A proposito di relazioni, famiglia, perdita: quali sono i migliori libri del 2024 secondo il Superuovo

In questa speciale classifica, quasi tutta al femminile, spicca la new entry Tara Westover. Si confermano Michela Murgia, Sally Rooney e Han Kang. Torna Georges Simenon con ben due inediti.

Il 2024 è stato ricco di novità sulla scena letteraria. Fra i titoli più interessanti, possiamo citare “Romanzo russo” dello storico più amato dagli studenti italiani, Alessandro Barbero; “Tatà” di Valérie Perrin, già autrice di “Cambiare l’acqua ai fiori”; “Un animale selvaggio”, il nuovo bestseller di Joël Dicker; “La città e le sue mura incerte” di Murakami Haruki. Lungi dal pretendere di essere esaustivi e soddisfare i gusti di tutti, in questa speciale selezione abbiamo cercato di individuare alcuni fra i romanzi e i saggi che quest’anno hanno conquistato i lettori italiani e non.

Michela Murgia, “Dare la vita”

Iniziamo con “Dare la vita“, il libro postumo di Michela Murgia. Si tratta di una summa del pensiero della scrittrice sarda, nella quale vengono esplorate tematiche quali la queerness, la famiglia, la femminilità, i legami elettivi.

Michela Murgia è la prima intellettuale italiana a fornire al pubblico nostrano una definizione chiara e completa del termine “queerness“:

“la scelta di abitare sulla soglia delle identità (intesa come maschera di rivelazione di sé), accettando di esprimere di volta in volta quella che si desidera e che promette di condurre alla più autentica felicità relazionale. […] È una scelta radicale di transizione permanente, attraverso la quale chiunque può decidere di non confinare sé e chi ama (non solo chi desidera sessualmente) in alcuna definizione finale.”

Pur essendo intrinsecamente legata al piano relazionale, la queerness è, innanzitutto, una scelta di intellettuale e individuale, che presume una consapevolezza acquisita della propria natura. Una scelta che porta inevitabilmente a mettere in discussione tutti gli schemi e i preconcetti generalmente accettati come “normali” nella nostra società, come la famiglia tradizionale e l’indissolubilità della coppia monogama.

L’essere umano è intrinsecamente fluido e mutevole; dunque, per raggiungere una felicità relazionale autentica e duratura con chiunque ci stia accanto, che si tratti di amici, familiari o partner, bisogna essere consci di questa verità. Ognuno di noi è in continua evoluzione e attraversa, volente o nolente, importanti fasi di cambiamento e transizione; d’altro canto, stabilità non vuol dire staticità, anzi. “Abitare sulla soglia delle identità” potrebbe essere la chiave della definitiva liberazione per chi si sente imprigionato all’interno di logiche binarie e norme prestabilite, “sia le norme di chi si sente sempre normale sia le norme di chi si definisce per antitesi binaria sul metro di quella presunta normalità”. Significa non ingabbiarsi in un solo modo di essere, non conservare una sola immagine di sé; agire sempre in maniera libera e indipendente e, soprattutto, fare in modo che chi amiamo non debba mai sentirsi oppresso o fingere di essere chi non è.

Tara Westover, “L’educazione”

Rimaniamo in ambito familiare. Tara Westover è una storica statunitense, nata e cresciuta in una famiglia mormona. Il suo romanzo autobiografico, “L’educazione“, è la dimostrazione esemplare di come le scelte dei genitori, o di chiunque si occupi dell’educazione di un bambino, abbiano ripercussioni enormi sulla sua vita.

Tara non è mai andata a scuola; fino ai diciassette anni, non aveva idea di cosa fossero l’11 settembre o l’Olocausto. Non ha mai fatto una visita medica né ha mai maneggiato un testo letterario. Ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza nella casa di famiglia, dispersa nelle praterie dell’Idaho, fra la discarica del padre e il laboratorio farmaceutico dalla madre. I suoi genitori, infatti, sono convinti dell’esistenza di un complotto dello Stato ai danni dei cittadini, e per questo tengono i loro sette figli lontani da qualsiasi ente o istituzione pubblica, comprese scuole, ospedali e ambienti mondani di ogni genere.

Le cose cambiano quando Tara, spinta dal fratello maggiore Tyler, decide di andare all’università: da questo momento si apre una spirale di eventi che le permette di scoprire il mondo, ma, al contempo, la allontana irrimediabilmente dalla sua famiglia. Tara, infatti, si scopre affamata di cultura e di sapere; il suo amore per lo studio, tuttavia, crea una distanza siderale e incolmabile con le sue origini, e a un certo punto la costringe a scegliere fra la vita che ha sempre conosciuto, rassicurante ma opprimente, e una nuova vita, piena di possibilità ma anche di insidie. È un romanzo ricco di spunti di riflessione: per esempio, getta uno sguardo su alcune realtà del mondo contemporaneo, generalmente sconosciute e lontane dai nostri schermi; o, ancora, su quanto la provenienza da tali realtà piuttosto che da altre costituisca un grosso ostacolo per la piena realizzazione dell’individuo, all’interno di un sistema profondamente iniquo.

Sally Rooney, “Intermezzo”

“Intermezzo” non è solo il libro della definitiva maturazione di Sally Rooney. È il manifesto della Generazione Z, una generazione che fa sempre più fatica a relazionarsi con gli altri, a trovare il proprio posto nel mondo e riporre speranze nel futuro. La trama del romanzo è semplice: alla morte del loro padre, Peter e Ivan si ritrovano a fare i conti con il precario equilibrio della loro esistenza. Per i due fratelli e per le persone da loro amate si apre un periodo di transizione, un intermezzo, appunto, che li porta a stravolgere le poche certezze acquisite riguardo se stessi e tutto ciò che fa parte delle loro giovani vite.

Sally Rooney o si ama o si odia. Certo, chi si aspetta plot twist clamorosi o trame avvincenti dovrebbe guardare altrove. La sua è una scrittura tagliente, precisa, espressiva, in grado di mettere nero su bianco pensieri e sensazioni familiari più o meno a tutti, ma che, in questo romanzo, sono stati formulati con particolare chiarezza e lucidità. La sua prosa, riflessiva e contemplativa, talvolta indugia per pagine e pagine su determinati elementi, creando una sorta di sospensione nella trama centrale. È paragonabile ad un cactus: un primo approccio può essere ostico a causa delle sua corazza spinosa, fatta di periodi sintetici e frasi ellittiche, apparentemente incomplete. Una volta stabilita una sintonia, però, risulta perfettamente nelle corde di tutti.

L’autrice irlandese instaura un gioco di interazione col lettore, che partecipa attivamente all’interpretazione e al compimento del testo letterario. E si accorge che certe cose potevano essere dette solo così. Lo stile riflette il contenuto del libro: Rooney dà voce ai dilemmi e alle incertezze della nostra quotidianità, per i quali non esiste una soluzione univoca e adatta a tutti. Ogni situazione è diversa, particolare, complessa, e una soluzione non è necessariamente più giusta di un’altra; imporne una è un atteggiamento ingiusto e arrogante, anche al livello della scrittura del testo. Ognuno deve trovare la sua strada, e per farlo deve commettere errori, sbattere contro i mille imprevedibili ostacoli che si incontrano nel momento stesso in cui si sceglie di mettersi in gioco; qualche volta anche toccare il fondo e fallire. L’importante è andare avanti, sempre, cercando di dimenticare quando possibile, o qualunque altra cosa possa farci stare bene se non altro con noi stessi.

“Non sempre funziona, ma faccio del mio meglio. Vedi come va. Continua comunque a vivere.”

Han Kang, “Non dico addio”

Non dico addio” è l’ultimo romanzo di Han Kang, Premio Nobel per la Letteratura 2024. Il romanzo, pubblicato in Italia con Adelphi lo scorso novembre, esplora temi come la memoria, il dolore e la speranza. Ambientato in Corea del Sud, vede intrecciarsi le vite di personaggi che affrontano traumi personali e collettivi, offrendo una riflessione sulla condizione umana e sulla capacità di trovare una possibile guarigione dai traumi del passato e una via d’uscita dalle avversità del presente.

Gyeong-ha, isolatasi dopo una serie di dolorose separazioni, riceve un messaggio inaspettato da Inseon, un’amica malata che le chiede di prendersi cura del suo pappagallino sull’isola di Jeju, ancora dilaniata dal ricordo del tragico massacro che ebbe luogo fra il 1948 e il 1949. Si tratta di una ferita storica che riecheggia ancora nel presente e continua a tormentare le due amiche, pro­prio come era successo alla madre di In­seon, vittima diretta di quel crimine. Le tre donne sono dunque unite dal filo invisibile della storia e della memo­ria: si rifiutano con determinazione di dimenticare, di troncare il lega­me con chi non c’è più, di dire addio. Con la sua scrittura al contempo lirica e implacabilmente graffiante, fatta di “istanti congelati in volo che brillano come cristalli”, Han Kang racconta questa pagina buia della storia coreana e mondiale, consegnando al lettore un romanzo doloroso e poetico, dove la frontiera tra sogno e realtà, tra visibile e invisibile, sfuma fin quasi a svanire.

Georges Simenon, “La prigione”

Chiudiamo questa speciale selezione con un esponente di vecchia guardia. Si tratta di Georges Simenon, il celebre romanziere belga creatore del Commissario Maigret. Maestro della narrativa breve, nelle sue oltre quattrocento opere Simenon unisce il giallo con l’introspezione psicologica: è stato il primo a introdurre questo connubio all’interno della letteratura poliziesca, dando vita a storie incentrate sulle questioni del destino, della colpa e, in generale, della condizione umana.

La prigione” è uno dei suoi romanzi postumi usciti quest’anno in Italia. La trama ruota intorno al sororicidio commesso da Jacqueline, moglie di Alain Poitaud, controverso direttore di una celebre rivista parigina. Le dinamiche e il movente del delitto sono note fin dall’inizio: Alain aveva una relazione extraconiugale con sua cognata Adrienne. La mite e silenziosa Jacqueline, vittima di un doppio tradimento da parte del marito e della sorella, ha riversato tutta la rabbia nel gesto efferato che non ha lasciato scampo ad Adrienne. La Polizia giudiziaria interviene subito ad arrestare Jacqueline e ad interrogare Alain, il vero protagonista del romanzo. L’omicidio di Adrienne, infatti, scoperchia tutta una serie di retroscena sulla vita coniugale dei Poitaud: l’amore, il matrimonio, la repentina affermazione di Alain come redattore di “Toi“, la vita mondana, i tradimenti. La fama e il denaro hanno colto alla sprovvista un uomo che dentro di sé è ancora un ragazzo, che ama sua moglie ma cede costantemente alle tentazioni di un mondo corrotto, del quale il giorno prima è padrone e il giorno dopo è vittima. Mentre la polizia conduce le indagini, Alain si interroga su sé stesso in un crescendo di smarrimento e angoscia, che finisce per travolgere completamente la sua vita.

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