Apre al pubblico la stanza segreta di Michelangelo: sarà come sbirciare nella mente dell’artista

Novembre vedrà l’apertura di una stanza a Firenze in cui Michelangelo Buonarroti si è nascosto e lasciato tracce. 

Nei sotterranei delle Cappelle Medicee, celata sotto una botola, si nasconde una “stanza segreta” che ci porta nel genio dell’artista attraverso una serie di disegni e bozzetti. Scopriamo insieme fino a che punto l’espressione umana è una necessità.

La stanza segreta

Mercoledì 15 novembre, in via del tutto sperimentale, apre al pubblico una stanza situata sotto le Cappelle Medicee a Firenze, conosciuta come “stanza segreta”.

Il suo fascino? Le sue pareti sono state il supporto per l’arte di uno dei geni del nostro Rinascimento: Michelangelo Buonarroti.

Nascosta sotto una botola fu scoperta nel 1975 un’angusta e stretta stanza in cui pare che il pittore si fosse rifugiato per sfuggire a papa Clemente VII, adirato con l’artista. Michelangelo, infatti, avrebbe collaborato con il governo repubblicano nel periodo in cui i Medici furono cacciati da Firenze.

E così, da giugno a ottobre del 1530, l’artista visse in questa stanzetta di 10 metri per 3, avendo come unica valvola di sfogo quella dell’immaginazione.

Persino le modalità della scoperta di questi capolavori hanno dell’incredibile: fino al 1955 la stanza era stata usata come deposito di carbonella e, in seguito, quasi del tutto inutilizzata. Chiusa e dimenticata sotto una pila di mobili accatastati, la botola venne riaperta solo nel 1975 da un restauratore che stava saggiando le pareti. Ironia della sorte, i lavori nella stanza sarebbero serviti per creare un’ulteriore uscita dal museo. Inutile dire che non andò così: sotto due strati di intonaco, il restauratore si imbatté in una serie di splendidi disegni murali che subito furono attribuiti al genio del nostro Rinascimento: Michelangelo.

Michelangelo e la sua streetart

Nei mesi di prigionia autoimposta, Michelangelo Buonarroti è evaso quotidianamente dal soffocante spazio attraverso la sua arte: come uno streetartist ha utilizzato l’unica superficie disponibile, i muri, regalandoci, ancora una volta, la possibilità di stupirci di fronte alle sue opere. Questa volta, però, ci troviamo di fronte a un’espressione di un’intimità tutta da proteggere e custodire. Nella solitudine dei giorni sottoterra (è da ricordare che alla stanza si accede tramite botola ndr), Michelangelo ha ritrovato la libertà solo attraverso il carboncino e quelle linee e forme così personali. Come una Anna Frank ante litteram, non ha abbandonato la volontà di vivere e lo ha fatto attraverso il suo genio e la sua arte.

Nei mesi in cui la paura aveva avuto la meglio sull’artista, Michelangelo ne aveva approfittato ragionando su se stesso e sulla sua arte: ed è per questo che alcuni disegni rappresentano sia opere che avrebbe voluto concludere, sia dettagli di opere già terminate. Quella di esprimersi è, da sempre, un’assoluta necessità per l’essere umano: basti pensare alle pitture rupestri dell’uomo primitivo. E, tornato alle sue origini, Michelangelo ha fatto proprio come l’uomo del Paleolitico: ha semplicemente disegnato.

La necessità di esprimersi

Abbiamo citato Anna Frank e l’uomo primitivo, due esperienze agli antipodi e distanti tra loro nel tempo e nello spazio. Ma c’è una costante che ritorna: l’assoluta necessità di esprimersi attraverso ciò che è parte integrante dell’uomo, l’arte.

Che siano testi – basti pensare alle moltissime opere dal carcere di autori come De Cervantes, Thomas Paine o Gramsci – o arte figurativa, come in questo particolarissimo caso, ciò che è immutato è la volontà che spinge queste menti. È come se tutti loro avessero pensato: “ho qualcosa da raccontare, non importa né il dove né il quando, purché lo si faccia”.

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