Sofocle, tragediografo dell’Atene classica, nel 442 a.C. dà voce ad un personaggio divenuto parte del “codice culturale e collettivo”: Antigone.

Antigone ha due fratelli, Eteocle e Polinice, e una sorella, Ismene. Quando suo fratello Polinice muore, Creonte, il nuovo re di Tebe, vieta la sua sepoltura. Nessuno mai trasgredirebbe la legge del sovrano, eccetto Antigone, mossa da principi che oggi potremmo dire intramontabili.
Antigone approda nel Rinascimento: Robert Garnier
Il mito di Antigone viene recuperato, insieme all’intero patrimonio culturale greco, durante l’età umanistico-rinascimentale.
Nel 1580 Robert Garnier, poeta e drammaturgo francese, descrive un’Antigone votata alla cura del suo ghenos, caratterizzata da un’innata pietà ed il cui unico desiderio parrebbe quello di donare pace ai suoi cari, tutti morti tragicamente. Questo è il motore che aziona il suo personaggio e la conduce a trasgredire il provvedimento del re Creonte.
Nella versione di Garnier, Creonte convoca Antigone per condannarla, ma non ne emerge la conflittualità tragicamente irrisolvibile di due princìpi inconciliabili che animano i protagonisti. Infatti al conflitto c’è soluzione, ed è il coro stesso a sottolinearlo, evidenziando quanto la condanna da parte del tiranno sia oltremodo severa. Di conseguenza, il diritto alla sepoltura di Polinice è unanimamente riconosciuto e il provvedimento del tiranno è considerato illegittimo, poiché non rispondente alle leggi morali ed eterne dell’uomo.
La mente dell’autore è plasmata dal contesto politico-culturale della Francia del ‘500, quindi sceglie di scindere la “loy”(legge) di Creonte dall’ “ordonnance de Dieu”, ma consapevole che la legge di Dio è la sola legge in grado di alimentare l’autorità di una monarchia legittima.
L’eros di Antigone nel Seicento: Jean Racine
Cosa accade dopo il dialogo tra Antigone e Creonte? Sofocle narra un Creonte per molto tempo determinato, ma in seguito disposto a modificare le sue direttive, solo grazie ad un confronto con l’indovino Tiresia.
Emone, figlio di Creonte, è innamorato di Antigone e quando viene a conoscenza della modifica concordata dal padre, corre da lei. Antigone purtroppo si è già uccisa, dando inizio alla catena di suicidi che coinvolgerà Emone stesso e la madre di Emone, Euridice, disperata per la perdita del figlio.
Jean Racine, nel 1664, disegna un’Antigone veramente innamorata di Emone, ma mossa da un’obbedienza primitiva ad una gerarchia di valori, che non le permettono di potersi abbandonare alle gioie dell’amore, almeno non prima di assolvere i suoi compiti all’interno del ghenos.
“E volete che così presto io abbandoni mio fratello? Non devo accompagnare al tempio mia madre? Devo preferire, secondo i vostri desideri, le cure dell’amore a quelle della pace?”
In Racine manca il provvedimento di Creonte e, di conseguenza, l’elemento portante della narrazione non è la ribellione dell’eroina; qui Antigone è una creatura fragile che muore perché non riesce a sopravvivere alla rovina della sua famiglia.

La fase romantica: Vittorio Alfieri
“tu ardi d’amore per ciò che è impossibile.”
Inevitabilmente frasi come questa, pronunciata da Ismene ad Antigone, hanno reso sublime il personaggio dell’eroina agli occhi della generazione romantica. Infatti la sua figura incarna la principale istanza dell’epoca: lo slancio titanico e sentimentale, che, al di là dei valori da cui è mosso, le permette di perseguire il suo disegno.
La letteratura romantica si trova così ad esaltare dei tratti che in quella ellenica sono descritti come pericoli incombenti, quali l’eccesso e lo slancio senza limiti (peccato di Ubris).
In Alfieri, Creonte è un bieco tiranno, spinto ad agire soltanto dall’ambizione personale. Egli ha proclamato il divieto di sepoltura per Polinice strategicamente perché Antigone, figlia del re legittimo, lo violi e lui possa sbarazzarsene. Creonte non sa che Emone ama Antigone e, quando il figlio glielo confessa, è disposto al perdono, auspicando un matrimonio tra i due.
Qui emerge il tratto peculiare dell’Antigone alfieriana, la quale rifiuta il perdono e sceglie la morte.
“Cr. Sceglieresti? An. Ho scelto. Cr. Emone? An. La morte. Cr. L’avrai.”
Questo dialogo dissolve il tradizionale antagonismo dei due personaggi. L’attenzione è tutta su Antigone, che prende sempre più le sembianze di una virago di dimensioni eroiche, evidenziando la relazione tra spirito romantico e mondo classico.
Antigone nella filosofia ottocentesca: Hegel
Lo scontro tra Antigone e Creonte, cristallizzato nella rigida opposizione tra spirito libertario e potere tirannico, con il contributo della filosofia ottocentesca assume prospettive inattese.
In Hegel, Antigone è un’ombra sempre presente e la sua storia assume delle modifiche: la figura di Creonte viene riesaminata, contravvenendo al suo confinamento moderno come tiranno dispotico.
“Creonte non ha torto, egli ritiene che la legge dello Stato, l’autorità del governo, debbano essere rispettate, e che il castigo sia la conseguenza della loro violazione. […] Ambedue hanno torto, perché ambedue sono unilaterali, ma perciò anche ambedue hanno ragione.”
Prima di questa visione, i moderni non avevano avvertito la tragica inconciliabilità dei due princìpi. Hegel recupera l’antagonismo attraverso lo scioglimento dell’ambiguità lessicale: per cui il termine “nomos” (legge) assume significati differenti in relazione a chi lo pronuncia.
Perché Antigone è eterna?
Nel 1916 a Verdun, dopo la guerra di trincea, Romain Rolland osserva i cadaveri insepolti che giacciono al suolo, ed è spinto a lanciare un appello alle donne dal titolo “A l’Antigone éternelle”:
”Siate la pace vivente nel mezzo della guerra, Antigone eterna, che si nega all’odio e, finché soffrono, non sa più distinguere tra i suoi fratelli nemici.”
L’appello richiama un modello etico, divenuto ormai archetipico e sovratemporale, in dialettica con un’etica storicizzata, con comportamenti relazionati a momenti, strategie, convenzioni, opportunismo, e ci riconduce ad una ”coscienza superiore”.
Il ruolo epifanico del personaggio permette di svelare all’uomo moderno aspetti della realtà non attingibili senza questi codici. Non si tratta di pura fortuna letteraria, Antigone assume la funzione di ”codice culturale collettivo” poiché ogni donna che si ribella ad una legge iniqua è una nuova Antigone.