Anche gli dei vanno in letargo? Il sonno di Odino e le sue similitudini con il mondo animale

Il “punto debole” del dio della mitologia norrena può fornirci uno spunto di riflessione sui meccanismi di adattamento alle temperature ambientali negli animali.

Odino, re degli dei di Asgard, padre di Thor. Probabilmente siamo abituati a immaginarlo come appare nell’universo Marvel, un vecchio saggio e pacato, il più delle volte. Ma non bisogna dimenticare le vere origini di Odino, risalenti alla mitologia norrena. Un dio tutt’altro che pacato. Non a caso il suo nome significa “furore”, proprio in virtù delle sue doti belliche grintose, quanto spietate.

Le origini del dio Odino, tra mitologia norrena e l’universo Marvel

Odino nacque da Bor (figlio del primo essere creato con delle fattezze umane), e dalla gigantessa Bestla, assieme ai suoi due fratelli, Vili e Vé. I fratelli uccisero Ymir, il primo gigante ad essersi formato nell’universo primordiale, dalla cui carcassa venne creato il cosmo, formato dai nove mondi tipici della mitologia norrena, con al centro Midgard, la terra degli uomini. Ed infatti, modellando dei tronchi, i tre fratelli crearono i primi due esseri umani, uomo e donna. Da loro si originò la razza umana. Ma Odino, in seguito, bramoso di potere, uccise i suoi fratelli.

(fonte immagine: wikipedia.org)

Tuttavia, non si può non ricordare Odino anche per la sua saggezza e onniscienza, acquisita da una sorgente dotata di poteri magici, fonte di ogni sapere: la fonte di Mimir, a cui il gigante omonimo le fa da custode. Odino si abbeverò da questa fonte, al prezzo però di sacrificare il suo occhio, lasciandolo al gigante. Per questo il dio viene rappresentato con un occhio bendato.

Onnisciente, onnipotente, dio della guerra, ma anche della poesia e della magia, Odino sembra non avere punti deboli. Non sono stati così clementi, invece, nella versione della Marvel, dove il personaggio creato da Stan Lee, non è altrettanto invincibile, o meglio, deve dar conto ad un “limite” che lo rende vulnerabile: una volta all’anno, per 24 ore (generalmente, anche se la durata può variare), il dio cade in un sonno profondo, per ricaricare la propria forza. Il sonno di Odino, appunto, durante il quale è completamente consapevole di ciò che accade intorno a lui, ma gli è impossibile reagire.

(fonte immagine: marvel.fandom.com)

 

Cosa hanno in comune il dio Odino e gli animali endotermi?

La strategia utilizzata dal dio, tuttavia, non ha nulla di divino o magico, se si considera che questo meccanismo viene comunemente usato in natura, sia nel mondo vegetale che in quello animale: non è altro che la quiescenza.

La quiescenza è una condizione biologica, in cui le funzioni vitali vengono drasticamente ridotte, per far fronte a condizioni estreme di alte o basse temperature. Questa condizione è infatti comune a tutti quegli animali endotermi, ovvero quelli che mantengono una temperatura corporea costante, indipendentemente dalla temperatura esterna, come mammiferi e uccelli. In contrapposizione agli endodermi, vi sono gli ectotermi, i cosiddetti “animali a sangue freddo”, la cui temperatura corporea è determinata da quella ambientale.

Gli endotermi riescono a regolare la propria temperatura, bilanciando la produzione e le perdite di calore. La produzione, avviene tramite il metabolismo, che consiste nella degradazione delle sostanze nutritive, e tramite la contrazione muscolare. La perdita di calore avviene invece tramite irraggiamento, conduzione e convezione, ed evaporazione dell’acqua.

Ovviamente, gli adattamenti variano in base all’ambiente in cui si viene a trovare l’animale. Si pensi ad esempio al deserto, dove i più piccoli mammiferi che vi abitano, sono generalmente notturni, oppure tendono a vivere in tane scavate nel terreno. Così, la temperatura più mite della notte, e la maggiore umidità delle tane, aiutano a ridurre le perdite d’acqua per evaporazione. Altro elemento che gioca contro il surriscaldamento, è il colore della pelliccia, che tende ad essere chiara e lucida, in modo da riflettere la luce del sole, e fungere da isolante, per mantenere il calore all’esterno.

Negli ambienti freddi, la pelliccia degli animali si ispessisce, talvolta anche del 50%. Inoltre, grazie ad un sistema di scambio di calore controcorrente, viene limitata la dispersione del calore contenuto nel caldo sangue arterioso: quando quest’ultimo scorre ad esempio nelle gambe, il calore viene ceduto direttamente dalle arterie alle vene, e riportato nella parte più interna dell’organismo, così che il calore non si disperdi tramite la parte. E ancora, i mammiferi possono aumentare la produzione di calore tramite il brivido, coinvolgendo quindi l’attività muscolare, secondo un fenomeno chiamato termogenesi da brivido. Esiste anche la termogenesi senza brivido, che non prevede la contrazione muscolare, e dove viene aumentata l’ossidazione del grasso. Inoltre, piccoli mammiferi, come i topi, che non possono contare su una pelliccia troppo folta, vivono in gallerie scavate nel sottobosco, “protette” dallo strato di neve, che isola l’ambiente sottostante, non permettendo alla temperatura di scendere oltre i -5° circa.

(fonte immagine: bioterra.it)

 

Odino va in letargo?

Alcuni animali, piccoli mammiferi e uccelli, hanno trovato delle strategie per superare, almeno temporaneamente, la propria condizione di endotermia.

Molti mammiferi di piccola e media taglia, come gli scoiattoli e le marmotte, risolvono il problema della scarsità di cibo (di cui avrebbero bisogno in grandi quantità proprio per produrre calore) e delle basse temperature, entrando in uno stato di sonno prolungato e controllato: l’ibernazione.

Ovviamente, vi è un periodo di preparazione all’ibernazione, in cui gli animali immagazzinano grandi quantitativi di grasso corporeo, alle quali attingeranno durante il sonno, e in cui avvengono una serie di prove di diminuzione termica: la temperatura scende di qualche grado per poi tornare alla normalità, e infine l’animale si raffredda fino a raggiungere la temperatura ambientale. Il metabolismo diminuisce fortemente, e la respirazione e il battito cardiaco rallentano. Durante il risveglio, l’animale usa sia la termogenesi da brivido, che quella senza brivido, per riniziare a produrre calore.

Una tipologia di quiescenza, ancor più “profonda” rispetto all’ibernazione, è il letargo, che non avviene necessariamente nel periodo invernale, e si verifica anche nei rettili, quali tartarughe di terra, e anche in questo caso, nei mammiferi quali riccio, ghiro, che cadono in uno stato di sonno che può durare anche svariati mesi. Anche in questo caso si ha una diminuzione delle attività vitali.

L’ibernazione differisce dal letargo perché ha un’intensità minore: gli animali ibernati possono reagire a stimoli, seppure in modo rallentato.

Sarà analogo ad un letargo, dunque, il sonno del nostro Odino? Che il dio lo usi per recuperare le forze, e gli animali per sopravvivere in condizioni avverse, il concetto di base sembra lo stesso, e non possiamo che rimanere affascinati da questa piccola e curiosa somiglianza.

(fonte immagine: focusjunior.it)

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