali in materia religiosa, propugnavano infatti un Islam che doveva essere totalizzante in quell’area, avevano propositi di tirannia insomma.

Ma arriviamo alla letteratura.

 

MUWASSAHA E HARGA, PRESENZA ARABA NELLA LETTERATURA ROMANZA

Già dalla metà del IX secolo, in al-Andalus (zona conquistata della Spagna) ma anche in tutto il mondo arabo, era già stata elaborata una varietà linguistica semi-romanza molto particolare, il mozarabico. Una lingua che nasce dal connubio tra le varietà di latino volgare, dal quale derivano molte lingue europee tra cui anche la nostra, e l’arabo. Insomma un ibridismo linguistico molto interessante e molto diffuso, infatti si sa che nella zona della Spagna occupata dagli arabi tutti gli abitanti erano bilingue, parlavano sia il latino volgare tipico della loro zona che il mozarabico.

Questa lingua però non rimase solo appannaggio delle classi più basse, non ebbe solo un ruolo meramente utilitaristico-commerciale come altre lingue romanze o semi-romanze allora presenti in Europa. Infatti ebbe un ruolo molto importante anche nella dimensione dell’otium letterario, in un tipo di poesia araba denominata Muwassaha, dove trovava spazio generalmente negli ultimi cinque versi dei componimenti, chiamati harga.

esempio di muwassaha

Il termine Muwassaha infatti deriva da ”wisha”, che in arabo voleva dire “collana a due giri di pietre colorate, uno dei quali scende più dell’altro”. Il motivo di questa derivazione è la volontà da parte di questa espressione poetica di giocare su contrapposizioni di lingue, facendo sì che questa unione tra mozarabico e arabo potesse in qualche modo essere paragonata a quella collana che ha due giri di diversa misura, costellata da pietre preziose.

Quella tra la parte in arabo e l’harga è una differenza di carattere fortemente tematica, perché l’harga ha come suo unico argomento l’amore, mentre nella parte in arabo, oltre all’amore (sia eterosessuale che omosessuale), i temi sono tanti, come quello panegiristico, bacchico (elogio del vino e dei banchetti) e altri. Inoltre, mentre la parte araba è introdotta da una voce maschile, quella dell’hargat è introdotta da una voce femminile, caratteristica che renderebbe questa parte di poesia quasi come una forma letteraria rosa. Ma su questo punto ci sono ancora molti interrogativi perché si tende a pensare che entrambe le parti della poesia fossero composte da poeti comunque di genere maschile.

Comunque sia, il soggetto poetico delle hargat è sempre una fanciulla innamorata, inserita nel contesto urbano dell’Al-Andalus, ambiente dove valgono le regole comportamentali islamiche, che dunque comportano una certa limitazione della sua libertà di movimento. Infatti una figura connotata da un sostantivo arabo assai negativo, al-raquib, che si può tradurre con guardiano, è colui che si pone in mezzo tra la donna e il suo amato, e ne limita le possibilità di concretizzazione dell’amore. L’amato, invece, quasi sempre lontano dall’amata, è solitamente sospettato da quest’ultima di essere fedifrago o comunque di non provare lo stesso sentimento viscerale.

Il tono della donna allora diventa triste, cupo, anche se spesso, per voler creare attorno alla complessità del peso del sentimento non appagato una parvenza di naturalezza, di semplicità, arriva a cambiare radicalmente, divenendo malizioso, scostante, fino a sfociare in una dimensione dissacrante.

Ma questa poesia, al di là del suo stile, al di là delle sue tematiche, si sviluppa in un periodo storico dove in tutto il resto d’Europa le altre lingue romanze non riescono ancora ad avere una loro dimensione letteraria autonoma. Infatti come dicevo prima ci troviamo nel IX secolo, e per avere una prima attestazione letteraria europea in lingua romanza dovremo aspettare almeno il secolo successivo. Addirittura in Italia per avere una vera e propria letteratura in una forma di volgare italiano dovremo attendere fino al XII secolo inoltrato, ma questa è un’altra questione. Sta di fatto che i mozarabici, questa popolazione metà spagnola, metà araba, riuscirono a comporre un prodotto letterario ben prima degli altri europei, testimoniando come quella civiltà fosse di gran lunga più matura e sviluppata anche nell’espressione più alta del linguaggio, la poesia.

Ma interessante è anche notare i collegamenti delle harga con alcune forme poetiche romanze posteriori.

Naturalmente, come sarà intuibile, tutte le espressioni letterario-poetiche nell’area iberica subiranno l’influenza di questa poesia, che diventerà quasi una sorta di ”grammatica” espressiva. Ma non solo in quest’area l’harga avrà fortuna.

inno ”in hoc anni circulo”

Infatti ad esempio ritroveremo la stessa struttura prosodica di una forma di harga denominata zagal, creata dal poeta Muqaddam di Cabra, in un inno del tutto cristiano.

L’inno in questione si chiama ”in hoc anni circulo” ed è caratterizzato da strofe in lingua d’oc (quindi parliamo del sud della Francia) che vogliono in qualche modo tradurre un inno cristiano dedicato alla Vergine da un testo in latino preesistente, per renderne più semplice l’intendimento agli incolti. Insomma una cultura tanto lontana e diversa che arriva ad influenzare addirittura i testi liturgici cristiani.

Ma pensiamo anche al “Liebesstrophen”, la più antica attestazione dell’esistenza di una lirica volgare romanza, diversa dalla harja; scoperta in un manoscritto molto antico, risalente all’XI secolo, e scritto in lingua d’oil in area pittavina (centro-nord della Francia), e racconta del matrimonio dell’Imperatore tedesco Enrico III con Agnese di Poitiers. Questi frammenti sono caratterizzati non solo da una fortissima carica erotica, vicina a quella delle harga, ma ritrova anche il motivo dell’amante-uccello, che sogna di diventare un volatile per poter superare quel limite che lo separa dalla donna amata, tipico della poesia mozarabica.

Anche un grande filologo fiorentino, del ‘500, il Barbieri, arrivò a ipotizzare che lo stesso concetto di rima nella poesia derivi di fatto dalla harga. Insomma un qualcosa che avrebbe caratterizzato addirittura la poesia siciliana, lo stilnovo, Petrarca e tutta la tradizione poetica italiana, ad esempio.

Quindi, anche in un ambito come la letteratura, diverso dalle scienze per il suo carattere meno pragmatico-utilitarista e più impostato nella dimensione ludica dell’otium, la cultura araba è presente e ha anche una certa rilevanza.

Ma non finisce qua, perché anche un alimento tutto italiano, capostipite di quella che è la tradizione culinaria siciliana, ha una storia un po’ particolare, che supera i confini dell’isola.

BISOGNA DIFENDERE L’ARANCINA DALLA CULTURA ISLAMICA (MA DA DOVE VIENE L’ARANCINA?)

arancina

Un po’ di tempo fa uno di quei politici dotati di grande cultura e di grande amore verso la semplicità e la brevità del messaggio politico, di cui parlavo nell’introduzione, con un conciso slogan decise che una delle prerogative del governo italiano fosse quella di difendere l’arancina dalle altre culture, soprattutto dalla cultura araba. Ma per capire l’infondatezza di questa affermazione, bisogna partire dagli ingredienti.

L’arancina è una palla di riso farcita con ragù, caciocavallo e piselli oppure con mozzarella, prosciutto cotto, con l’aggiunta di zafferano.

Dal momento che sia il riso, ingrediente principale, che lo zafferano sono stati introdotti proprio dagli arabi durante la dominazione saracena nell’alto medioevo, si può ben supporre che l’alimento trovi origine proprio in quella cultura.

Lo stesso nome ”arancina”, che sembra voler definire un frutto, è proprio tipico degli arabi, che spesso abbinano alle pietanze di forma rotonda nomi di frutti.

Inoltre, anche il frutto tipico siciliano, dal quale deriverebbe il nome della pietanza, arriva dalla dominazione araba, visto che furono proprio loro a introdurre la coltivazione dell’arancia nell’isola.

Non si può però essere sicuri dell’origine dell’alimento, in quanto non ci sono delle attestazioni scritte, però si può d’altra parte essere certi che la cultura araba ha avuto su di esso una certa influenza.

RIFLESSIONE FINALE

Questo articolo aveva come fine quello di far capire che la cultura nasce dal dialogo col diverso. Non esiste nulla senza dialogo e unione tra cose diverse. La vita stessa nasce dalla biodiversità e senza essa non sarei qui a scrivere e voi non sareste qui a leggere.

Quindi la prossima volta che qualcuno, chiunque, un politico, un vostro amico, un vostro parente, vi dirà che la nostra cultura deve essere difesa da altre culture, ricordategli che le muraglie uccidono la cultura e che non c’è bellezza senza scambio.

Vladislav Karaneuski

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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