Andy Warhol come Leonardo Da Vinci: vediamo come economia e cultura creino il genio

Due geni, due epoche diverse, un solo motivo. Il connubio tra economia e cultura come massimo sviluppo della civiltà.

La “Marilyn Monroe” in chiave Pop Art è stata venduta ieri all’asta per la cifra record di 195 milioni di dollari. L’artista americano è entrato nella storia e per questo la comparazione con il genio fiorentino è più che dovuta.

La “Marilyn Monroe” di Warhol

Ebbene sì, Picasso è stato scalzato dal suo primato, è l’americano Andy Warhol a rappresentare in pieno l’arte del ’900. La “Shot Sage Blue Marilyn” del maestro della Pop Art è ufficialmente entrato nell’Olimpo delle opere più costose di sempre, al primo posto tra quelle del XX° secolo vendute all’asta. 

L’ossessione di Warhol per Marilyn Monroe nacque paradossalmente con la sua morte il 5 agosto 1962. Da quel momento le sue rappresentazioni sono andate aumentando, così come le tecniche e gli stili utilizzati. Attraverso l’uso della serigrafia (un sistema di stampa operata attraverso una matrice in tessuto da cui permea il colore nelle zone interessate), e dei colori accessi, le sue opere rappresentano dei masterpiece dell’arte contemporanea. Il soggetto stesso della Monroe è andato a definire in tutto e per tutto il sogno americano secondo un linguaggio artistico nuovo e rivoluzionario.

L’attenzione di Warhol ai maestri dell’arte italiana è la prova del legame che esiste tra due mondi distanti spazialmente e temporalmente, ma che non nega la presenza di un dialogo. L’artista americano ha riproposto secondo i propri canoni opere del rinascimento fiorentino, come Paolo Uccello, Piero Della Francesca e primo fra tutti Leonardo Da Vinci. Non è un caso se prima della sua morte, Warhol, si impegnò in una rilettura dell’ ”Ultima Cena”, avvicinandosi sempre più al suo alter ego rinascimentale.

Fonte: stylology.it/2017/03/sixty-last-supper-andy-warhol/

Il “Salvator Mundi” di Leonardo

Se Warhol rappresenta lo stile artistico del XX° secolo, Leonardo non poteva che far capo all’arte tutta. Il 16 novembre 2017, negli Emirati Arabi Uniti, il “Salvator Mundi” è stato venduto per la cifra record di più di 450 milioni di dollari. Una cifra esorbitante se pensiamo che all’epoca l’opera più cara era “Les Femmes d’Alger” di Picasso, aggiudicata per soli, si fa per dire, 179 milioni di dollari. Inoltre, il “Salvator Mundi” ha superato di gran lunga gli altri capolavori della sua epoca, attestandosi come quadro più antico a raggiungere tali somme.

Leonardo fu uno sperimentatore, un caso lampante è proprio l’ “Ultima Cena”. Non praticando la tecnica dell’affresco per incompatibilità con il suo stile, il genio fiorentino tentò di dipingere la parete come se fosse una tela. Un azzardo che costò caro alla composizione, destinandola ad un veloce e persistente degrado. 

Insomma, anche i più grandi sbagliano, ma se abbiamo raccontato tutto questo c’è un  motivo. In questo gioco dialettico tra arte, tecnica ed estro, in grado di superare i secoli da Leonardo a Warhol, esiste un ulteriore piano di analisi spesso dibattuto.

Fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/Salvator_Mundi_(Leonardo)

Nesso di causalità tra economia e cultura

La cultura di un popolo determina la natura dei suoi rapporti economici, oppure è il sistema economico che condiziona gli usi e i costumi di una società? Questa è la domanda che si pone Viviana Di Giovinazzo nel suo contributo “Economia, cultura e civiltà: Un’indagine sul nesso di causalità”. Si tratta di una tematica che va a toccare due campi relativamente paralleli, ma intimamente vicini. 

Già i grandi pensatori dell’Illuminismo come Voltaire, Montesquieu e Smith ragionavano sulla questione. L’idea diffusa allora riguardava il modo in cui il libero commercio andasse a plasmare una civiltà pacifica, che non necessitasse di guerre per arricchirsi. Anche Marx era dell’opinione che il sistema capitalistico, nonostante le aspre critiche, avesse la forza di determinare la cultura di una nazione. Ma Karl Polanyi, storico dell’economia, diversamente da quanto detto finora, definisce il mercato come un fenomeno artificiale, frutto di una determinata cultura. D’altronde basta ritornare indietro di qualche decennio per accorgersi che i due blocchi della guerra fredda, caratterizzati da due economie diverse, avessero rispettivamente due culture distanti tra loro.

Firenze per Leonardo come New York per Warhol, hanno rappresentato un booster per la loro carriera. Il fermento economico della Firenze del ‘400 ha prodotto il Rinascimento, o viceversa se si vuole. Centro di gravità per chi volesse avere una rampa da lancio, è qui che le maggiori personalità dell’epoca si riunivano. Stessa cosa vale per la New York dagli anni ‘50 a questa parte, vista un po’ come il centro economico del mondo. Come un magnete ha attratto milioni di persone provenienti da culture diverse, producendo un incontro di tradizioni distanti che si sono risolte poi in continue innovazioni. Oppure in entrambi i casi è proprio l’incontro tra culture che fa da enzima per un conseguente fermento economico. 

Insomma, Leonardo come Warhol, Firenze come New York, lo sviluppo economico e l’intreccio tra culture produce, come abbiamo visto, le più alte vette di civiltà.

 

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