A lezione di felicità: ecco i punti di vista di tre autorevoli voci del nostro panorama letterario.

Quella della felicità è forse, insieme a quella dell’amore, la tematica più discussa, trattata, raccontata e cantata di tutti i tempi. Spesso è proprio all’amore che viene ricollegata, mentre altre volte viene intesa come una dimensione esclusivamente intima e personale. Un bicchiere di vino, con un panino…la felicità! Che si trova nelle cose più semplici è stato già detto, che per un rapido istante costi molto cara anche. Che bisogna afferrarla, sembra quasi scontato. Dall’enciclopedica tradizione di scritti e riflessioni sulla felicità, oggi estrarremo tre diversi punti di vista: quello che emerge dagli scritti in latino di Seneca, e quelli descritti da Pascoli e Montale nella nostra letteratura.
1. Lucio Anneo Seneca
Lucio Anneo Seneca, tra le più autorevoli voci della letteratura latina, è stato dalla critica definito come “l’oratore della filosofia, anche più di Cicerone“. D’altronde, è di filosofia che è impregnata tutta la sua produzione, e al tema non sfugge l’idea della felicità. Per Seneca la felicità è strettamente connessa alla filosofia: è inevitabile raggiungerla, seguendo la virtù. All’inizio della Epistola XVI è questo che afferma, rivolgendosi al suo amico Lucilio:
“Ti è chiaro, lo so, caro Lucilio, che nessuno può vivere felice e neppure in maniera sopportabile senza la conoscenza, e che una perfetta sapienza ci dà una vita felice, ma a rendere la vita tollerabile bastano anche i primi rudimenti della sapienza.”
2. Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli, tra i più noti autori italiani dell’Ottocento, inserisce tra le sue elegie un componimento dedicato alla felicità. Questa è descritta come effimera: dopo una sofferta ricerca sfugge proprio quando la si raggiunge. Si affaccia, la felicità, e si lascia assaporare prima di sparire. È possibile inseguirla, e ricercarla, e percepire già nella sua attesa il suo dolce sollievo. Se ne avvertirà anche un lontano accenno, ma dopo il suo trascorso discenderà rapida al silenzio infinito.
“Quando, all’alba, dall’ombra s’affaccia,
discende le lucide scale
e vanisce; ecco dietro la traccia
d’un fievole sibilo d’ale,io la inseguo per monti, per piani,
nel mare, nel cielo: già in cuore
io la vedo, già tendo le mani,
già tengo la gloria e l’amore.Ahi! Ma solo al tramonto m’appare,
sull’orlo dell’ombra lontano,
e mi sembra in silenzio accennare
lontano, lontano, lontano.La via fatta, il trascorso dolce,
m’accenna col tacito dito:
improvvisa con lieve stridore,
discende al silenzio infinito.”
3. Eugenio Montale
Il poeta Eugenio Montale ha ricevuto nel 1975 il Premio Nobel per la letteratura. Un’immagine della felicità si trova, nella sua produzione, nel suo inconfondibile stile che si riconosce in “Felicità raggiunta, si cammina”: nel componimento, Montale accosta alla luce portata dalla felicità il buio che segue alla perdita di questa. È alla felicità stessa che il poeta si rivolge: quando la si raggiunge, si avverte subito quanto fragile sia il suo equilibrio.
“Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.”