A Pompei si continua a scavare, vengono riportati alla luce nuovi oggetti e con essi nuove storie.

L’11 dicembre 2023, alla vigilia del periodo natalizio, nel parco archeologico di Pompei viene rinvenuto un gruppo di statuette in terracotta, vicine per forma e dimensione ai personaggi presepiali. Il soggetto non è cristiano, bensì pagano e dai primi studi pare che rappresenti un mito molto amato dai Romani, anche se non direttamente connesso a quelle che sono le divinità autoctone: stiamo parlando del mito di Attis e Cibele.
La scoperta
Le piccole sculture colorate sono state rinvenute in quello che è molto probabilmente l’atrio di una domus adiacente alla casa di Leda e il Cigno (che prende il nome dallo straordinario affresco presente nella camera da letto) nel corso degli scavi e nell’ambito del progetto “Restauro, Scavo e Valorizzazione della Casa di Leda – Regio V, insula 6 – Via del Vesuvio” che interessa in primis la delineazione della planimetria, l’esplorazione della nota domus e poi delle zone contigue.
Stando a quanto scritto nell’E-Journal degli Scavi di Pompei, 9, pubblicato il 22 dicembre 2023, le tredici statuette di circa 15-20 cm di altezza -che comprendono oltre a figure antropomorfe una noce, una mandorla, una testa di gallo in argilla e una pigna di vetro- rimanderebbero all’antico mito di Attis e Cibele e al rito a esso connesso, riguardante l’alternarsi delle stagioni e la fertilità della Terra.

Il mito
Il mito di Attis ha origini frigie (anche se ne esistono diverse versioni). Attis è considerato un genio della vegetazione, la sua figura è connessa al ciclo delle stagioni ed è legato a Cibele, dea della Terra e madre divina, generatrice di energie vitali.
Secondo la versione frigia del mito (riportata con alcune variazioni da Pausania e Arnobio), Zeus innamoratosi follemente di Cibele cerca di possederla e dal suo seme caduto su una pietra nasce Agdistis, figura androgina molto potente e temuta dagli altri dei che decidono di recidergli il membro maschile per indebolirlo. Dal sangue sgorgato in seguito all’evirazione, nasce un mandorlo (o melograno) il cui frutto è colto da Sangaride/Nana che resta incinta e partorisce Attis. Il bellissimo Attis fa invaghire di sé Agdistis; per evitare l’incesto (Attis è figlio di Agdistis), il re Mida vuole che Attis sposi sua figlia.
A questo punto, la complessa tradizione si dirama in due principali tronconi:
- Cibele e Agdistis si presentano al matrimonio e Agdistis conduce i presenti alla pazzia, compreso Attis che si evira sotto un pino (dal suo sangue sarebbero poi nate delle viole) e diviene cocchiere del carro della dea Cibele.
- Attis, conteso da Cibele e Agdistis, muore sotto il pino; e Agdistis -che ama Attis- chiede a Zeus che il corpo di lui non si decomponga (i suoi capelli, infatti, continuano a crescere).
Secondo la versione lidia, invece, Attis -devoto a Cibele- sarebbe stato ucciso da un cinghiale.

Attis: muore e risorge?
Il tema della morte violenta cui va incontro Attis e il suo pseudo-ritorno alla vita, lo rendono un dying god (=dio morente), categoria studiata -tra gli altri- da James Frazer e Jonathan Smith.
Ma Attis è effettivamente un dio che muore (e che risorge)? In realtà, per molti non è neanche un dio o un semidio, bensì un semplice pastore, quindi mortale. Se anche poi si prendesse in considerazione la sua natura divina, si può dire che muoia, ma non che risorga. Il suo culto è sì associato alla fertilità e al ciclo delle stagioni (morte e resurrezione della natura) e alla Magna Mater, Cibele, di cui è ora figlio, ora amante e paredros (= accompagnatore divino), ma in generale Attis non torna in vita. Dal suo sangue nascono le viole e Zeus -su preghiera dell’amata- decreta che il corpo non si decomponga; ma non si può parlare di resurrezione vera e propria, solo di residui vitali post mortem.
A Roma, la rinascita di Attis -associata al risveglio della natura in primavera- veniva celebrata durante la festività religiosa degli Hilaria, il 25 marzo di ogni anno; la sua vicenda veniva ricordata con riti funebri e orgiastici, simbolo di un ciclo perpetuo di morte e rinascita.

La rappresentazione scultorea del mito
Le 13 statuette scoperte a Pompei rimanderebbero, quindi, a questo racconto mitologico:
- Il pastore Attis sarebbe riconoscibile da alcuni attributi come il berretto frigio (con la punta piegata in avanti), la cista e il bastone ricurvo (pedum);
- un’altra figura, seduta su roccia, pare androgina e farebbe pensare ad Agdistis oppure allo stesso Attis nell’atto dell’evirazione;
- la scultura raffigurante una figura femminile che sta per allattare forse rimanda all’amore materno di Cibele.
Sono in realtà gli oggetti inanimati a darci maggiori informazioni con riferimenti più espliciti e meno equivocabili al mito:
- la mandorla, frutto colto dalla madre di Attis;
- la pigna che rimanda al pino, simbolo dell’evirazione/morte del giovane;
- la testa di gallo, che fa pensare a un collegamento con i sacerdoti eunuchi della dea Cibele, definiti dai Romani, appunto, Galli.