A 22 anni dal disegno di legge per l’abolizione della leva obbligatoria si ritorna sull’argomento. Ne abbiamo bisogno per la disciplina?
“Da militare ti insegnavano la disciplina!” Questo è quello che spesso si sente in giro quando si parla di introdurre nuovamente il servizio di leva obbligatorio per i giovani italiani. Vediamo meglio quale disciplina sviluppare ed in che modo.
Che cos’è la disciplina?
Il termine disciplina è amato ed odiato allo stesso tempo. Se visto dal punto di vista più “autoritario” vuol dire sottostare a delle regole dettate da altri senza farsi troppe domande, un po’ come, nolente o dolente, succede tra le fila del nostro esercito (da un lato è comprensibile però: pensiamo a come sarebbe l’esercito se ogni soldato scegliesse l’arma o la posizione che più gli piace senza seguire dei comandi precisi). Se guardiamo però alla vita di tutti i giorni, questo assume una connotazione positiva. Spesso si parla infatti di disciplina, o meglio autodisciplina, intendendo l’abilità di svolgere un’attività precisa costantemente per il raggiungimento di un obiettivo preciso.
Alla base di questo tipo di disciplina possono essere individuati in particolare 2 principali concetti: la forza di volontà e la motivazione.
Andare avanti per la propria strada
La forza di volontà (willpower) è la capacità di rinunciare a qualcosa capace di farci provare piacere nel presente al fine di raggiungere un determinato obiettivo in futuro. In poche parole, rinunciare ad una piccola gratificazione a breve termine per una più grande a lungo termine. La forza di volontà è quindi parte di quello che chiamiamo autocontrollo.
Studi condotti grazie all’utilizzo della risonanza magnetica hanno mostrato come in una situazione che necessita la nostra forza di volontà la parte del cervello che ci aiuta a prendere decisioni giuste ed in linea con il nostro scopo sia la corteccia prefrontale. Questa gioca un ruolo pressoché fondamentale quando si parla di prendere decisioni, quindi razionalmente scegliere tra diverse alternative.
Se non ci nutriamo adeguatamente, dormiamo poco e male o siamo stanchi le nostre funzioni cognitive potrebbero risentirne, facendoci fare scelte non più ragionate, ma basate soprattutto sulle nostre emozioni o bisogni del momento. Ecco perché quando torniamo a casa stanchi dopo una giornata di lavoro è molto più facile ordinare un hamburger rispetto che cucinare il petto di pollo e il riso che ci farà arrivare in forma alla prova costume.
Inoltre, usare la nostra forza di volontà in una determinata attività diminuirà la capacità di utilizzare quest’ultima in un’attività successiva. Molti studi hanno dimostrato come, dopo un compito che richiedeva forza di volontà, i soggetti che venivano messi di fronte a decisioni che richiedevano anch’essi questa caratteristica ottenevano risultati peggiori. In questo senso possiamo pensare alla forza di volontà come ad un’automobile: quando questa finisce il carburante, non riesce più ad andare avanti.
Anche la genetica sembrerebbe essere determinante: secondo uno studio del 2019 condotto su gemelli omozigoti ed eterozigoti, la forza di volontà sarebbe ereditaria per il 60%.
Motivati a mille
Il secondo elemento, come già detto, è la motivazione. Rispetto alla forza di volontà, grazie al quale resistiamo alle “tentazioni”, la motivazione è il “perché” stiamo facendo quella determinata scelta. In breve, la prima agisce più sul piano cognitivo, la seconda su quello emotivo.
Per dare una definizione: la motivazione è il desiderio, la spinta che ci permette di adottare un comportamento volto ad uno specifico bisogno fisico o psicologico, o evitare una conseguenza negativa.
Quando soddisfiamo uno di questi bisogni il nostro cervello produce dopamina, che ci fa provare una sensazione molto piacevole, che quindi porterà ad un successivo desiderio di ripetere l’azione per ricevere lo stesso effetto. Un’attività che richiede molto sforzo in cambio di un’esigua quantità di dopamina sarà valutata automaticamente come “non conveniente”, quindi la motivazione non sarà esattamente ai massimi livelli. No dopamina, no party.
Esistono due tipi di motivazione: la motivazione estrinseca ed intrinseca.
La motivazione estrinseca proviene dall’esterno, è rappresentata da una ricompensa che otterremo per aver completato un compito, ma anche da una punizione nel caso non facessimo qualcosa. Come possiamo notare, questo tipo di motivazione non è direttamente legato a ciò che dobbiamo fare.
La motivazione intrinseca, come si può ben intuire, viene dall’interno, è data direttamente dal compito che stiamo svolgendo e dai risultati che otterremo da esso. Chi ama leggere non avrà sicuramente difficoltà a leggere per ore ed ore senza sentire un calo di motivazione, in quanto il piacere che riceve da ciò che fa è una ricompensa già di per sé.
Non è possibile dire quale tipo sia il migliore, ma sappiamo da alcuni studi che, se diamo per un periodo di tempo abbastanza prolungato una ricompensa (motivazione estrinseca) ad una persona, la cui motivazione era intrinseca, ed interrompiamo successivamente la ricompensa, il soggetto sperimenterà un forte calo di motivazione in quella determinata attività.
Per spezzare una lancia a favore della motivazione estrinseca potremmo però dire che questa si rivela estremamente utile in situazioni in cui, ad esempio, l’attività verrà svolta una o poche volte, ma anche per introdurre un soggetto non interessato a qualcosa che in seguito potrebbe diventare appassionante o divertente per quest’ultimo.
Dopo questa panoramica sulla disciplina, possiamo affermare come affidarsi alle nuove ricerche psicologiche e neuroscientifiche si possa rivelare (ma guarda un po’) molto più efficace nel migliorare la propria disciplina rispetto ad un campo di addestramento militare (fa molto uomo alpha, ma noi preferiamo rimanere beta=)).